31/05/2021
Le Ali Di Pandora
Presentano
“Sul Filo di Una Storia”
osservazioni e commenti su fatti e visione d'arte
Mostra di Lucy Ghionna
4 giugno ore 19,00
Via San Massimiliano Kolbe – Lecce
Nel corso della serata si aprirà un reading per poeti e NON che racconteranno una storia.
Ingresso libero: Si prega di ve**re muniti di dispositivi DPI (guanti e mascherine)
Nel rispetto delle misure di contenimento Anti Covid -19 si apre venerdì 4 giugno alle ore 19,00 la rassegna “Sul Filo di una Storia”con la mostra di Lucy Ghionna, organizzata da Le Ali di Pandora, in Via San Massimiliano Kolbe, Lecce.
Con la mostra “Sul Filo di una Storia”, Lucy Ghionna dà forma a un'idea dando la priorità all’idea stessa e al valore estetico unendo la pratica concettuale al polimaterico con interventi di Fiber Art. Sono storie cucite a mano di quelle di Lucy Ghionna che raccontano storie di donne, di Donna.
Antonio Basile così scrive: “Dopo un lungo periodo di confinamento, ritorniamo tra la gente. Dopo mesi di silenzio, di mancanza di sguardi, di carenza di rapporti umani, il desiderio di interagire con l'altro diventa necessità, necessità è anche ascoltare e farsi ascoltare al di là di uno schermo. “Sul Filo di una Storia”, la rassegna, organizzata da “Le Ali di Pandora”, ha questo intento: recuperare sguardi e ascolto e la possibilità di condividere anche attraverso estemporanee artistiche e poetiche la storia che ci viene raccontata.
In quest’evento, si inserisce la mostra di Lucy Ghionna, stimata docente di Decorazione nell’Accademia di Belle Arti di Lecce, “Sul Filo di una Storia”, che si inaugurerà venerdì 4 giugno a Lecce alle ore 19,00.
L’artista dà forma ad un progetto, che si traduce in opere polimateriche, grazie ad un “fare arte” che, raggiunge un alto valore espressivo, pregno di forte liricità e di quella tensione interna che è indicativa di chi vuol conoscere meglio se stessa ed il suo lavoro.
Dopo un periodo di approfondimento e di riflessione sulle tecniche e i materiali utilizzati, l’artista negli ultimi anni, dà vita a dei lavori che richiamano le motivazioni di fondo della nostra epoca; la violenza sulla natura operata dalla società tecnologica, la crisi della libertà degli esseri umani, la coscienza di una apocalisse imminente, la manipolazione messa in atto dai mezzi di comunicazione di massa, i cui prodotti ingenerano forte acquiescenza in luogo di conoscenza.
In questa mostra la Ghionna con i suoi lavori, riporta l’attenzione sulla donna in particolare, elaborando un linguaggio emblematico che è la risultante di revisioni e di verifiche eseguite alla luce di incalzanti problematiche artistiche. Un linguaggio che, sfugge ai luoghi comuni e corrisponde alla sincerità delle sue scelte.
Dalle opere emergono segni e linee, che costruiscono uno spazio ben delimitato da un orizzonte, presenze che rimangono sospese nel loro apparente “non senso”, e che comunque mantengono il loro ruolo di interpreti di una possibile storia.
Particolarmente suggestive si rivelano i lavori polimaterici che si sostanziano di interventi di Fiber Art, che sul filo della memoria ci raccontano storie di donne vissute in una società arcaica, che generava frequenti crisi esistenziali, che spesso si risolvevano nella violenza, oppure nell’esorcismo coreutico musicale, che era l’unico medicamento per le infelici tarantate.
Ma le storie cucite a mano di Lucy Ghionna, raccontano soprattutto del presente, delle difficoltà che incontrano le donne in una società come quella attuale, che spesso si macchia del sangue di vittime innocenti, alle quali è stata negata la vita.
A conclusione di questa breve nota, mi piace chiudere con le parole di Lucia, che così descrive la sua mostra: “Come un racconto uscito da ago e pennarelli i miei lavori sono cuciti a mano, come un rituale che mi rilassa. Nella mia arte tento di restituire le visioni del mio mondo interiore usando i Simboli Arcaici che accompagnano la vita della gente nel mondo effimero. Questi segni rappresentano allegria e lacrime, speranza e timore. Mi sono avvicinata alla Fiber Art per esigenza creativa, il filo si collega miracolosamente alla mia anima completando le mie rappresentazioni artistiche”.
Le opere di Lucia Ghionna in definitiva, sono delle geografie interiori, che esprimono l’ansia e l’inquietudine di un mondo sempre più alienato ed alienante”
scrive Alessandro Matteo:
Non amo l’autoreferenzialità e mi costa molto iniziare un testo con una considerazione che riguardi anche la mia esperienza personale. Eppure, in questo specifico caso, non riesco a trovare niente di più esplicativo da dire, per dare una idea a chi mi legge di chi sia Lucy Ghionna, se non che chi scrive questo testo, una decina di anni fa, l’ha avuta non come studentessa ma come docente.
Chiedere un testo critico a un ex allievo dimostra pienamente quanto questa donna, prima ancora che questa artista, abbia una attitudine vitalissima e pedagogica, nella più ampia e multidirezionale delle accezioni, verso l’arte in particolare e verso la creatività in generale.
In Lucy Ghionna il gesto artistico, adulto ed essenziale, si unisce alla capacità di estrapolare bellezza e significato da ogni ambito del vissuto con una attenzione che è in grado di trasformare quello che all’uomo comune appare inutile, superfluo, privo di importanza in materia pregna di senso, di personalità e di coerenza.
L’attitudine di Ghionna infatti è improntata a una urgenza di trasformare queste intuizioni artistiche, questi lampi di bellezza e senso colti in ogni ambito del vissuto in un linguaggio univoco e coerente.
Un gesto salvifico verso un mondo che altrimenti rischierebbe di finire nella pattumiera di una società sempre più distratta dalle next big thing. Destinata a sua volta a invecchiare nel giro di poche ore.
Non a caso il linguaggio di Lucy Ghionna si compone attraverso contrapposizioni.
Contrapposizioni tra segni veloci, urgenti per l’appunto, e una fase più lenta e ragionata, composta con tecniche che furono colpevolmente esclusive di un mondo femminile e artigianale. Tecniche che venivano non a caso relegate, anche dove di livello altissimo, alla dimensione domestica.
Contrapposizioni, sempre sapienti, tra campiture di colore accesissime, violente, che si stagliano su palette apparentemente più spente.
È Il colore stesso infatti, scorrendo in modo circolare o subendo dei tagli accesi e segnici, che porta l’occhio in luoghi nascosti a un primo sguardo; spazi dove il significato si fa meno immediato, più lento, ma anche più profondo e commovente.
Un universo segnico accompagnato da una ripetizione di simboli, come quello del cuore, che sembrano prove**re direttamente da una memoria collettiva fatta di ex voto e pale d’altare il cui colore si sfarina al passaggio delle dita: una dimensione di raccoglimento religioso delicatamente trasposta.
L’occhio di Ghionna infatti si muove tra la capacità di ricontestualizzare scampoli di oggetti e realtà, rendendoli estremamente affascinanti come quegli oggetti d’affezione tanto cari a Man Ray, e una riappropriazione degli spazi che ricorda da vicino il gesto dello street artist.
Ma se il graffitista (quelli della prima ora, da Basquiat ad Haring) è vicino per il segno tagliente, ricavato dal misticismo dell’arte preistorica, nel lavoro di Ghionna sovviene anche lo yarm bombing, recante anch’esso una volontà di utilizzo di un linguaggio “femminile” recuperato e mediato in modo destabilizzante.
Ghionna infatti, coi suoi lavori dalla dimensione raccolta, sembra volersi riappropriare, con la medesima attitudine dello street artist che tagga il palazzo abbandonato per sottrarlo all’alienazione della città, di uno spazio interiore rimasto rimosso; riscoperto in modo dolorosamente delicato.
Uno spazio di sacrificio e resistenza che, attraverso il gesto artistico, viene salvato e reso prezioso proprio per il lavoro e l’attenzione che hanno trovato nell’artista che l’ha composto.
Una resistenza artistica quieta, ponderata, ma priva di compromessi.
Un’arte che vuole riappropriarsi dello spazio vitale, urbano o dell’anima che sia, e che sembra escludere ogni forma di vita alienata.
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