30/03/2015
Di seguito l'articolo di Giovanna Villella che ha recensito "Il padrone" dopo la prima al teatro Grandinetti di Lamezia Terme:
MOLIÈRE ALL'OMBRA DEL VESUVIO
Attori di talento e messa in scena originale e dinamica per lo spettacolo “Il Padrone”
Sabato 21 marzo 2015, al Teatro comunale Grandinetti di Lamezia Terme, nell’ambio della 4°rassegna di
teatro in vernacolo “Vacantiandu”, la compagnia Teatro Bolivar diNapoli ha portato in scena lo spettacolo “
Il Padrone”, liberamente trattoda L’avaro diMolière, regia diRosario Giglio.
Il n**o palcoscenico: cantinelle e corde, americane, neri a vista ed elementi vari. Sulla destra un vecchio
lampione acceso (la luce della ragione?) e intorno, ammucchiati, oggetti vetusti e abiti di scena impolverati.
È il teatro nella sua essenza scarnificata, spoglio di scene e di décor che riproduce e amplifica un luogo “
altro”, un paesaggio interiore che da tempo, ormai, ha abiurato ogniumano sentire. È l’animo del Padrone,
Arpagone, “l’essere umano meno umano che c’è”per una messa in scena metateatrale tutta giocata sul
tema del “doppio”. Cosìil teatro, in una sorta di autorappresentazione abbatte le pareti e diventa spazio
aperto e fruibile in ogni angolo. Luogo di verità scenica e di finzione dove le storie si intrecciano e si
sovrappongono in un gioco di specchi e di rimandi magistralmente sottolineati da un disegno luci in cui
ombre e chiaroscuro irrompono sulla scena a rafforzare angoscia, speranza e senso della vita. Una sorta di
“callida iunctura”che culmina nella scena del furto della cassetta con lo straniante effetto psichedelico
lampeggiante e dinamico accompagnato da un tappeto sonoro contemporaneo in grado di provocare nello
spettatore una disinibita allucinazione. Tutto è allestito per suscitare coinvolgimento e spiazzamento nel
pubblico. Uno spettacolo in divenire che si costruisce nella compresenza di artefici e fruitori. Una mise en
abîme alla maniera di Pirandello per un classico del teatro francese tradotto in lingua napoletana. Una
sapiente riscrittura drammaturgica operata da Franco Cossu e da Rosario Giglio magistralmente condotta
su trame emotive che si contrastano e si arricchiscono a vicenda soprattutto nei conflitti generazionali
laddove alla lingua napoletana ricca di antica saggezza, colorita, vivace, sanguigna di Arpagone, della serva
Rachele, del factotumPetrosino o ancora della ruffiana Frosinafa da controcanto la lingua italiana, elegante
e ornata di metafore, delle coppie dei giovani innamorati Valerio/Elisa e Cleante/Mariana. Superba l’
interpretazione di Rosario Giglio. Il suo Arpagone è sì odioso, tirannico, egoista e avaro ma non è
completamente irredimibile. Nella sua goffaggine, nella sua comicità grassa si ravvisa una profondità, quasi
una tenera tristezza, che lo avvicina ai grandi personaggi tragici. La scena del pianto per il furto della sua
cassetta è scena di dolore autentico, è la fase acuta del lutto, quella dello “strappo”, dell’abbandono, della
consapevolezza della propria solitudine. Parla al suo denaro come ad una persona cara utilizzando la
grammatica dell’amore in un crescendo di panico, di follia e di paranoia che lo porta a sospettare persino
del pubblico, fino a recuperare la propria lucidità e a prodursi nel mirabile duetto con Valerio, il misurato,
compitoe (falsamente) accondiscendenteMassimo Pagano. Direttamente dalla commedia dell’arte la figura
di Petrosino, felice espediente registico per il ruolo del servo/tuttofare nella briosa ed effervescente
interpretazione di Sasà Palumbo che tra frizzi, lazzi, faccine e battute fulminanti è il degno deuteragonista di
cotanto Padrone nonché servo fedele e fidato del giovane Cleante interpretato da un convincente Ciro De
Luise che ci restituisce un personaggio forte e deciso a coronare “con ognimezzo”il suosogno d’amore. Di
contro, l’universofemminile portatoin scena induce ad una seria riflessione sull’emancipazione della donna
in seno alla società e alla famiglia. Femmine a tutto tondo, intriganti e aduse alla coquetterie, esperte nell’
arte della seduzione e inclini, naturalmente, alla dissimulazione. Avvolta in una stretta vedovanza e
aggrappata al ricordo del suo perduto amore Donna Ersilia, delizioso cammeo di Anna Pirolli, non vuole
rinunciare alle gioie della carne. Bella e piena di grazia, ma con lievi tracce di un evento traumatico non
ancora caduto nell’oblio, la Elena di Loretta Palo che dà prova di gran carattere nel confronto con il
padre/padrone. Pudicamente capricciosa e chiusa in un mutismo tradito dal corpo irrigidito e dalle mani
serrate in pugni silenziosamenteminacciosi la Mariana di Elisabetta Bevilacqua. Genuinamente popolana la
Rachele Camilla Aiello e deliziosamente ruffiana e manipolatrice la Frosina di Gingy Comune. Il sipario si
chiude su un bacio tra Arpagone e Frosina che, seduti suun baule - custode dei personaggi della commedia -
scongiura la solitudine a cui sarebbe statocondannato Arpagone e lo riabilita (in parte) come essere umano.
Buio in sala. Appalusi e ancora applausi.
Giovanna Villella