21/03/2026
Lo stupro, il suicidio e altre notizie.
di Dante Maffia
Nota di Maria Teresa Armentano
In primis, di questo libro di Dante Maffia stupiscono le foto che, inserite e slegate dal testo, segnano tappe importanti della sua giovinezza e della sua maturità, passaggi decisivi del cammino che lo hanno consacrato poeta accanto a scrittori famosi, e successivamente, insignito della medaglia d’oro alla Cultura, hanno sancito il suo ingresso nell’Olimpo dei Grandi. E’ come se il poeta con le foto collocate in questo libro avesse inteso rilevare che appartiene al mondo della cultura ma con la sua specificità di poeta al di fuori di ogni schema. Pensare di raccontare in versi fatti di cronaca cosi duri e frequenti come stupro e suicidio è affermare che la pienezza del verso può guardare a ogni realtà, superandola e consegnandola a una luce diversa che non sia quella spettrale e crudele della tragica notizia. L’Inferno che Dante Maffia racconta con i versi è quello di una vita spezzata dall’incomprensione, dall’inesistenza di uno sguardo tollerante, abbandonata agli eventi, è quella della violenza brutale contro il debole più facilmente preda della furia bestiale di un uomo che non ha più caratteristiche umane : non si può paragonare all’Inferno dantesco, cronologicamente distante, ma diviene prossimo al nostro tempo per la disumanità denunciata. In un suo libro sulla bruttezza Umberto Eco aveva fatto ricorso a iconografie che rappresentavano mostri, demoni e orripilanti immagini, ma la realtà di questo testo di Dante Maffia è molto più forte di quanto possano essere le visioni perturbanti di Eco. Nel diario di Genoveffa c’è una domanda che interroga il lettore. Valgono le parole? E se la parola, diventata completa e perfetta, si identifica nella persona , nessuno può capirla e assecondarla. Questa frase - scrive Genoveffa- nel suo diario prima di suicidarsi ma se la parola è senza corpo e senza anima, svuota di senso il pensiero, lo rende inutile e incomprensibile ai tanti che inventano parole vuote per evitare la comunicazione. Si ha l’impressione che anche il poeta guardi dalla finestra come Genoveffa e mentre Genoveffa volge lo sguardo verso la luna, la cui luce non abbaglia, ma rincuora come un’amica, il poeta guarda alla realtà di un mondo che, con le sue contraddizioni, non lascia spazi aperti da cui possa intravedersi un orizzonte. Eppure persino sulla tomba accanto a quella di Genoveffa la sorprendente affermazione che” la morte non ferma la vita” sposta la prospettiva e non impedisce al poeta / di andare oltre e di scrivere”… prendimi per mano melo/tu foglia incerta guidami/ci sarà un’orma che conserverà/ il mio n**o andare, o almeno un filo di luce/che possa parlare?/L’undicesima e la dodicesima sequenza di questo testo scandite in versi dal ritmo incalzante e rapido sconvolgono nel tentativo di rendere giustizia ai sogni di Genoveffa e alla sua stanchezza della vita “La finestra è spalancata,/ l’attimo favorevole./ il volo è incanto. /Il suicidio non è più tale ma un ricongiungersi con la natura, con il melo dai fiori bianchi, con la vigna e un passero per ritornare all’ordine naturale lontano dallo sconvolgimento creato dagli uomini.
Nel continuo avvicendarsi di notizie che riguardano l’uccisione delle donne e lo stupro di ragazze, il poeta traccia con bozzetti in un crescendo di versi travolgenti una vicenda che inizia con l’innocente vanità di una giovane donna Adelaide fiduciosa di tutti/non sfidava nessuno/camminava indifferente/ davanti alle vetrine. /Non era vanitosa, / le piaceva però specchiarsi. /Non è un peccato. / Ed è la giovinezza spontanea di una donna che attira il bulletto di periferia che si trasforma in mostro, giustificato dal ciarlare insulso di chi osa dire che ci sono colpe anche in chi subisce. Il poeta come su una scena teatrale fa rivivere sul palcoscenico l’orrore con le voci di tutti: gli attori principali, i rappresentanti della legge, i testimoni, i passanti fantasmi indifferenti, anonime anime vuote di chi crede di giustificare violenza e perversione, di chi ignora le urla e i gemiti , di chi lascia che la malvagità trovi la strada dividendo gli esseri umani in forti e deboli. E le parole del poeta…che sfizio c’è a prendere un dono/per sgualcirlo sporcarlo farlo pezzi/renderlo inerte. /Il gioco è un confronto/dovrebbe esserlo / nessuna scappatoia. / Questi pochi versi raccontano l’esaltazione dell’amore, il canto del cuore che si dona e in opposizione il nero della morte e l’orizzonte senza speranza per chi ha occhi putridi e opachi che sporcano la bellezza con il loro sguardo. Giusta la finale invocazione del poeta a Dio.
Dio, i balordi, /non nasconderli, / manda un fulmine/nel momento solenne della Messa./
Il testo, non più ispirato dalla cronaca, è un magma continuo di versi il cui fluire denso e incandescente brucia col suo calore anche a distanza. Versi surreali che talvolta indicano strade impervie da percorrere anche nei titoli e immettono su sentieri di un mondo rovesciato dove niente è più al suo posto e l’ordine sovvertito genera caos.
Il poema L’uomo che vuole essere pari a un Dio è una rincorrersi di domande di senso spesso senza risposta. L’interlocutore è Dio ma non il Dio misericordioso che preferiamo conoscere e amare piuttosto un Dio Lontano e incomprensibile. Straordinari versi che cantano questo confronto impari in cui l’uomo, e il poeta nella sua ispirazione nasconde il seme della Divinità , si sente vuoto a perdere. Vuoto a perdere/mentre le stelle cantano/lo sciagurato malessere della solitudine /o fanno la conta delle miche alle formiche, /ai malvoni che piantò mia madre /per chissà quale disperato ancoraggio/o la speranza. /In questo estenuante duello il poeta rivendica a sé la grandezza della Poesia con la P maiuscola, “l’importante non è quel che si dice ma il come”. Continua Maffia in questo incontro-scontro con una divinità di cui dubita perché permette che i ciarlatani occupino un posto nel mondo del Mistero e rendano la poesia Finzione.
La Menzogna si erge come un castello/e squama e reclama con tesi inadeguate/Dunque la vita è chiusa?/ Devo rinunciare al canto. / E’ la domanda che il poeta sembra rivolgere a se stesso e all’essenza stessa del vivere dentro la Poesia. Il suo è uno sguardo sul mondo in cui si mescola l’indignazione benefica di chi continua a combattere, pur sapendo di aver perduto la sua battaglia contro i mistificatori e i politici che hanno spacciato per verità ideologica i loro piccoli interessi. Tutti hanno cercato di porre al loro servizio, anche la Parola, anche la Poesia escludendo i resistenti, i pochi che hanno continuato a credere. In queste ottantaquattro scene Dio è testimone, interlocutore e avversario, troppi volti per riuscire a colloquiare con il Poeta che continua a tessere il suo canto, doloroso e triste, fiero e consapevole trasformato in voce della Poesia oltraggiata, vilipesa e confusa in un unico tormento col suo. L’immagine creata dai versi di Dante Maffia è di un dolore non fine a se stesso ma provocato e completato dalla volontà di lotta e di cambiamento. La Poesia è uno specchio d’acqua limpido in cui il Poeta s’immerge, ma è risucchiato sul fondo dalla melma che intorbida la trasparenza dell’acqua.
Il lettore in questa estenuante lotta non può che stare accanto al poeta e soffrire con lui per la bellezza perduta. Sembra quasi che questo poema sia stato scritto in concomitanza col testo precedente: violenza contro la donna, contro la Bellezza, contro la Parola che si fa canto e incanto. Le parole diventeranno fantasmi incapaci di cambiare una virgola della realtà.
La poesia: tragica farsa dell’effimero,/pretesa d’essere sole senza possederne/ una briciola realmente necessaria./…Il dubbio del poeta s’ingigantisce , tocca anche la sacralità della poesia che per lui è una fede. Allora si rivolge a Dio e il primo interrogativo è quello più drammatico: perché un Padre può permettere il male dei suoi figli? Ogni domanda è senza risposta e anche il Dubbio perde la sua forza se tutto si confonde in un indistinto che non ha vie d’uscita; unici ancoraggi la Bellezza e l’Amore. E quando è tempo d’autunno/ e scende a raffiche la distesa d’ombre, /il mare si consuma in nenie astratte, /e le ombre attutiscono il suono delle frenesie. /La Bellezza mi scuote le mani, mi dilata gli occhi/mi scardina ogni ammonimento/ e rompe gli argini./
Neppure la Bellezza e neppure l’Amore sono per sempre perché il Tempo è una variabile in grado di corromperle e renderle effimere. E le domande assumono un ritmo incalzante, una sequela di punti interrogativi che lasciano ogni cosa sospesa, persino ciò che dà respiro alla vita: il ricordo della madre, il suo volto e l’alba di Roseto; il poeta sembra arrendersi quando scrive questi versi: Migliaia di libri letti, notti insonni a scavare/ nel senso delle cose solo per sapere/che il senso è appena l’ipotesi/ la dispersa armonia/ che non trova ricetto. /
E le accuse diventano sempre più ossessive, sempre più insistenti in uno scenario che non nasconde più il Mistero e dove ogni strada porta all’annullamento di ogni senso.
Il poeta, infine, non può credere che il Dio di cui ha dubitato così a lungo, possa apparire nemico della Poesia e gli rivolge una richiesta che è anche preghiera… Dio, se davvero ci sei che la mia poesia diventi una carezza…
Si concludono nel solo modo possibile le 84 sequenze di versi che aprono gli occhi del lettore sull’ anima e sul cuore di Dante Maffia e lo lasciano sbalordito con gli occhi spalancati a scoprire quanto è ardua la via che conduce alla ricerca della Verità attraverso la Poesia.