Mi drogo..di Musica!

Mi drogo..di Musica! Nei momenti di difficoltà, invece di iniziare a bere o drogarmi, mi sono "fatta" di musica e invece di ammalarmi, sono guarita.

30/08/2026

Quando Dio decide di cantare Isa la sua voce secondo me ♥️

29/08/2026

"Senza i non ci sarebbe stato il metal e anche se ci fosse stato, avrebbe fatto schifo.
Erano qualcosa di più di un gruppo rock, erano una combinazione perfetta di passione, mistero e talento.
M’è sempre parso che fossero alla ricerca di qualcosa.
Non erano mai paghi, cercavano di buttarsi in esperienze sempre nuove. Erano capaci di tutto e chissà dove sarebbero arrivati se non fosse morto.
Rappresentavano la fuga da un sacco di cose. In quel che facevano c’era un elemento fantasy, anzi era parte essenziale del loro carattere, di quel che li rendeva importanti.
Senza i Led Zeppelin, fatico a immaginare tutta quella gente che va al cinema a vedere Il signore degli anelli.
Non erano amati dalla critica: troppo sperimentali, troppo estremi.
Fra il ’69 e il ’70 girava un sacco di musica strana e loro erano i più strani di tutti. Per me era più strambo persino di Jimi Hendrix.
Hendrix era un genio portentoso, Page un genio posseduto. I dischi e i concerti degli Zeppelin erano esorcismi. Hendrix, Jeff Beck ed Eric Clapton spaccavano i culi, ma Page stava a un altro livello, suonava in modo umano e imperfetto; sembrava un vecchio bluesman che si è calato dell’acido.
Ascolto i suoi assoli nei bootleg dei Led Zeppelin e mi ritrovo ora a ghignare e ora a versare lacrime; sentite una versione a caso di Since I’ve Been Loving You e vi scoprirete a ridere e piangere nello stesso tempo. Per Page, la chitarra non è solo uno strumento. È un traduttore di emozioni.
Quando suonava la batteria sembrava non sapesse che cosa sarebbe accaduto da un momento all’altro, pareva sempre sull’orlo di un precipizio.
Nessuno ha mai fatto qualcosa del genere e nessuno, credo, ci si avvicinerà mai. È e resterà il più grande batterista di tutti i tempi. Ho passato anni in camera mia – parlo davvero di anni – ad ascoltare le tracce di batteria di Bonham e a cercare di imitarne lo swing, il modo in cui restava indietro sul beat, la velocità, la potenza. Non volevo solo imparare a memoria quel che suonava, volevo ereditare il suo istinto.
Ho tatuaggi di Bonham ovunque: sui polsi, sulle braccia, sulle spalle. Me ne sono fatto uno a 15 anni: sono i tre cerchi che rappresentano il suo simbolo su Zeppelin IV e che erano riprodotti sulla sua grancassa.
Black Dog, da Zeppelin IV, rappresenta i Led Zeppelin al top della potenza rock, è l’esempio perfetto di quant’erano possenti.
Non avevano bisogno di grandi distorsioni o di suonare velocemente: erano heavy e bastava. Avevano pure un lato sensibile, una cosa che la gente tende a non prendere in considerazione perché li vede come animali rock, ma Zeppelin III era pieno di momenti belli e delicati. È stata la colonna sonora ai giorni in cui stavo mollando la scuola, lo ascoltavo ogni giorno sul mio Maggiolone e intanto riflettevo su quel che avrei fatto nella vita. Per un motivo o per l’altro, quel disco mi ha regalato un po’ di luce.
Li ho sentiti per la prima volta negli anni ’70 trasmessi da una radio AM. Era il periodo in cui Stairway to Heaven era popolarissima. Avevo 6 o 7 anni e stavo cominciando a sentire musica, ma solo con l’adolescenza sono arrivato ad ascoltare i primi due dei Led Zeppelin. Me li passarono dei fattoni. Ce n’erano un sacco nelle periferie in Virginia, col loro armamentario di musicle car, fusti di birra, Zeppelin, acidi, erba. Quando c’era uno di questi elementi, c’erano anche gli altri. A me però gli Zeppelin pareva avessero un che di spirituale. Frequentavo una scuola cattolica e stavo mettendo in dubbio l’esistenza di dio, però credevo nei Led Zeppelin. Avevo fede, ma non in senso cristiano: avevo fede nei Led Zeppelin in quanto entità spirituale.
Mi fecero capire che la musica proviene da un altro luogo e che gli esseri umani la canalizzano. Quella musica non veniva da un songbook, non da un produttore e nemmeno da un insegnante: veniva da quattro musicisti che la portavano in posti in cui non era mai stata, avevo l’impressione che venisse da un altrove. Ecco perché i Led Zeppelin sono il più grande gruppo rock di sempre. Non poteva essere altrimenti."

29/08/2026

"Febbraio 1997, Sanremo. Carmen Consoli sale sul palco del Festival nella categoria Aspiranti Campioni con ""Confusa e felice"", un brano dalle melodie oblique, lontano dagli standard sanremesi. La giuria non la capisce: viene eliminata dopo la prima notte.

Poteva finire lì. Invece è proprio da quella caduta che nasce il riscatto. Il 19 aprile 1997 esce l'album omonimo, e succede qualcosa che il Festival non aveva previsto: le radio lo trasmettono, il pubblico lo sceglie, e ""Confusa e felice"" prende una strada tutta sua. Il singolo arriva alla posizione 3 delle classifiche, l'album diventa disco di platino, vende oltre 120.000 copie e raggiunge la sesta posizione in classifica. Il verdetto della strada ribalta quello del Festival.

Non era la prima scommessa coraggiosa di Carmen Consoli: aveva scelto lei stessa di presentarsi con quel brano meno tradizionale al posto di uno più rassicurante, ""Diversi"". Una scelta che all'epoca sembrava un rischio, e che nel tempo si è rivelata la sua cifra. La stessa cantautrice catanese che a nove anni aveva iniziato a studiare la chitarra e a tredici già suonava nei club di Catania, diventerà nel 2003 la prima donna a esibirsi a livello nazionale allo Stadio Olimpico di Roma, e anni dopo la prima a vincere la Targa Tenco per il Miglior Album dell'anno.

""Confusa e felice"" resta il punto di svolta: il momento in cui un'eliminazione si è trasformata in una delle pagine più fortunate della musica italiana, a dimostrazione che il talento, quando è vero, trova sempre la sua strada anche fuori dai verdetti ufficiali.

Il coraggio di scegliere una canzone scomoda, più di ogni verdetto di giuria, è ciò che ha fatto grande Carmen Consoli."

29/08/2026

"Nel 1994 Manu Chao non aveva più una banda, non aveva più un indirizzo, e forse non aveva nemmeno più un piano. Mano Negra, il gruppo che aveva fondato nel 1987 fondendo ska, punk, reggae e musiche latine in quello che lui stesso chiamava ""patchanka"", si era appena sciolta dopo anni di tensioni interne. Il punto di rottura era arrivato durante un viaggio quasi f***e: una spedizione in treno dismesso attraverso la Colombia, tra selve dove nessuna band era mai arrivata prima, un'esperienza così estrema che il padre di Manu, il giornalista Ramón Chao, la raccontò in un libro intero.

Per quattro anni, dal 1994 al 1998, Manu Chao vagò per il mondo senza una casa. Collaborò con musicisti in Messico, Brasile, Argentina, Spagna, assorbendo suoni e storie ovunque andasse. Non stava inseguendo il successo: stava semplicemente vivendo. E fu proprio in quel vagabondaggio che nacque, quasi per caso, il disco che avrebbe cambiato tutto.

Clandestino uscì il 6 ottobre 1998, registrato quasi interamente da Manu stesso, in giro per il pianeta, con un piccolo laptop che nelle note di copertina chiamò ""Estudio Clandestino"". Nessuna grande promozione, nessuna etichetta importante dietro. Eppure quel disco arrivò ovunque: tra 3 e 4 milioni di copie vendute nel mondo, certificato Diamante in Francia, Platino in Italia. Il New York Times lo definì ""musica del XXI secolo"". Da musicista underground con una banda appena disciolta, Manu Chao diventò un simbolo globale, l'icona sonora del movimento antiglobalizzazione dei primi anni Duemila.

Ma quello che rende questa storia ancora più forte è cosa NON cambiò. Nonostante il successo planetario, Manu Chao continuò a rifiutare le grandi etichette discografiche, evitò i grandi festival estivi e lo sfarzo dell'industria musicale. Rimase fedele a un'idea di musica fatta di strada, di incontri veri, di quella stessa libertà che lo aveva portato a vivere senza casa per quattro anni. A volte le crisi più dure sono l'inizio di qualcosa di più autentico.

Poche carriere dimostrano meglio come la coerenza, non il successo, sia la vera misura di un artista."

23/08/2026

"Sapevi che la voce di Florence Welch, quella capace di riempire stadi e scuotere i palchi di tutto il mondo, è tecnicamente una voce da mezzo soprano? Lo confermano diversi esperti vocali, anche se non tutti d'accordo su come definirla esattamente: per molti è un lyric mezzo-soprano, per altri qualcosa di più drammatico. Un dettaglio da manuale di canto che racconta però solo una parte della sua storia.

Perché prima di essere la frontwoman di Florence and the Machine, Florence era una bambina che cantava in chiesa e negli spettacoli scolastici a Camberwell, Londra, in una famiglia di scrittori e accademici. A 14 anni si unì al gruppo locale The Toxic Cockroaches, poi al Camberwell College of Arts scoprì Ashok, una formazione che mescolava gypsy jazz e hip-hop. Il destino, però, la aspettava in un bagno di nightclub: un'esibizione improvvisata di ""Something's Got a Hold on Me"" di Etta James le fece incontrare il manager che le avrebbe cambiato la vita.

Nel 2007 nacque Florence and the Machine, il progetto formato con l'amica d'arte Isabella Summers. Due anni dopo arrivò ""Lungs"", disco d'esordio che conquistò il secondo posto nella classifica britannica e un Brit Award. Seguirono ""Ceremonials"", primo in UK, e ""How Big, How Blue, How Beautiful"", capace di scalare le classifiche su entrambe le sponde dell'Atlantico.

Ispirata da William Blake, Sylvia Plath e Virginia Woolf tanto quanto da Kate Bush e Patti Smith, Florence ha costruito un immaginario unico, fatto di voce, letteratura e teatralità. Il 2 febbraio 2014 ha smesso di bere alcol, una scelta di vita che ha affrontato con la stessa onestà con cui affronta la musica.

🎤 Una voce che gli esperti provano ancora a classificare, ma che il pubblico ha già imparato a riconoscere ovunque.

Pochi artisti riescono a fondere letteratura e voce come ha fatto lei, ed è questo a renderla insostituibile."

21/08/2026

"Lo odio perché non aveva mai toccato un basso in vita sua prima di entrare in quella band di Teignmouth, e nel giro di pochi anni è diventato uno dei bassisti più stimati della sua generazione.

Lo odio perché suonava batteria in una band post-punk locale, e quando Muse (allora The Rocket Baby Dolls) non trovava un bassista dopo due anni di tentativi falliti, ha semplicemente lasciato le bacchette e imbracciato il basso come se lo avesse sempre fatto.

Lo odio perché con Black Holes and Revelations ha ridisegnato il suo intero setup di amplificatori Marshall DBS 7400, smistando il segnale su canali diversi per mescolare distorsione Big M**f, distorsione Animato e suono pulito nello stesso momento, trasformando ogni linea di basso in un motivo melodico riconoscibile, non un semplice accompagnamento.

Lo odio perché nel 2004, dopo l'esibizione headline di Muse al Glastonbury Festival, si è preso i complimenti di Paul McCartney in persona.

Lo odio perché non si accontenta: scrive e canta lead vocals in due canzoni di The 2nd Law, passa alla chitarra in pezzi come Hoodoo e Unintended, si è messo alla batteria per Hey Molly, ha suonato basso per il progetto Moriaty, ha contribuito all'album postumo di Rick Parfitt e nel 2024 ha lanciato pure un progetto solista, Chromes.

Lo odio perché si è trasformato in un mentore silenzioso, trasformando la cantina di casa sua in uno studio dove registra musicisti locali, e perché l'Università di Plymouth gli ha dato un dottorato onorario in arti come se non bastassero già i palchi di tutto il mondo.

E io lo odio doverlo ammettere, ma Chris Wolstenholme è la prova che il basso, in mano giusta, non accompagna la canzone: la scrive.

Chris Wolstenholme dimostra che il talento vero non ha bisogno di partire da zero esperienza, ma solo dal coraggio di reinventarsi."

20/08/2026

Un piccolo mistero che accompagnò la band fin dai suoi esordi al Gold Dollar bar di Detroit, il 14 luglio 1997, appena due mesi dopo che Meg aveva imparato a suonare la batteria.

Il nome del duo nacque da un dettaglio quasi tenero: il gusto di Meg per i caramelli rossi e bianchi alla menta. Da lì una carriera costruita con un'estetica essenziale, fatta di chitarra, batteria e voce, capace di conquistare prima la critica britannica con l'album di debutto ""The White Stripes"" (1999), poi il mondo intero con il terzo disco, ""White Blood Cells"" (2001).

Ma il fatto forse più sorprendente riguarda ""Elephant"", l'album del 2003 che li consacrò definitivamente: oltre quattro milioni di copie vendute, primo posto nella classifica britannica e un Grammy Award. Fu registrato interamente ai Toe Rag Studios di Londra usando solo apparecchiature analogiche a nastro reel-to-reel, senza l'ausilio di un solo computer, né in fase di registrazione, né di missaggio, né di mastering. Un'operazione quasi artigianale che diede vita a ""Seven Nation Army"", il riff che sarebbe diventato un inno cantato negli stadi di tutto il mondo.

La band si sciolse ufficialmente il 2 febbraio 2011, dopo sei album in studio e un percorso che dal garage rock di Detroit li aveva portati ai vertici delle classifiche globali. Nel 2025 è arrivata una notizia che chiude idealmente il cerchio: la loro selezione per l'induzione nella Rock and Roll Hall of Fame, riconoscimento a una delle storie più originali e influenti del rock degli anni Duemila.

🥁🎸

Pochi dischi hanno dimostrato come il minimalismo, se autentico, valga più di ogni sovrapproduzione."

16/08/2026

All'inizio degli anni Novanta, a Burnage, un sobborgo operaio di Manchester, quattro ragazzi appassionati di musica decisero di mettere insieme una band chiamata The Rain: Liam Gallagher alla voce, Paul "Bonehead" Arthurs alla chitarra, Paul "Guigsy" McGuigan al basso e Tony McCarroll alla batteria. Liam, che aveva appena iniziato a scoprire il proprio talento vocale e una naturale presenza scenica, decise ben presto di cambiare il nome del gruppo in Oasis, prendendo ispirazione da un poster dei fratelli Inspiral Carpets appeso nella stanza che condivideva con il fratello maggiore Noel.
Nel frattempo, Noel Gallagher lavorava come tecnico di tournée e assistente proprio per gli Inspiral Carpets, viaggiando per il mondo e accumulando nel cassetto decine di testi e melodie composte in solitudine. Tornato a Manchester nel 1991, Noel assistette a una delle prime esibizioni dei compagni del fratello al Boardwalk club; pur trovando la band grezza e musicalmente acerba, intravide il carisma magnetico di Liam e intuì il potenziale del progetto. Decise così di unirsi al gruppo, ma a una condizione non negoziabile: avrebbe assunto il controllo creativo assoluto della band, diventando l'unico autore delle canzoni e il chitarrista solista.
Per mesi il quintetto si chiuse in una stanza umida a provare senza sosta, plasmando un sound che fondeva l'energia del rock anni Sessanta e il fascino melodico dei Beatles con l'attitudine sfrontata e ribelle della classe lavoratrice britannica. La svolta definitiva arrivò nel maggio del 1993, quando la band noleggiò un furgone per raggiungere Glasgow e suonare al locale King Tut's Wah Wah Hut, costringendo i gestori a farli esibire prima del concerto principale. Quella sera, tra il pubblico, era presente Alan McGee, capo dell'etichetta indipendente Creation Records, che rimase folgorato dalla loro potenza sonora e offrì loro un contratto discografico sul posto, dando formalmente inizio all'avventura che avrebbe reso gli Oasis il fenomeno di punta del Britpop e una delle band più celebri al mondo.

14/08/2026

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