15/06/2026
Nel castello di Favale, in Basilicata, Isabella di Morra scrisse alcuni dei versi più dolorosi del nostro Cinquecento. Poi i suoi fratelli la uccisero.
Aveva passato quasi tutta la vita chiusa lì dentro, in una terra aspra, lontana dalle corti dove la poesia girava fra nobili, umanisti e protettori. Il padre era in esilio in Francia, la famiglia viveva sotto una pressione continua, e Isabella crebbe in una solitudine che nelle sue rime si sente tutta. Non è una posa letteraria. È una stanza vera, una finestra stretta, una giovane donna che capì molto presto quanto fosse piccolo il mondo che le avevano lasciato.
A condannarla bastò una corrispondenza sospetta con Diego Sandoval de Castro, barone di Bollita, il paese vicino. Le lettere esistettero. Il resto sfuma. Che fosse un amore, un’intesa intellettuale, o semplicemente un contatto giudicato intollerabile, le fonti non permettono di dirlo fino in fondo. Ma ai fratelli non servì una prova piena. Bastò il sospetto.
E questa è la parte che fa più male. Isabella non fu colpita dentro una grande tragedia di corte, né dentro una leggenda cavalleresca. Fu schiacciata in casa, da un potere familiare che decideva il confine fra obbedienza e colpa. Una donna che scriveva, pensava, e mandava parole oltre i muri poteva già sembrare pericolosa.
Nei suoi sonetti non c’è il tono levigato di chi compone per salotto. C’è un dolore secco, personale, quasi ruvido. C’è Favale come prigione dell’anima. C’è la coscienza lucidissima d’essere nata in un luogo e in un tempo che non le concedevano scampo. Per questo, quando la si legge, Isabella sembra vicinissima. Non parla da statua. Parla da persona viva.
Per secoli restò una figura laterale, letta dagli studiosi ma poco conosciuta fuori. Poi Benedetto Croce contribuì in modo decisivo a riportarla al centro dell’attenzione moderna, leggendo nei suoi versi non un semplice episodio locale, ma una voce unica della nostra letteratura. E in effetti è questo che colpisce ancora oggi: da una vicenda privata, chiusa e feroce, uscì una poesia che non si lasciò seppellire.
In fondo, i fratelli riuscirono a toglierle la vita, non la voce. E non è una frase fatta, qui. È il punto.
Morì isolata.
Scrisse come poche.
Fu uccisa in casa sua per aver oltrepassato un confine invisibile.
In breve:
— Isabella di Morra fu uccisa dai fratelli a Favale, oggi Valsinni, intorno al 1545-1546.
— La causa immediata fu una corrispondenza sospetta con Diego Sandoval de Castro, ma un amore vero non è dimostrabile con certezza.
— La sua poesia, oggi considerata fra le più intense del Cinquecento, tornò al centro dell’attenzione critica anche grazie a Benedetto Croce.