01/06/2026
Buongiorno a Tutti! Questa volta Vi invito a partecipare alla presentazione del Libro di Mariadelaide CUOZZO- "Memoria e attualità di Carlo Levi", come da locandina allegata.
A questo punto vorrei citare G. Falaschi in Ed. Il Mulino-Rivista Trimestrale (appunto sull'attualità ineludibile del pensiero Leviano).
CINQUANT’ANNI SENZA LEVI-di Giovanni Falaschi.
….”Levi non ricorda le parole ma le figure: il ritratto prevale sul dato saggistico e dal ritratto si deve cogliere l’interiorità
A partire dal 1938 le cose precipitano: le leggi razziali in Italia, poi l’attacco nazista alla Polonia. Levi deve nascondersi. Va in Francia, scrive Paura della libertà, che uscirà nel 1946 da Einaudi, probabilmente sull’onda del successo di Cristo si è fermato a Eboli (1945). Calvino lo recensirà non proprio favorevolmente, ma vent’anni dopo, nel 1967, ecco come lo stesso Calvino inizierà il breve saggio La compresenza dei tempi: “Un libro da cui deve cominciare ogni discorso su Carlo Levi scrittore è Paura della libertà”.
Il capitolo più bello di Paura della libertà s’intitola “Massa”. Gli individui – osserva Levi – hanno cessato di esistere, sono diventati strumenti di guerra nelle mani degli Stati, la cui lingua sacra “sostituisce ai nomi, che hanno perso il loro senso, i suoi nomi religiosi e simbolici: e sono numeri, tessere, bandiere, bracciali, divise, insegne, galloni, decorazioni, carte d’identità, espressioni rituali della fondamentale idolatrata uniformità”.
“Perduti in città sempre più grandi, gli uomini vivono l’uno accanto all’altro senza conoscersi, perdendosi nella somiglianza senza limite. La città cresce ai margini [...] L’aspetto dei sobborghi è tragico di polverosa indeterminatezza. Terreni vaghi si coprono d’erbe e di steccati, nascono in mezzo ai prati muri bianchi, nella squallida incertezza tra una città non più ordinata e una campagna non più fruttifera. Questo paesaggio informe non mostra né il senso delle cose umane, né quello della natura, ma quello soltanto di una vita incerta e dappertutto uguale […] Le strade, le case, non finiscono, ma confinano con terre altrettanto indefinite: è il luogo di una gente senza storia e senza ricordi, sradicata da ogni determinazione, e dal preciso colore di una particolare speranza”.
In questo mondo alienato anche “il lavoro si divinizza, in tecnicismo e organizzazione”, e gli operai non sono collaboratori ma “strumenti”. La tecnica, che è l’arte dell’inventare e del fare umano, diventa tecnicismo segreto, non più arte:
“Le opere umane, che sono pure un linguaggio di oggetti, una poesia di cose, diventano impossibili a un mondo anonimo, cioè senza nome, senza parola, incapace di esprimersi, che può cioè faticare e pregare, ma non creare. Perciò gli oggetti diventano meccanici, espressioni religiose e ripetibili, opere divine”.
E l’arte? Il 1° luglio del 1942 Levi completa Paura della libertà con un breve scritto dal titolo Paura della pittura. Parigi è da due anni occupata dai tedeschi. La grande arte astratta era il frutto della crisi del mondo e dell’uomo, l’oracolo “di un pericolo mortale”. L’uomo vive in un universo che non gli appartiene, dominato dal terrore, perciò anche l’arte non è più in grado di rappresentarlo. Il senso della pittura contemporanea – conclude Levi – sta quindi appunto nella “paura della pittura”. Picasso e gli altri astrattisti “hanno creato le immagini della desolazione contemporanea”. Giudizio lapidario che Levi non cambierà per il resto della sua vita, tanto da dedicare varie pagine a Picasso poco prima di morire, nel Quaderno a cancelli (1979).
Se ne deduce che questa è la responsabilità che Levi attribuisce a sé stesso: vedere con occhio diverso…”
Alla prossima.