23/10/2026
S’inaugura sabato 31 ottobre alle ore 17:00, nelle suggestive sale di Palazzo Stella a Genova, la mostra personale “La città delle ombre” di Danila Malatesta, a cura di Flavia Motolese. La mostra resterà aperta fino al 14 novembre 2026 con orario dal martedì al sabato 15:00–19:00.
Nei caruggi lo sguardo sale prima di andare avanti, cercando lo spicchio di cielo che si apre, quando si apre, tra due file di facciate che quasi si toccano in alto. È in questa strettoia che nasce l’ombra tipica del centro storico genovese: non un’assenza di luce, ma una sostanza a sé, un cuneo netto che taglia lo spazio. Le opere a matita di Danila Malatesta partono esattamente da qui, da questa geometria elementare di luce negata e luce filtrata, per costruire un intero vocabolario visivo. La scelta della matita su cartoncino non è secondaria. Rinunciando al colore, salvo rare eccezioni, l’artista si consegna interamente alla scala dei grigi e fa del chiaroscuro il vero soggetto dell’opera. Ogni sfumatura è costruita con una gamma di grigi calibrata con estrema pazienza. È il rigore che Malatesta applica a intonaci, fili elettrici, persiane consumate, nessuna superficie viene semplificata. Ne risulta una fedeltà quasi ostinata alla materia, coerente con un tema, quello della luce genovese, che si gioca tutto nella gradualità, mai nel contrasto netto. L’ombra, quindi, permette alla luce di manifestarsi perché è attraverso ciò che viene sottratto che l’occhio riconosce ciò che resta, e ne coglie la qualità.
C’è una dinamica visiva che attraversa l’intera mostra, quella di una commistione puntuale fra antico e nuovo. Il tempo, in queste opere, non si succede, si sovrappone. L’ombra non è soltanto un fenomeno ottico, ma quasi un’eco di ciò che resta del passato. Lo sguardo evita tanto la nostalgia compiaciuta quanto la cronaca fredda, e a tenerlo in equilibrio è un’ironia sottile: quella di chi guarda la città con affetto, ma senza reverenza, e ne coglie le convivenze improbabili, le incongruenze e le piccole stranezze. Accanto a questa arguzia, resta la cura quasi maniacale con cui ogni crepa, ogni stratificazione viene restituita, come si fa con ciò che si vuole trattenere prima che cambi ancora o svanisca. Nel tessuto urbano è quasi totale l’assenza della figura umana, colmata però da tracce continue della sua presenza. Nessuno compare esplicitamente, eppure le opere sono piene di indizi di chi è appena passato o sta per tornare: la città-teatro, allestita e in attesa. Ricorre, inoltre, come motivo compositivo, la soglia - finestre, archi, portali - che trasforma ogni disegno in un’immagine costruita sul limite fra dentro e fuori, fra visibile e nascosto, coerente con l’esperienza fisica del camminare nei caruggi, fatta di continue interruzioni e aperture improvvise. Anche le dimensioni contenute delle tavole rispondono a una scelta coerente, obbligando lo sguardo alla stessa prossimità fisica che il vicolo impone al corpo. Ciò che Danila Malatesta mette in scena, opera dopo opera, è l’atto stesso del vedere: un’operazione che la matita, per sua natura lenta e indiziaria, sa restituire, meglio di ogni altro mezzo, l’anima più autentica e nascosta di una città che si lascia scoprire solo a chi ha la pazienza di guardarla davvero.