Garda Musik Week

Garda Musik Week Festival di musica classica / Classical music festival

Alle recensioni di dischi e concerti sono abituato ormai da una vita. Ma a quelle de'miei scritti assolutamente no! Allo...
29/10/2024

Alle recensioni di dischi e concerti sono abituato ormai da una vita. Ma a quelle de'miei scritti assolutamente no! Allora qui ci vuole un grande GRAZIE a Luca Segalla, che dalle colonne del numero di novembre della rivista MUSICA parla del mio Scarlattino con una gentilezza fuori dal comune. Ne sono, ovviamente, molto lieto! / I have been used to reviews of CDs and concerts for a lifetime, but not to those of my writings. Thus, I owe a huge THANK YOU to Luca Segalla, who penned an extremely kind review of my Scarlattino from the columns of MUSICA. For my faraway friends, here is a (rough) English translation:

Sandro Ivo Bartoli, Domenico Scarlatti. "Live Happily". The life and works of Scarlattino, Knight of St. James, Zecchini Publishing, Varese, 2024, 389 pp.

A Tuscan from Vecchiano who lived in London for many years, where he studied with piano legend Shura Cherkassky, pianist Sandro Ivo Bartoli dedicates to Domenico Scarlatti's 555 Sonatas a volume penned with the creative flair of an adventurous interpreter - he is a lover of fine cuisine and literature whose repertoire spans from Frescobaldi to the XXth Century passing through Liszt and Busoni - and with the passion of a pianist who is totally in love with his hero.

Love is indeed the case here, as evidenced by the character of the book which, without being a study, easily surpasses the boudaries of a simple divulgational exercise with its rich documentation and the punctuality of its historic and musicological analysis.

Bartoli's love for Scarlatti comes from afar, but it was during the pandemic that it became all-encompassing when the Tuscan pianist video recorded all the 555 Sonatas, one a day, making them available on YouTube. The book stems from that experience, and reads with the agility and sapidity of a spoken narration. In the beginning Bartoli traces with quick strokes of the pen the opulence of Naples in the late XVIIth century: a city imbued in music, where on October 26th 1685 Domenico Scarlatti came into this world. For his education, his father Alessandro (who was an illustrios opera composer) wrote the 30 Toccatas, and for his career interceded with Princes and Prelates. At 15 Domenico was already a mature musician, at 28 he became Chapelmaster at the Vatican, and in November 1719 he landed at the Portuguese Court in Lisbon.

Bartoli moves with confidence through the sketchy biography of Scarlatti, amidst few undisputable facts and many conjectures, making sure that even the non specialist reader can follow him every step of the way. He also tackles technical issues, such as the instrumental destination of the Sonatas; initially considered pure harpsichord music since Ralph Kirkpatrick's pioneering study from the 1950s, they were perhaps also intended for the piano once we consider that in Maria Barbara's royal residencies there were harpsichords and pianos.

The last third of the volume is devoted to the description of the 555 Sonatas, one by one: these are extremely enjoyable accounts, a kind of guide in which the lightness of divulgation goes hand in hand with the musicological competence of the author.

Luca Segalla

Gli è vero che un musicista dovrebbe studiare, ma gli è anche vero che spesso il musico debba dedicarsi ad altre faccend...
24/10/2024

Gli è vero che un musicista dovrebbe studiare, ma gli è anche vero che spesso il musico debba dedicarsi ad altre faccende. Oggi, per esempio, mi sono trovato a scartabellare l'archivio online del Gruppo Aperto Musica Oggi, la storica compagine dell'avanguardia fiorentina. E cosa mi salta fuori? Il programma di un mio concerto alla Sala Vanni il 3 novembre 1994: quasi trent'anni fa! Come sempre succede quando ci capita davanti una pagina ingiallita del nostro diario, i ricordi fioccano come la neve in una tormenta! A quel concerto c'era il mia babbo, e c'era anche il mio amato Maestro Cardini che da dietro le quinte mi incoraggiava a riproporre il Novecento Storico italiano. Coincidenza volle che, lasciato Cardini, a Londra avevo trovato un'altro Maestro, Shura Cherkassky, che similmente mi spronava a fare “i tuoi italiani”. Malipiero lo avevo appena inciso per la ASV, Casella lo avrei fatto l'anno dopo, ma Busoni era allora il più entusiasmante: dal primo incontro con la sua trascrizione della “Ciaccona” di Bach, la scoperta delle sue pagine originali fu inebriante e tremendamente educativa (e prima di incidere quei lavori, passeranno una quindicina d'anni). Con un po' di tristezza constato che di quei Signori non ne esiste più alcuno, segno che la mia vecchiaia avanza inesorabilmente (com'è giusto che sia). Il concerto ebbe una bella recensione di Daniele Spini, allora critico musicale de La Nazione e oggi personaggio di spicco nel panorama musicale italiano, che invece per fortuna è vivo e vegeto e che saluto con un pizzico di nostalgia.

In questi giorni mi capita spesso di ripetere la frase “tutta colpa di Zecchini”, e chi mi segue sa perché: è da poco us...
07/10/2024

In questi giorni mi capita spesso di ripetere la frase “tutta colpa di Zecchini”, e chi mi segue sa perché: è da poco uscito il mio libro dedicato a Domenico Scarlatti, e in tanti mi chiedono perché lo abbia scritto. “Tutta colpa di Zecchini”, rispondo lesto, perché è la verità. E proprio per colpa di Zecchini mi rendo conto che oggi sarebbe il 114° compleanno di Shura Cherkassky. Il mio Maestro. Pochi giorni fa ho salutato da queste pagine un altro Maestro, Giovanni Barsanti, che fu fondamentale alla mia crescita musicale. Shura, però, fu un'altra cosa. Guidato da chissà qual spirito gentile, mi prese per mano quando annaspavo in quel limbo che separa la vita dello studente da quella del concertista, e come Virgilio fe' con Dante m'indicò la via da seguire. Erano i primi anni Novanta del secolo scorso e Londra, ove entrambi abitavamo, era uno dei centri musicali più ferventi e importanti del globo. Vi erano non meno di quattro orchestre di livello mondiale, una decina di sale da concerto perennemente piene, agenzie potentissime, case discografiche, radio dedicate, giornali e riviste. Pareva il centro dell'universo. A quell'epoca regnava sovrano un modo di far musica che s'era andato affermandosi sin dal secondo dopoguerra. I “guardiani del testo”, come alcuni di loro si definivano, avevano spopolato con letture rigide, ligie al segno, e illuminate da serii studi filologici. Sovente capitava di ascoltare Alfred Brendel in programmi “tutto Mozart”, o Sir Andras Schiff in “tutto Schubert” o “tutto Bach”, Maurizio Pollini in “tutto Beethoven”. E Cherkassky, invece, cosa faceva? Iniziava i suoi concerti con la Gavotte variée di Rameau (ma nella riscrittura – selvaggia – di Leschetizky), o con una Suite de piéces di Lully (ma che invece era roba di Loeillet. Quando glielo fecero notare, rispose candido che sulla parte c'era scritto “Lully”). Poi venivano i grandi romantici: gli Studi Sinfonici o il Carnaval di Schumann, la grande Sonata in La maggiore di Schubert, la Sonata di Liszt. La seconda parte s'apriva spesso con qualcosa di più moderno: i Tre movimenti da Petroucka di Stravinsky, gli Encores di Luciano Berio, i Klavierstuecke di Stockhausen o la Thre Page Sonata di Charles Ives, prima di tornare indietro nel tempo e proporre Rachmaninov, Tchaikovsky, Chopin... Attendere un concerto di Shura era un'esperienza indimenticabile. Vetusto e mingherlino, saltabeccava al pianoforte lesto, un rapido inchino, e subito attaccava a suonare. All'occhio saltava subito l'estrema libertà del gesto, con quelle mani sempre in aria ad attaccare il tasto dall'alto (a volta parevan proprio “danzare” sulla tastiera), ma era l'orecchio che riceveva – dalla prima nota – un colpo da KO. Il pianoforte non pareva più neanche un pianoforte: un suono di una tale bellezza da apparire trasfigurato in un qualcosa di superiore ed eterno. Unico. Alcuni ne attribuivano la paternità al suo apprendistato con Jozef Hofmann, ma Shura stesso ne era dubbioso. Semplicemente, come soleva dire, “io suono come suono”. Trovateci il verso voi. Le letture erano, invariabilmente, governate da un istinto musicale fantastico. Ritmi all'apparenza vagheggianti i quali, oltre ad irritare i puriati, miracolosamente trovavano la loro quadratura in un disegno di più ampio respiro. La sensazione di assoluta libertà si rispecchiava anche nell'approccio al testo, che conosceva a menadito e studiava costantemente ma che non aveva remore a “ricreare”, a volte sul momento, con vertiginosi cambi di dinamica e agogica. Chiaramente, un approccio così creava grattacapi ai direttori d'orchestra più intransigenti, coi quali spesso si trovava ai ferri corti. Ricordo un'occasione in cui il suo agente lo supplicava di guardare il direttore. “Shura, devi guardare il direttore”. “Perché?”. “Ma come perché? Così riesce a prenderti per andare insieme”. “Non ha ancora imparato, a questo punto?”, e avanti così, dritto per la sua strada, fiero d'un modo di far musica che forse apparteneva ai tempi andati, ma che puntualmente nelle sue mani si rinnovava e rinvigoriva in un meraviglioso moto perpetuo. Che suonasse l'Op. 111 di Beethoven o le Irish Washerwoman's Variations di Mildred Cooper faceva poca differenza: il suono ammaliante, il virtuosismo mozzafiato, la libertà interpretativa eran palesi da subito. Era un essere misterioso, Shura Cherkassky. Quando se ne andò, il 27 dicembre del 1995, nella mia vita lasciò un vuoto incolmabile e quelli, direte voi a ragione, sono affari miei. Ma il vuoto più grande, credo, lo lasciò nei palcoscenici di tutto il mondo, orfani d'un Musicista che era dentro e fuori dal tempo, che c'era e non c'era in un gioco di luci ed ombre sempre vivo e pieno di sorprese, e che pareva onnipotente. Come un Dio.

Quando avevo quindici anni, o giù di lì, ogni settimana risalivo il corso del Serchio alla volta di Lucca. Ma no, cos'av...
01/10/2024

Quando avevo quindici anni, o giù di lì, ogni settimana risalivo il corso del Serchio alla volta di Lucca. Ma no, cos'avete capito? Mica ci andavo in barca (il Serchio non è navigabile, e a Ripafratta ci son le cascatelle): da Vecchiano la mia mamma mi accompagnava alla stazione di San Giuliano Terme, ove prendevo un trenino che accarezzava i piedi a quelle colline che un tempo eran state teatro di acerrime battaglie tra Pisani e Lucchesi (e ancor oggi son punticchiate di torri e castelli, perlopiù in rovina), prima di infilarsi nella piana di Lucca, ove abbandonavo il treno al suo destino. Poscia, lesto camminavo verso Piazza San Ponziano, dove allora aveva sede il Conservatorio di musica "L. Boccherini", allora Istituto Musicale Pareggiato. Colà mi toccavano le solite cose del Conservatorio: strumento, Armonia e Contrappunto con la Professoressa Caltabiano Maffei, Storia della Musica col Professor Renzo Cresti, ma quel che infiammava l'entusiasmo della mia giovane mente erano le lezioni di Musica da Camera con il Maestro Giovanni Barsanti: occasioni memorabili, ove la musica si faceva e si imparava per davvero da un Signore che l'aveva fatta e la sapeva fare. Personaggio imperdibile, ghiotto delle belle cose della vita, col suo vocione riempiva le stanze e i corridoi del Conservatorio, e quando perdeva le staffe (affare mica tanto raro) pareva che le vetuste mura dell'ex convento tremassero di paura. Ma sotto quella scorza di apparente ruvidità giaceva un animo nobile, buono e generoso. Con tutti, anche coi piccioni che appestavano la piazza del Conservatorio e ai quali mai faceva mancare qualche tozzo di pane, ma soprattutto con noialtri studenti. Ci aveva ribattezzati, senza pietà, coi suoi soprannomi (il mio era "Bartolotti", storpiatura di "Bartoletti", allora prominente giornalista sportivo come il mio babbo), e non mancava mai di impreziosire le sue lezioni con qualche battuta di spirito, bonarii sfottò che immancabilmente allentavano la tensione che si prova quando si cerca di migliorarsi. A volte veniva fuori con paragoni azzeccatissimi, proferiti con l'immancabile accento pietrasantino: “Ho detto il canto dell'angelo! Non il rònzo dell'ape!”. Ma non era certo una macchietta, il Maestro Barsanti. In gioventù aveva studiato al Mozarteum con il grande violinista Váša Příhoda, dal quale aveva ereditato una tecnica dell'arco meravigliosa, per poi imbarcarsi in una promettente carriera solistica. Ricordava con entusiasmo un giro di concerti in Spagna, ove aveva fatto ascoltare i concerti di Vivaldi. Era stato in diverse città, ma era Pamplona, dove aveva saggiato il micidiale vino Rioja, il posto del quale serbava un ricordo particolarmente affezionato. La vita lo portò a suonare nell'orchestra del Maggio Musicale Fiorentino prima, e ad insegnare a Lucca poi. Sotto la sua guida, col violinista Enrico Bernini e il violoncellista Massimiliano Redi formammo un trio che si difendeva: Schubert Op. 99, Mendelssohn Op. 49, Haydn “Lo zingaro”, e tutti avevamo le parti imbrattate dai segni bruschi del Maestro che, perlopiù, dicevano una cosa sola: “CANTATE”! Il Maestro Remo Pieri ha ricordato che una delle sue massime era “Largheggiare è da grandi”. Aveva, ovviamente, ragione e tutti noi, credo, abbiamo cercato di far tesoro del suo insegnamento. A me toccò anche l'onore di accompagnarlo in diversi recital su e giù per la Toscana. Uno, memorabile, fu a Civitella in Val di Chiana, organizzato dal compianto Maestro Mario Fidel. Sonate di Beethoven nella prima parte, e pezzi virtuosistici di Paganini, Wieniawski e Sarasate nella seconda. In questi ultimi, Barsanti sprigionava non solo un non comune virtuosismo: dalle sue letture veniva fuori la sua gioia di vivere, di far musica e di condividerla in un “rito” di bellezza che solo i grandi sono in grado di sentire e di ricreare. Quando, dopo un paio d'anni, arrivò per me il momento di lasciare Lucca, decisione difficile e sofferta ma necessaria, non esitò un attimo: “Mi dispiace, ma fai bene. Vai via, e fatti valere. Se hai bisogno, sono qui”. Lo rividi diverse volte, anche quando, anni dopo, vivevo a Londra. Conoscendolo, gli portai una bottiglia di buon whisky scozzese e lui, lesto, non p***e l'occasione per apostrofarmi con un sonoro “o bischeraccio”. Ora quel Maestro che così tanto a suo tempo ci dette non c'è più. In tanti, credo, gli siamo debitori. Io di sicuro. E nel porgere le mie condoglianze alla sua famiglia, auguro al mio Maestro Barsanti che la terra gli sia lieve. Grazie, Maestro. Di tutto.

Tra qualche ora salirò su un altro treno. Stavolta per Cremona, ove domani pomeriggio alle 16 presenterò il mio libro “V...
27/09/2024

Tra qualche ora salirò su un altro treno. Stavolta per Cremona, ove domani pomeriggio alle 16 presenterò il mio libro “Vivi Felice” nel modo più consono: facendo ascoltare una decina di Sonate dell'amato Domenico prima di chiacchierare un po' di lui con Giulia Vazzoler. Siccome questo è il mio primo libro, di presentazioni e affini son digiuno (di suonare, Scarlatti ed altri autori, un po' meno). E sicché, alla mia età, rieccomi avvolto da un clima di debutti, di quesiti, di tentennamenti. Mai prima d'ora, credo, ho sentito così forte il motto “ci salverà la musica”... Chi sarà a Cremona Mondomusica, se ne avrà voglia, venga a salutarci. Ne faremo tutti molto caso. / In a few hours I will board yet another train. This time to Cremona, where at 4 PM tomorrow I will present my book “Live happily” in the most appropriate way: by playing 10 Sonatas of my beloved Domenico and then talking a little about him with Giulia Vazzoler. As this is my first book, I am totally unaware of the going ons of a literary presentation (less so of playing in public, Scarlatti or other composers). So, at my age, here I am again in a climate of debuts, of questions, of hesitations. Never before now, I believe, have I falt the motto “music will save us” more strongly... Those who will be in Cremona tomorrow are cordially invited to coma and say hello. We'll all be happy to see you.

Nelle ultime settimane ho riempito pagine e pagine di appunti. Dovevo scegliere qualche Sonata di Domenico da far ascolt...
21/09/2024

Nelle ultime settimane ho riempito pagine e pagine di appunti. Dovevo scegliere qualche Sonata di Domenico da far ascoltare a Cremona, la settimana prossima, per presentare il mio “Vivi Felice. Vita e opere di Scarlattino, Cavaliere di San Giacomo”. Mai come questa volta ho durato fatica ad orientarmi in quell'oceano di note: migliaia di pagine, una più bella dell'altra. Come scegliere? Portarne una significa lasciarne a casa decine (centinaia, in verità), e quando si nutre amore per ognuna di loro par quasi di far un torto a quelle escluse. Ma, proprio oggi, sul sito di Dremona Musica è stato pubblicato il programma, e allora è tempo di mantenere la parola data, e condividere qualche pensiero. Dal libro, mi pare, emerge chiaramente come Scarlatti sia stato una specie di camaleonte musicale, un genio non solo capace di adattarsi ad ogni stile, ma addirittura di farsi pioniere di quelli a ve**re. Quello di far sentire tale varietà è stato il mio pensiero sin dall'inizio, ma quando si ha a che fare con pezzi di durata così esigua non è semplice combinare le tessiture, le tonalità e, appunto, gli stili in maniera convincente. Gli appunti, dunque, mi servirono per fare una delle cose che più detesto: le classifiche! Di stili, di tono, di durata, di difficoltà, e via discorrendo. Alla fine, e spero di averci visto giusto, ho scelto di rappresentare il “Napoletano” con due tarantelle strepitose (Sonate K. 43 e K. 56), l'ultima delle quali è in do minore: una delle sonate più agguerrite tecnicamente, piena di salti e d'incroci, e che termina con un salto mortale di cinque ottave! Nel mezzo, si trova il musico dotto con una solenne “ciaccona” (unica nel catalogo Kirkpatrick, la Sonata K. 296), il fantasioso barocco in una struggente “ninna nanna” (Sonata K. 151) con armonie allucinate più affini a Scrjabin che ai compositori del Settecento, il folclore spagnolo con un vorticoso “fandango” (K. 184), l'italianissimo e originale operista con un'aria ove par di sentir cantare il divino Farinelli in persona (K. 144), e poi un travolgente assolo di mandolini (K. 455). A mezza via, mi sono accorto che per far quadrare i conti dell'armonia mi ci sarebbe voluta una Sonata in La maggiore. Ve ne sono decine (La maggiore è il tono più usato nell'intero catalogo), e alla fine ho preferito scegliere la celebre K. 322: una Sonata semplicissima, già nel repertorio di giganti come Horowitz e Michelangeli, che però offre un agile terreno sul quale realizzare la piccola ornamentazione. A finire, ci sono una parata militare nel bel mezzo della quale par di trovarsi in un Concerto per pianoforte di Mozart (K. 127), e una Sonata in si minore, in due parti distinte, che presage gli improvvisi di Schubert. Basterà? E che ne so, io...
https://cremonamusica.com/events/io-suono-italiano-domenico-scarlatti-concerto-di-sandro-ivo-bartoli/

Domenico Scarlatti. Concerto di Sandro Ivo Bartoli, pianoforte.

Stasera suono qui, tra Vasari e Michelangelo, e che magnifica sorpresa trovare il mitico Claudio Bussotti a regolare il ...
10/09/2024

Stasera suono qui, tra Vasari e Michelangelo, e che magnifica sorpresa trovare il mitico Claudio Bussotti a regolare il (meraviglioso) pianoforte. Non ci sono scuse (ma speriamo di non far la fine del Savonarola)...

Fa sempre piacere aver la sala piena. Ma quando la "sala" è uno dei posti più belli del mondo, con gl'affreschi del Vasa...
04/09/2024

Fa sempre piacere aver la sala piena. Ma quando la "sala" è uno dei posti più belli del mondo, con gl'affreschi del Vasari e Il Genio della Vittoria di Michelangelo, viene anche un po' di tremarella. E allora... via, a studiare! / It is always nice to have a sold out hall. But when the "hall" is one of the world's most impressive places, with frescoes by Vasari anc The Genius of Victory by Michelangelo, one is entitled to fell a little intimidated. And thus... up to the piano, and practice!

Domani sera, Sala Castellani alle 21: programma impressionante e grandissimo pianista.
28/08/2024

Domani sera, Sala Castellani alle 21: programma impressionante e grandissimo pianista.

Indirizzo

Chiesa Di San Francesco
Gargnano
25084

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