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Capitolo XIIn empio amoreAl rumore dell'urto echeggiarono le volte umide ed ammuffite di quell'infernale soggiorno ed un...
07/03/2023

Capitolo XI
In empio amore
Al rumore dell'urto echeggiarono le volte umide ed ammuffite di quell'infernale soggiorno ed un grido di rabbia selvaggia, profonda, disperata, giunse a far impallidire Gino e i suoi scherani. Ma fu quello un lievissimo moto di paura, che provocarono, chè abbassato il coperchio della botola e lasciati in guardia quattro soldati, come avea promesso a Zanetto, Gino andò ad offrir qualche reficiamento all'amico e a dargli la richiesta ricevuta, dopo aver segnato sul suo librone il nome di quel esecrabile assassino, che aveva osato vilipendere la sua dignità, attentando alla vita di un ufficiale della Serenissima Repubblica. La notte intanto maestosamente avvolgeva Venezia fra le sue tenebre e la Luna dal puro suo disco versava torrenti di luce argentata, che segnava lunghi solchi brillanti sulla sperficie delle lagune ed illuminava gli eccelsi edifizi, che fanno bella la città famosa. L'immenso parallelogramma della Piazza di S. Marco, ornato dalle sue antenne trionfali, le colonne di granito della piazzetta ed i magnifici portici, che da tre luoghi ricingono la prima, cogli archi illuminati da mille torcie e da mille lampade di vari colori, facean lieta mostra di sè. Non ancora in quel tempo sorgeva quella lunga fila di edifici detti le Procurative, ma vedevasi la massiccia e pesante architettura del Palazzo Ducale e l'altissima torre del Campanile, che disegnavasi giganti nell'aria e parean riposar tranquilli al leggiero mormorar di quell'acque placide e chete, che ne bagnavano la base. In facce alla gran Piazza sorgeva...
Continua.

29/08/2021

Presto ci aggiorneremo . Buona serata.

Capitolo XII"In empio amore"Or misurando d'un corpo d'occhio l'orrenda tenebria di quel tristissimo luogo e i lunghi e t...
31/01/2021

Capitolo XII
"In empio amore"
Or misurando d'un corpo d'occhio l'orrenda tenebria di quel tristissimo luogo e i lunghi e tormentosi martiri, che soffrir vi dovrebbe, volle tentare un colpo, non per salvarsi che stolta impresa era il tentarlo, ma per eccitare a vendetta que' feroci soldati, sperando che in un impeto di furore, da lui provocato potessero troncare il filo dei suoi giorni. Fatta tal disperata risoluzione, appena Gino gli si avvicinò per guidarlo all'imboccatura doi quell'antro, benchè avesse mani e piedi incatenati, pure, alzando fieramente le sue catene, a mani giunte, fè cadere un mal colpo sul capo del carceriere, non coperto da un semplice berretto di lana. Al colpo gagliardo e improvviso Gino cadde senza sentimento al suolo e i Dalmati a tal vista, come percorsi dal fulmine, attoniti stettero. Ma si riscossero tosto, vedendo l'audace incamminarsi alla loro volta slanciarsi a capo chino contro le loro armi, per ricevere la morte desiderata. Gli si avventarono contro, lo strinsero, lo urtarono e spingendolo e respingendolo, arrivarono ad atterrarlo, mmentre quel fortissimo, col solo urto del capo, del petto e delle mani incatenate, facea balzar lungi da sè gli inimici e parea che trionfar potesse, se scritto non era ne' libri del destino, che il misero dovesse soggiacere a crudelissimo destino. In quella che i Dalmati, atterrato Roberto,, lo trascinavano verso la botola e lo mettevano a seder sulla macchina per calarlo giù, Gino risensaudo e sorgeando in piè -

Capitolo XIIUn empio amore.Uno sguardo torvo e sprezzante fu la sola risposta data da Roberto, che, circondato da sei so...
27/01/2021

Capitolo XII
Un empio amore.
Uno sguardo torvo e sprezzante fu la sola risposta data da Roberto, che, circondato da sei soldati Dalmati, ai servizio della Repubblica, incaminossi verso il suo carcere. Dopo aver attraversato il vestibolo di quel colossale edificio e parecchi anditi stretti, oscuri ed intricantisi fra loro, come i tortuosi sentieri del favoloso labirinto di Creta, si giunge in una cameretta, pratica nella grossezza di un un enorme muraglione e buia, come la gola di un lupo. Ivi il taciturno Gino, acceso un lume, collocato in una ventola di ferro f***a nella parete, si diè a guardare sul pavimento e, dopo non brevi ricerche, giunse a scoprire una molla, cui, premendo col pollice, fè scattare e saltò sul coperchio di legno, una specie di botola, che apriva il varco all'orrendo carcere destinato a Roberto. Sollevato il coperchio di quella tomba tenebrosa, dalla quale sviluppossi una colonna di aria mefitica, capace di uccidere il più robusto, Gino aiutato da due di que' Dalmati e col ministero di carrucole, tirò su un pezzo di tavolone di rovere, sostenuto ai quattro angoli da catene di ferro. Giunta che fu la macchina all'apertura di quel sepolcro, con voce, fatta ansante dallo sforzo per tirarla su, Gino si rivolse a Roberto: -

CAPITOLO XII"Un empio amore"..Sai tu quel carcere profondo quanto un pozzo, che fu abilitato per sei ani dal Conte Mores...
29/11/2020

CAPITOLO XII
"Un empio amore"..Sai tu quel carcere profondo quanto un pozzo, che fu abilitato per sei ani dal Conte Moreschi, che, sia detto per parentesi, una mattina trovai senza testa e mi strangoli il diavolo! se io giungo ancora a comprendere, come si fece ad entrare in quella orrenda buca, senza che se ne aprisse la porta, che le chiavi non si scostassero mai dalla mia cintura. Ed io credo che gli Angeli de Dieci o de Tre - e qui abbassò notabilmente la voce e rivolse intorno un'occhiata di sospettosa diffidenza - siano della specie de' folletti, se arrivano ad entrare in luoghi simili pel buco della serratura e leggere nella mente di un uomo, come su di un libro stampato e girar per tutti i luoghi senza esser mai ravvisati. Oh! credilo, mio caro Zaretto, da quel momento, ogni giorno, nell'atto del destarmi, tocco il mio capo per vedere se sta ben saldo sul tronco. Dunque dov'era io? Ah! si, al carcere del Conte Moreschi; quello è un luogo di sicurezza pel nostro augellino; in quella gabbia può cantare a suo modo, senza paura di essere disturbato o da voci umane o da raggi troppo vivi del sole. Nè aprirò la porta pel cibo giornaliero, ma farò agir quella macchina, che noi usiamo per comunicare co' prigionieri di alto affare, senza neppur verderli. Infine, non ho qui un centinaio di que' Dalmati indiavolati, che sono sotto i miei ordini? Ebbene, quattro di costoro, bene armati, saranno sempre di guardia vicino al suo carcere. - - -...
Continua...

CAPITOLO XII"Un empio amore"-> - Detta la quale arguzia, con un ghigno die mano a Roberto per sostenerlo, allorchè impac...
27/11/2020

CAPITOLO XII
"Un empio amore"
-> - Detta la quale arguzia, con un ghigno die mano a Roberto per sostenerlo, allorchè impacciato dalle catene, passava su' banchi de' rematori e metteva i piedi a terra. Allora Gino si fè all'orecchio di Zaretto e sommessamente gli disse - -

CAPITOLO XII"Un empio amore"..Fu riposto con un simile fischio e dopo qualche istante udisse dalla parte interna il croc...
25/11/2020

CAPITOLO XII
"Un empio amore"..Fu riposto con un simile fischio e dopo qualche istante udisse dalla parte interna il crocchiar delle chiavi e lo stridente cigolar de' catenacci ed un solo battente di quella porta fu schiuso. Agli sguardi del prigioniero presentossi allora una strana figura d'uomo, nella persona dell custode di quel carcere orrendo, spaventovole quanto un atroce rimorso, muto quanto una tomba. Era uomo, che oltrepassato aveva i settant'anni, ma vigoroso e robusto, come se fosse ancora su l'ottavo lustro. Guercio dell'occhio sinistro avea un enorme naso aquilino che parea impaziente di toccare una barba folta, arruffata, che volgeva al grigio. Vestiva un giustacore di scarlatto, che aveva perduto i suoi primi colori stretto alla vita da una larga cintura di cuoio, alla quale, dalla parte diritta, era sospeso un grosso mazzo di chiavi e, dalla sinistra, un coltello da caccia di larga lama, cui faceva compagnia uno stiletto. Guardò prima in cagnesco i suoi venuti, ma ravvisata l'assisa del Marcello, divenne più cortese e volgendosi al capo degli armigeri, che già aveva posto il piede sul primo scaglione, dove, lentamente gorgogliando, l'acqua andava ad infrangersi. -- E si dicendo fè una grande smorfia con quella sua boccaccia ed accompagnò l'atto con uno sghignazzamento, che tenea dello strido dell'avvoltoio, quando sente i stimoli della fame e mira una preda da ghermire. -

CAPITOLO XII "Un empio amore"..Tu allora ascoltavi lodar le nobili forme del cattivo, che comunque attriste dell'infortu...
24/11/2020

CAPITOLO XII
"Un empio amore"..Tu allora ascoltavi lodar le nobili forme del cattivo, che comunque attriste dell'infortunio, pur mostrando la severa maestà del valore; davasi plauso al suo altero portamento, alla sua audace fermezza e a quel tremendo sogguardare, cui durar non potevasi; e chi rammenta una sua impresa e chi un'altra e conchiudevano che la Signoria, lungi dal punir quel prode, dovrebbe pensare a farlo suo, , sendo egli esperto marino ed indomabile guerriero. Ma non erano innocui tai parlari, chè da quelle file sconsigliate aggiravasi uomini di sinistro orecchio che origliavano, segnavano nomi, raccontavano voci indistinte, frasi insignificanti, e facendo tesoro di denunzie, ne davano agguaglio a quel terribile Consiglio, che con una parola chiudeva per sempre il cuore alle persone, con un gesto dannava a morte e che mostrava d'essere avvolto fra le tenebre del misterioso governare e il suo colossale potere, provvedeva alla pastura de' pesci delle lagune. La gondola del marcello giungeva al palazzo Ducale, e toccat appena la riva ed assicurato il leggiero navicello ad una piccola lancia di ferro, che infiggevasi nelle commessure del lastricato di marmo, l'uffiziale saltò in terra ed inoltrossi nella residenza del Capo della Repubblica, per narrargli gli avvenimenti, che lo avevano fatto padrone dell'Infernale. Ma altro cammino teneva in gondola, ove languiva lo sventurato Roberto. Abbandonando il Canal Grande, entrò nello stretto canale, che separa il Palazzo del Doce dal famoso monumento, ove sono le prigioni dello Stato. Vogavasi per un angustissimo stretto, che appena permetteva il passo a due gondole di fronte, guando i remiganti sostarono innanzi ad una postierla di grande e pesante armatura e tutta rivestita di grosse lastre di ferro, rinforzate di enormi chiodi. Uno degli armigeri, che portavano Roberto, diè un fischio così acuto, che rintronò per tutte le volte di quel gotico edificio...
Continua...

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