30/08/2026
In moltissimi, in questo periodo di chiusura della libreria, ci state chiedendo: "Ma il Comune? Ma il sindaco? Non possono fare niente? Perché non andate a chiedere?"
La risposta è: no, noi non andiamo a chiedere niente.
Noi abbiamo aperto questa libreria in quanto professionisti: non per fare una cosa simpatica e “romantica” in un paesello del sud; non nella speranza di essere compatiti come giovani sognatori, un po' matti e un po' eroici, che vogliono fare "cose di libri" in un posto remoto e ostile.
Noi siamo, infatti, tutt'altro che sognatori, tutt'altro che romantici, tutt'altro che eroici. Perché siamo "semplicemente" delle figure professionali: operatori culturali (che è un lavoro: come i cuochi, gli assicuratori, i commessi ecc.), titolati (lauree ecc.) e accreditati (curriculum ecc.), con oltre dieci anni di esperienza su tutto il territorio nazionale, con alle spalle la realizzazione di centinaia di esperienze lavorative di alto profilo in tutta Italia lungo ogni ambito della filiera editoriale e letteraria - e non solo.
A partire dal 2021, alla luce della nostra professionalità e dei nostri curriculum, l'amministrazione precedente, fino a quando ha operato, ha sentito il bisogno di affidarsi a noi per la realizzazione degli eventi letterari comunali: senza che noi ci proponessimo. Siamo stati individuati come i professionisti necessari alla buona conclusione di attività culturali che il Comune aveva intenzione di porre in essere (festival, rassegne, podcast, premi, eventi ecc.).
L'amministrazione attuale, invece, (legittimamente!) non prevede questo tipo di necessità (oppure è alla ricerca di figure differenti da noi, o magari preferisce che le pratiche culturali vengano affidate a realtà non professionali: non lo sappiamo, non abbiamo parlato con nessuno e nessuno ha parlato con noi. Legittimamente. E qualunque cosa abbiano in animo in tal senso sarà sempre legittima).
Ma non saremo noi a chiedere di essere scelti per lavorare.
Avete mai visto un idraulico che, per non fallire, va dal sindaco e chiede se può aggiustare le tubature del comune?
(Oddio, forse a Gallipoli 'na cosa del genere può pure succedere. Ma va be', facciamo finta che stiamo parlando di un posto normale).
A ogni modo, i Comuni non devono sentirsi obbligati a "sostenere" noi operatori culturali come se fossimo delle creature in via di estinzione: se hanno bisogno della nostra professionalità, bene, noi ci siamo, siamo presenti e attivi sul territorio, e disponibili a valutare proposte lavorative provenienti sia dai privati che dalle istituzioni; se invece vogliono affidarsi ad altre persone (o a nessuno): è giusta e pienamente legittima anche quella strada.
Ma resta il fatto che è importante, nel 2026, (finanche in un paesello salentino), rendersi conto che i processi culturali afferiscono (da sempre) al mondo del lavoro, non al mondo dell'associazionismo: esattamente come l’edilizia, la ristorazione, il trasporto privato, la pesca ecc. Anche se per decenni sono stati affidati a persone non professioniste, anche se per decenni sono stati derubricati come cazzeggi da dopo-lavoro, anche se per decenni li avete visti svolgersi come giochini da associazioncine no-profit: i processi culturali afferiscono (da sempre) al mondo del lavoro. La gente, lì fuori, nel mondo vero: fa questo, di lavoro, se è capace, se ha studiato ecc. Proprio come per tutti gli altri lavori. Sembra strano, a Gallipoli, certo: ma tante cose normali, a Gallipoli, sembrano strane, dato il suo fisiologico e atavico staccamento dal mondo vero.
A ogni modo, tornando al punto: se l’attuale amministrazione di Gallipoli dovesse decidere di non investire in attività letterarie (a prescindere dal nostro coinvolgimento o meno), noi consideriamo questa la scelta più concreta e corretta possibile: perché spendere soldi dei cittadini per realizzare operazioni culturali che i cittadini non solo ignorano, ma addirittura odiano?
I libri, a Gallipoli, sono considerati, da sempre e da quasi ogni cittadino, soltanto una robetta per i bambini (che loro "devono leggere": gli adulti no), oppure un vezzo borghese per gente ricca pensionata che tra un burraco e l’altro scrive poesie orrende.
Quindi, ben venga il ridurre al minimo indispensabile la spesa in ambito culturale, a nostro avviso: significa conoscere bene il paesello che si amministra.
Certo, però, è pure necessario dire una cosa, in piena onestà: e cioè che anche in un paese come Gallipoli si potrebbe cominciare a pensare al fatto che le attività culturali comunali, se fatte come si deve, con criterio, con visione, con competenze, con professionalità, potrebbero portare enormi benefici a tutto il territorio (come è successo e come sta succedendo in tantissimi paesi del sud Italia).
Ma ci vorrebbero, appunto: visione, competenze, professionalità. E ci vorrebbero pure tanti anni. E quindi ci vorrebbero assessorati scelti, con continuità, sulla base della verifica di competenze e curriculum, non necessariamente pescati dalla propria base elettorale o dalle liste dei candidati (come succede normalmente in quel Paese che si estende al nord di Torchiarolo e che si chiama "Italia") .
E specialmente ci vorrebbe una sorta di "smottamento antropologico", lento e graduale, per arrivare a dire: "Ou, vagliò, se facimu 'e cose te cultura comu Diu cumanda mangiamu tutti: puru quiddi ca tenene i bar, 'e navette, i ristoranti, i b&b, 'e paranze".
E in tutto ciò, però, è anche il momento di esporre una verità, granitica, forgiata in tempi antichi nei nostri cuori, e adesso inossidabile come un'antica spada Numenoreana: che, tendenzialmente, di 'sto paesello che si chiama Gallipoli, dei boomer che lo governano da sempre, dell’arretratezza cognitiva e conoscitiva incistata nelle menti di ogni cittadino come un virus incurabile, delle finte tradizioni, delle finte devozioni, dell’assurdo stemma con un “gallo”, della finta appartenenza a un piccolo mondo antico mediterraneo che non è mai davvero esistito... Ce ne frega, veramente, molto molto molto poco.
Quindi, nienzi: faciti quiddu ca uliti.
Statubbe boni.
Andrea Donaera