07/08/2026
Sapete che quando muore qualcuno che in un modo o nell’altro appartiene al mondo, tutto il mondo, e non solo a se stesso, per un attimo l’umanità, tutta l’umanità, si ferma e rende omaggio. Ieri, nel giorno che fino a ieri per me era soprattutto Little Boy e l’Enola Gay, ha pensato di fare a meno dell’universo il Maestro, Francesco Guccini. Lo direi poeta se non fosse per questo che lui ha scritto
“𝑽𝒐𝒊 𝒄𝒓𝒊𝒕𝒊𝒄𝒊, 𝒗𝒐𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒈𝒈𝒊 𝒂𝒖𝒔𝒕𝒆𝒓𝒊, 𝒎𝒊𝒍𝒊𝒕𝒂𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒆𝒗𝒆𝒓𝒊, 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒐 𝒔𝒄𝒖𝒔𝒂 𝒂 𝒗𝒐𝒔𝒔𝒊̀𝒂 / 𝑷𝒆𝒓𝒐̀ 𝒏𝒐𝒏 𝒉𝒐 𝒎𝒂𝒊 𝒅𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒂 𝒄𝒂𝒏𝒛𝒐𝒏𝒊 𝒔𝒊 𝒇𝒂𝒏 𝒓𝒊𝒗𝒐𝒍𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊, 𝒔𝒊 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒂 𝒇𝒂𝒓 𝒑𝒐𝒆𝒔𝒊𝒂 / 𝑰𝒐 𝒄𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒐, 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒐, 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒏𝒆 𝒉𝒐 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒂𝒑𝒑𝒍𝒂𝒖𝒔𝒊 𝒐 𝒇𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊…” quindi niente poesia. Era cantore del mondo. Era un compagno e un amico e ogni tanto a sera la sua voce ti risuonava nella memoria e ti riempiva un pizzico di anima con un “𝑬 𝒖𝒏' 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒂 𝒗𝒐𝒍𝒕𝒂 𝒆̀ 𝒏𝒐𝒕𝒕𝒆 𝒆 𝒔𝒖𝒐𝒏𝒐, 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒐 𝒏𝒆𝒎𝒎𝒆𝒏𝒐 𝒊𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒐𝒕𝒊𝒗𝒐, 𝒇𝒐𝒓𝒔𝒆 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆̀ 𝒔𝒐𝒏 𝒗𝒊𝒗𝒐 (…)”. Dell’umanità non aveva pretesa di capire nulla (“𝒐𝒓𝒂 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒔𝒄𝒐 𝒊𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒓𝒆”) e gli piaceva trovarla più nelle osterie che nei simposi in cui di solito si “(…) 𝒄𝒆𝒓𝒄𝒂 𝒍𝒂 𝒎𝒂𝒕𝒖𝒓𝒊𝒕𝒂̀ 𝒆𝒅 𝒆̀ 𝒖𝒏𝒂 𝒎𝒐𝒓𝒕𝒆 𝒖𝒏 𝒑𝒐' 𝒑𝒆𝒈𝒈𝒊𝒐𝒓𝒆”. S’è avvilito per la ferocia della “𝒃𝒆𝒔𝒕𝒊𝒂 𝒖𝒎𝒂𝒏𝒂” e dopo aver fatto morire Dio “𝒂𝒊 𝒃𝒐𝒓𝒅𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒔𝒕𝒓𝒂𝒅𝒆" lo ha resuscitato nella “𝒔𝒑𝒆𝒓𝒂𝒏𝒛𝒂 𝒂𝒑𝒑𝒆𝒏𝒂 𝒏𝒂𝒕𝒂”.
E quindi:
“𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒖𝒍𝒕𝒊𝒎𝒐 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒐 𝒗𝒆𝒓𝒓𝒂̀ 𝒅𝒐𝒑𝒐 𝒊𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒖𝒍𝒕𝒊𝒎𝒐 𝒔𝒈𝒖𝒂𝒓𝒅𝒐 𝒔𝒖𝒍 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐, 𝒏𝒐𝒏 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒑𝒊𝒆𝒕𝒓𝒂 𝒔𝒖 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒎𝒊𝒐 𝒄𝒐𝒓𝒑𝒐, 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆̀ 𝒑𝒆𝒔𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒎𝒊 𝒔𝒆𝒎𝒃𝒓𝒆𝒓𝒂̀. 𝑪𝒆𝒓𝒄𝒂𝒕𝒆 𝒖𝒏 𝒂𝒍𝒃𝒆𝒓𝒐 𝒈𝒊𝒐𝒗𝒂𝒏𝒆 𝒆 𝒇𝒐𝒓𝒕𝒆, 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒐 𝒔𝒂𝒓𝒂̀ 𝒊𝒍 𝒑𝒐𝒔𝒕𝒐 𝒎𝒊𝒐; 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒕𝒐𝒓𝒏𝒂𝒓𝒆 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒅𝒐𝒑𝒐 𝒍𝒂 𝒎𝒐𝒓𝒕𝒆 𝒔𝒐𝒕𝒕𝒐 𝒒𝒖𝒆𝒍 𝒄𝒊𝒆𝒍𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒎𝒂𝒏 𝒅𝒊 𝑫𝒊𝒐.”
Musica e testi. Francesco Guccini, cantautore.
Maestro.