10/05/2025
Non sento l’urgenza di spiegare quello che faccio.
Non voglio guidare il pensiero di chi guarda da qualche parte.
L’arte esiste e resiste da sola.
Ho lasciato prima gli studi scientifici, poi quelli filosofici. Le motivazioni restano in parte oscure anche a me. Da lì è iniziato un percorso di ricerca fatto di tentativi ed errori. La mia formazione è discontinua, come lo sono io, ed è nella frattura che trovo sempre qualcosa.
Lavoro soprattutto sulla figura, ma non cerco la forma. Mi interessano le crepe, l’incompiuto, le identità instabili. I volti, spesso incompleti o abrasi, nascono da una saturazione del classico. Lo interiorizzo, lo smonto, lo trascino nel presente, per raccontare una bellezza inquieta, ferita, che non cerca consolazione.
Non aderisco a nessun linguaggio predefinito. La mia ricerca è ibrida, contaminata da memorie personali e letteratura. La poesia (anche la mia) è parte del processo, mai un commento a margine.
Uso materiali poveri, riciclati. Stoffe, tessuti, quello che trovo per caso, soprattutto carta, di ogni tipo. La tratto e la maltratto: graffio, interrompo con solventi, cancello, ridisegno più volte. Sono amica dello scarabocchio. Frequento il frottage. Le immagini emergono come resti, epifanie, intuizioni che non pretendono di essere decifrate.
C’è una tensione che mi interessa, latente – tra natura, cultura e vita – ma non saprei darle un nome.
Quello che cerco, in fondo, è far affiorare un altrove.
Broken promises of a lost garden
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Cose segrete
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Alessia Zolfo