Romagna in Scena

Romagna in Scena Pagina di critica teatrale dai palcoscenici della Romagna

𝐋𝐚 𝐒𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐢𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐬𝐢𝐭𝐨 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐞 𝐚𝐧𝐝𝐫𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚 𝐬𝐮 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢.𝐈𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩...
01/09/2026

𝐋𝐚 𝐒𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐢𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐬𝐢𝐭𝐨 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐞 𝐚𝐧𝐝𝐫𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚 𝐬𝐮 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢.
𝐈𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨
di Pietro Caruso

Il teatro diffuso in una sinergia di spazi teatrali nel territorio faentino è la risposta che Accademia Perduta Romagna Teatri ha proposto al Comune di Faenza con cui collabora da anni.
L’impossibilità per lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria dello storico Teatro Masini avrebbe impedito una regolare stagione 2026/27 e allora la 𝐃𝐢𝐫𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐀𝐫𝐭𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐂𝐚𝐬𝐚𝐝𝐢𝐨 𝐞 𝐑𝐮𝐠𝐠𝐞𝐫𝐨 𝐒𝐢𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢 ha scelto di decentrare gli spettacoli 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐒𝐚𝐧 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 per Prosa, Comico e Percorsi, 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐒𝐚𝐫𝐭𝐢 per il Teatro Scuola e le Favole e la 𝐂𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨/ Teatro Due Mondi per il Contemporaneo.
Inoltre, 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐕𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚𝐬 𝐝𝐢 𝐑𝐞𝐝𝐚, spettacoli Family e brillanti, mentre il 𝐃𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐅𝐚𝐞𝐧𝐳𝐚 e il 𝐑𝐢𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢 saranno le sedi di eventi speciali a ingresso gratuito.

Al Teatro San Giuseppe si inizierà il 21 ottobre con il “𝑷𝒂𝒐𝒍𝒐 𝑪𝒆𝒗𝒐𝒍𝒊 𝑺𝒉𝒐𝒘”, il 7-8 novembre con 𝐏𝐚𝐦𝐞𝐥𝐚 𝐕𝐢𝐥𝐥𝐨𝐫𝐞𝐬𝐢 e 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐏𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐫𝐢 che presenteranno il provocatorio e lucido dramma della solitudine per anziani, pieno di riflessioni anche umoristiche e paradossali, “Gin Game”.
𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐧𝐯𝐞𝐧𝐮𝐭𝐢 e 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐚 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐢𝐫𝐨𝐧𝐢 andranno in scena il 20 e 21 gennaio con il loro “La Tigre”, mentre la prosa continua il 27 e 28 febbraio con “Il cotto e il crudo” nei panni attoriali di 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐒𝐨𝐥𝐟𝐫𝐢𝐳𝐳𝐢 e 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐢𝐨𝐥𝐨.
All’apertura della primavera, nelle serate del 20 e 21 marzo saranno 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐚 𝐐𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐢𝐧𝐢 e 𝐆𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐞 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢𝐢𝐬 a intrepretare “Le fuggitive”, il 5 e il 6 aprile sarà la volta del racconto pirandelliano “L’uomo, la bestia e la virtù” con 𝐕𝐚𝐧𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐆𝐫𝐚𝐯𝐢𝐧𝐚, 𝐌𝐚𝐱 𝐌𝐚𝐥𝐚𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚, 𝐍𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚 𝐑𝐢𝐠𝐚𝐧𝐞𝐬𝐞. Le fragilità e ironie della vita andranno in scena nello spettacolo “Contrazioni Pericolose” interpretato da 𝐑𝐨𝐜𝐢𝐨 𝐌𝐮𝐧𝐨𝐳 𝐌𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞𝐬, 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐋𝐮𝐩𝐚𝐧𝐨 e 𝐆𝐚𝐛𝐫𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐏𝐢𝐠𝐧𝐨𝐭𝐭𝐚 nelle giornate del 18 e 19 maggio.
Ancora al Teatro San Giuseppe, gli spettacoli del Comico con 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐏𝐢𝐨 𝐓𝐢𝐦𝐨 il 22 gennaio 2027 e con 𝐕𝐢𝐭𝐨 (“L’altezza delle lasagne”) il 19 febbraio; il 12 marzo il 𝐒𝐚𝐧 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐨 𝐒𝐡𝐨𝐰 e 𝐕𝐚𝐥𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐆𝐫𝐚𝐜𝐢 con “Volevo essere io” nella serata di 23 aprile.
Per i Percorsi, il 6 marzo si potrà vedere ed ascoltare 𝐋𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐚 e il 18 aprile 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐁𝐨𝐜𝐜𝐢 e 𝐏𝐢𝐚 𝐋𝐚𝐧𝐜𝐢𝐨𝐭𝐭𝐢 con un omaggio a Bukowski e il 25 maggio “L’alfabeto della emozioni” con 𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐨 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐢𝐧𝐢.
Al Teatro Sarti: 4 Favole programmate la domenica mattina alle ore 11 e rappresentazioni per le Scuole Materne, Primarie e Secondarie di I grado.
Alla Casa del Teatro: 5 spettacoli di drammaturgia contemporanea con 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐂𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨, 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐆𝐚𝐫𝐠𝐢𝐮𝐥𝐨, 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐚 𝐅𝐫𝐞𝐬𝐚, 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐁𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐢, 𝐓𝐢𝐧𝐝𝐚𝐫𝐨 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐚𝐭𝐚 e 𝐌𝐞𝐧𝐨𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢, questi ultimi in scena anche in matinée per le Scuole Secondarie di II grado.
Alla Basilica di San Pietro Apostolo – Duomo di Faenza: 𝐒𝐢𝐦𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐜𝐡𝐢 in "Sulle tracce di Francesco", in occasione delle celebrazioni dell’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi. Al Ridotto del Teatro Masini: Anteprima, dopo la presentazione all’83° edizione del Festival del Cinema di Venezia, del lungometraggio "La tenerezza del serpente" della pluripremiata regista faentina Samantha Casella.

𝐔𝐧𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐒𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐚𝐥 Teatro Dragoni Meldoladi Pietro CarusoDopo 40 anni dall'esordio dei primi spettacoli ...
31/07/2026

𝐔𝐧𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐒𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐚𝐥 Teatro Dragoni Meldola
di Pietro Caruso

Dopo 40 anni dall'esordio dei primi spettacoli promossi da Accademia Perduta Romagna Teatri, il felice matrimonio con 𝐌𝐞𝐥𝐝𝐨𝐥𝐚 e la sua Amministrazione continua con la presentazione della Stagione che da dicembre vedrà il 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐢, uno dei più antichi e meglio conservati teatri della Romagna, accogliere un’ampia proposta di spettacoli di qualità.
Ruggero Sintoni, co-direttore artistico con Claudio Casadio di Accademia Perduta/Romagna Teatri e Michele Drudi, Assessore alla cultura del Comune di Meldola hanno presentato il programma di una vasta serie di spettacoli.

Sedici spettacoli, di cui 7 di Prosa, 5 di Teatro per Famiglie, 2 commedie dialettali. Inoltre 4 spettacoli dedicati, con replica, agli studenti delle scuole del territorio.
Il cartellone della prosa è illuminante perché verrà inaugurato il 10 dicembre dallo spettacolo 𝑴𝒂𝒅𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 con 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐬𝐚 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐢𝐭𝐨 e 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐖𝐮̈𝐫𝐭𝐡.
Il secondo appuntamento, dopo il successo a livello nazionale della passata Stagione, sarà la commedia goldoniana 𝑮𝒍𝒊 𝑰𝒏𝒏𝒂𝒎𝒐𝒓𝒂𝒕𝒊 in cui 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐂𝐚𝐬𝐚𝐝𝐢𝐨 interpreta uno zio leggero e fanfarone.
Lo spettacolo è adattato e diretto da 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐕𝐚𝐥𝐞𝐫𝐢𝐨, insignito del Premio Nazionale Enriquez 2026 per la regia.
Poi 𝑳𝒆 𝒔𝒆𝒓𝒗𝒆 con 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢, 𝐍𝐚𝐝𝐢𝐚 𝐃𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐚 e 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐨. A seguire 𝑸𝒖𝒂𝒓𝒕𝒆𝒕𝒕 con 𝐌𝐚𝐱𝐢𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧 𝐍𝐢𝐬𝐢 e 𝐕𝐢𝐨𝐥𝐚 𝐆𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐬𝐢. Patrocinato dall'IRST di Meldola è 𝑩𝒊𝒂𝒏𝒄𝒐 con 𝐕𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐢 e 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐓𝐚𝐧𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨; seguirà un’insolita riproposizione di
𝑰 𝒑𝒓𝒐𝒎𝒆𝒔𝒔𝒊 𝒔𝒑𝒐𝒔𝒊 con 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐏𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐫𝐢, 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐓𝐫𝐢𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐨 e 𝐑𝐮𝐛𝐞𝐧 𝐑𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐨.
Fuori abbonamento 𝑨𝒎𝒊𝒄𝒊 𝒅𝒊 𝑴𝒊𝒂𝒛𝒊𝒂 del 𝐒𝐚𝐧 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐨 𝐒𝐡𝐨𝐰.
Il Teatro in Famiglia propone cinque spettacoli il sabato sera con, fra gli altri, 𝑵𝒐𝒕𝒕𝒖𝒓𝒏𝒂 di 𝐍𝐚𝐝𝐢𝐚 𝐌𝐢𝐚𝐧𝐢 prodotto proprio da Accademia Perduta/Romagna Teatri.
Infine due spettacoli di teatro dialettale con la Cumpagní dla Zercia e la compagnia Qví de Mi Paès.

𝐔𝐧 𝑶𝑻𝑬𝑳𝑳𝑶 𝐟𝐫𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐩.𝐈𝐥 𝐝𝐫𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐬𝐡𝐚𝐤𝐞𝐬𝐩𝐞𝐚𝐫𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐥 Teatro Diego Fabbri Forlì 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨...
07/03/2026

𝐔𝐧 𝑶𝑻𝑬𝑳𝑳𝑶 𝐟𝐫𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐩.
𝐈𝐥 𝐝𝐫𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐬𝐡𝐚𝐤𝐞𝐬𝐩𝐞𝐚𝐫𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐥 Teatro Diego Fabbri Forlì 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐏𝐚𝐬𝐨𝐭𝐭𝐢
di Pietro Caruso

La prima della tre giorni di 𝑶𝒕𝒆𝒍𝒍𝒐, per la drammaturgia di 𝐃𝐚𝐜𝐢𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐚𝐢𝐧𝐢 e la regia di 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐏𝐚𝐬𝐨𝐭𝐭𝐢 al Teatro Diego Fabbri di Forlì, ha affrontato la sua conclusione mantenendo quello standard di consenso fra il pubblico che raccoglie la grande maggioranza, ma forse non la intera platea degli spettatori.
Nella sola tradizione italiana, dal 1946, ci sono state oltre cinquanta diverse regie del dramma che il Bardo aveva scritto trenta anni dopo la conquista di Cipro da parte Ottomana nel 1573, dopo un secolo di dominazione veneziana, da un racconto di poche pagine del letterato e nobile ferrarese Giovan Batista Giraldi Cinthio su Otello, generale del Doge Sebastiano Venier detto Moro di Venezia.

A Shakespeare poco importava del contesto storico quando ha scritto il testo originale in cinque atti per oltre 4 ore di recitazione (90 minuti, atto unico, in questa versione).
E’ la gelosia - il mostro dagli occhi verdi - che interessava Shakespeare e che la versione di Maraini per la regia di Giorgio Pasotti, che ricopre anche il complesso ruolo di Iago, pur mantenendosi fedele complessivamente al testo originale, accentua elementi tipici della contemporaneità, fra cui una chiara denuncia dei femminicidi, ma nello stesso tempo utilizzando alcune trovate di gusto pop, come una versione del tutto irriverente del doge veneziano, interpretato da 𝐒𝐚𝐥𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐑𝐚𝐧𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞, attore di origine siciliana che ha avuto parti in edizioni diverse di 𝐴𝑚𝑙𝑒𝑡𝑜, accompagnato dalla epica 𝐼 𝑊𝑎𝑛𝑡 𝑇𝑜 𝐵𝑟𝑒𝑎𝑘 𝐹𝑟𝑒𝑒 dei Queen, ma più che un prudente serenissimo potrebbe anche essere scambiato per uno stravagante Ubu Re.

La trama del testo è rispettata praticamente in tutte le sue parti, ci sono solo pochissime alterazioni di linguaggio per rendere attuale il dramma e una semplificazione del finale dove Iago colpevole viene minacciato e maledetto ma non catturato.
La promozione al ruolo di Otello di 𝐆𝐢𝐚𝐜𝐨𝐦𝐨 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 è una scommessa perché il giovane attore napoletano - che ha sicuramente la struttura fisica e sa interpretare bene la irrazionalità e l’infantilismo sentimentale del Moro di Venezia -, esce dai soli ruoli cinematografici e televisivi e affronta la più difficile delle prove attoriali, quella del teatro e dei palcoscenici nazionali.
E’ una prova convincente soprattutto nel rapporto con Iago, anche perché Giorgio Pasotti aveva interpretato Otello e si era cimentato già in diverse altre opere su soggetti shakespeariani. Forse l’interazione di Otello con Desdemona (in una buona interpretazione di 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐚 𝐓𝐨𝐬𝐨𝐧𝐢) poteva trovare alcuni momenti di maggiore vicinanza, faccia contro faccia, nella struttura recitativa della coppia. Giorgio Pasotti nei panni di Iago sa mostrare tutta la doppiezza del personaggio chiave e dominante sul piano del plot narrativo shakespeariano. Prova misurata di un dannato con la struttura scellerata di un 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙 𝑏𝑜𝑟𝑛 𝑘𝑖𝑙𝑙𝑒𝑟 non solo mentale. L’invidia appare bene dichiarata dalla recitazione, ma forse la sua sete di potere poteva osare qualche accenno innovatore nel testo. Nel dramma, il ruolo delle due sfortunate protagoniste, vale a dire Desdemona ed Emilia, interpretata con una recitazione appassionata da 𝐃𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐀𝐥𝐲, offre una chiave di lettura più femminile/femminista di quanto il testo shakespeariano nella sua versione originaria poteva fare trapelare.

In questa versione dell’𝑂𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜, al nostro gusto, ha svolto molto bene la sua parte Brabanzio, il padre di Desdemona, che è stato affrontato da 𝐆𝐞𝐫𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐌𝐚𝐟𝐟𝐞𝐢, noto prevalentemente per i suoi ruoli nel cinema, ma con una solida formazione teatrale giovanile nell’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Il nobile veneziano, che ha la postura e la furiosità più simile a quella dei Dogi, svolge un ruolo che ai fini drammaturgici dà intensità al conflitto padre e figlia, non solo nella versione squisitamente patriarcale.
Cassio, primo ufficiale destituito per colpa di Iago, da Otello, ha una parte più defilata anche nell’opera shakespeariana e in questa versione sa mantenere la fedeltà al gelosissimo comandante della fortezza di Cipro anche quando dovrebbe assolutamente diffidare di lui. In questo ruolo 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐏𝐚𝐩𝐚𝐥𝐞 ha cercato di mantenere il tratto che gli era stato assegnato. Un cameo extra-testo è un combattimento di kendo stilizzato che è una preziosità che Giorgio Pasotti ha fatto derivare dalla sua passione per le arti marziali e le tradizioni cinesi. La figura di Roderigo, innamorato frustrato di Desdemona e prima vittima dell’astuto Iago, è stata affrontata da 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐢𝐠𝐞𝐧𝐢 che ha una solida esperienza sia teatrale sia cinematografica e sa prestarsi a un ruolo che mostra tutte le volubilità dell’animo umano e la ricerca di disumane scorciatoie.

Questa versione dell’𝑂𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜 si inserisce in un tentativo di aggiornare la tematica shakespeariana rivolgendosi ad un pubblico più giovane, ma piace anche a una parte della vecchia generazione dei critici. Quando un dramma si conclude con due femminicidi e un suicidio forse non basta un accorato appello alla responsabilità per chiudere la complicata faccenda. Degne di menzioni, al mio soggettivo gusto, la efficace scenografia essenziale di Giovanni Cunsolo e i costumi, di estremo taglio orientale, di Sabrina Beretta.

𝐀𝐠𝐫𝐨 𝐞 𝐌𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚. 𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐆𝐢𝐧𝐳𝐛𝐮𝐫𝐠 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐒𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐭𝐚.𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨...
14/02/2026

𝐀𝐠𝐫𝐨 𝐞 𝐌𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚.
𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐆𝐢𝐧𝐳𝐛𝐮𝐫𝐠 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐒𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐭𝐚.
𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐅𝐚𝐛𝐛𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐫𝐥𝐢̀
di Pietro Caruso

Metti la Roma a metà degli anni Sessanta, osserva 𝐍𝐚𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐆𝐢𝐧𝐳𝐛𝐮𝐫𝐠 che due anni dopo il grande successo del suo 𝐿𝑒𝑠𝑠𝑖𝑐𝑜 𝐹𝑎𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒, si cimenta nello scrivere quasi per caso un testo di una delle commedie brillanti che osservano il microcosmo della vita delle coppie, le sue difficoltà, con i sentimenti di un femminismo che non ha bisogno di movimenti organizzati o di eclatanti proteste per affermare il suo segno.
Natalia Ginzburg ha scritto 𝑻𝒊 𝒉𝒐 𝒔𝒑𝒐𝒔𝒂𝒕𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒂𝒍𝒍𝒆𝒈𝒓𝒊𝒂 quasi per scommessa, senza che vi fosse ancora un vero e proprio copione teatrale anche se i personaggi sono già tutti delineati e nella versione per la regia di 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨, visto ieri sera al Teatro Diego Fabbri Forlì, vengono riprodotti in modo fedele, rispettando le diverse attribuzioni che la scrittrice aveva evidenziato.

Tieffe Teatro e Quirino Srl hanno portato in scena il lavoro che Natalia Ginzburg aveva predisposto e che fu presentato, per la prima volta, nell'ottobre del 1976.
Ridotti da tre a due gli atti, questa versione attuale della crisi di una coppia che si è conosciuta da un mese e sposata da tre settimane, lega in modo casuale Pietro, un giovane avvocato borghese romano, rivestito nel ruolo svolto da 𝐆𝐢𝐚𝐦𝐩𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐈𝐧𝐠𝐫𝐚𝐬𝐬𝐢𝐚 e Giuliana, giovane povera che proviene da un paesino della Toscana (nella versione della Ginzburg della montagna romagnola), arrivata a Roma per tentare la fortuna e, non trovandola, attraversare con leggerezza un lavoro umile e la sua perdita, amori improvvisati e non certo invidiabili conclusi anche con un ab**to, fino all'incontro che dà una svolta senza certezze, interpretato da 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐠𝐢𝐥𝐥𝐢. L'attrice originaria di Cecina rievoca perfettamente la ragazza di provincia approdata a Roma nei promettenti anni Sessanta, prima però che la contestazione globale assumesse un ruolo centrale e di rottura storica nella vita delle giovani generazioni dei 𝑏𝑎𝑏𝑦 𝑏𝑜𝑜𝑚𝑒𝑟𝑠.
Attorno a questa coppia che mantiene ancora il gioco delle maschere che si avvicinano e si allontanano in preda ai loro fantasmi, fra sincerità, crudezza, infantilismi ma anche dolce volontà di rompere il disincanto, assume un ruolo attoriale di grande importanza la madre di Pietro, vedova, cattolica, dotata di una verve e di una diffidenza nei confronti della nuora destinata però via, via a scomparire. La recitazione della ravennate 𝐋𝐮𝐜𝐢𝐚 𝐕𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢, grande formazione e grande esperienza, imprime nel secondo tempo un'accelerata svolta di impronta umoristica all'intero lavoro teatrale. Buona collaborazione artistica per completare il cast è quella svolta da 𝐕𝐢𝐨𝐥𝐚 𝐋𝐮𝐜𝐢𝐨, Vittoria, la domestica con accento veneto che è quanto di meno formale si possa pensare. Un ruolo di spalla della madre, sempre nel secondo tempo, viene svolta da Ginestra, detta la ottimista, sorella di Pietro in un ruolo che viene affrontato da 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐚𝐝𝐨𝐧𝐢.

La commedia scivola via senza alcun intoppo, con svolgimento professionale, e trova sicuramente il consenso del pubblico. Forse il secondo tempo appare più scoppiettante rispetto al primo. E' una scelta rigorosa rispetto al testo della Ginzburg che inizia con questi racconti una riflessione anche sociologica sulla crisi della coppia con uno sguardo rivolto, addirittura, a quello che diventerà un tema forte nel cinema di Bergman ma che a metà degli anni Sessanta, nella vita culturale romana, era già comparsa sia pure in forme meno cerebrali e psicologiche rispetto a quelle del grande regista svedese.
La leggerezza, fra melanconia e sorriso speranzoso, si chiude su uno sfondo romano in cui la pioggia e i lampi campeggiano sull'orizzonte della scena teatrale. Lodevoli i commenti musicali con le canzoni dei grandi poeti-cantanti degli anni Sessanta: da Jimmy Fontana a Luigi Tenco solo per citare quelli a chi scrive più cari. Valida anche la dotazione dei costumi di quel periodo di sessanta anni fa e della realizzazione video di scena.

Foto di 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐚𝐠𝐧𝐨𝐥𝐢

𝐋𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐢𝐪𝐮𝐢𝐝𝐚 𝐦𝐚 𝐢𝐥 𝐯𝐚𝐩𝐨𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚. 𝐋'𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐆𝐮𝐚𝐫𝐝𝐢𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐫𝐥𝐢̀di Pietro Carus...
13/02/2026

𝐋𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐢𝐪𝐮𝐢𝐝𝐚 𝐦𝐚 𝐢𝐥 𝐯𝐚𝐩𝐨𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚.
𝐋'𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐆𝐮𝐚𝐫𝐝𝐢𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐫𝐥𝐢̀
di Pietro Caruso

La scelta di collocare 𝑰𝒍 𝑫𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍'𝑨𝒄𝒒𝒖𝒂 ieri sera, al Teatro Piccolo Forlì, non poteva essere individuata in spazio più idoneo.

L'ultimo lavoro del drammaturgo 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐆𝐮𝐚𝐫𝐝𝐢𝐠𝐥𝐢, forlivese doc, da quaranta anni residente a Roma e con un ricco curriculum di riflessioni e di opere, ha infatti i toni del teatro minimale e di innovazione. Il centro della sua proposta teatrale, in questo lavoro realizzato con il Gruppo della Creta e il Teatro Basilica, si interroga sul significato profondo dell’esistenza attraverso tre elementi chiave: la sequenza di quadri simbolici con precisi titoli di riferimento, il moto sinuoso e permanentemente ondeggiante della protagonista assisa su una sorta di trespolo che ne proietta la figura di narratrice ma anche mima della condizione liquida in cui è immersa, il richiamo linguistico che introduce, nella recitazione, sottolineature con alcune parole in dialetto romagnolo, con qualche inflessione emiliana (non so se per egoriferire la narrazione allo stesso autore o all’attrice), una forte impronta di carattere morale e religiosa anche se mai esibita.

Pur nella semplicità del racconto - diviso fra l'altro da parti che investono anche figure di riferimento alla cultura classica o alla contemporaneità delle arti, come nei capitoli dedicati rispettivamente a Fellini e a Magritte -, emerge una complessità drammaturgica che, pur sviluppandosi in un monologo per sezioni di 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐚 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐞𝐭𝐭𝐢, accompagnata musicalmente da 𝐀𝐦𝐞𝐝𝐞𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐚, impegna il pubblico in un esercizio di analisi, in un'indagine interiore.

La regia di 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐃𝐢 𝐌𝐮𝐫𝐫𝐨 ha interpretato la riservatezza del pensiero di Guardigli scegliendo la circolarità del movimento, affidando al campo dello spettatore, dal basso verso l'alto, la dimensione iconica e spirituale.
Del resto la bravura della Giovanetti è data anche dalla sua fisicità che si è espressa anche in modo biografico, attraverso la collaborazione al gruppo del Teatro Basilica, uno degli spazi teatrali nel cuore del centro storico di Roma, più alternativi e attivi nel campo della ricerca teatrale a carattere polisemico, capace di collegare diverse forme espressive.

Nel suo complesso lo spettacolo regge bene la prova anche se talvolta mantiene una cripticità, per esempio nella esatta individuazione della figura del naufrago salvatosi da una delle ultime guerre balcaniche ed approdato sulla costa romagnola.
Gli effetti utilizzati per rendere marina l'ambientazione hanno giocato sui flussi dei movimenti e sul gioco delle luci, più che sui richiami ai suoni dei mari. Forse perché non era l'oceano il riferimento, ma un mare più piccolo e domestico: l'Adriatico.
Alcuni amici, e io stesso, hanno anche pensato come c’entrasse - in una riflessione così forte sulla liquidità della vita materiale e la sua trasformazione in vapore mistico che sale verso l'alto e l'altrove - il linguaggio romagnolo ed emiliano (del resto così caro anche al drammaturgo e alla attrice protagonista); poi ho ripensato che dentro a questo testo c'è anche l'intima riflessione interiore dell'autore. E allora ci sovviene sempre la frase lampo di H. De Balzac: 𝑀𝑎𝑑𝑎𝑚𝑒 𝐵𝑜𝑣𝑎𝑟𝑦? 𝐶'𝑒𝑠𝑡 𝑀𝑜𝑖.
In conclusione un lavoro che sa sviluppare un tema di ricerca ambizioso e sofisticato ma che può essere apprezzato da un pubblico che sa comprendere il significato dei simboli, delle metafore e dei riferimenti spirituali. Un lavoro che può davvero essere apprezzato molto nelle generazioni più giovani e in quella parte di spettatori che sanno cogliere il messaggio di riconciliazione fra avere ed essere, tra forma e spirito.
Non certo a mio avviso però un pubblico generalista.

𝐔𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐞, 𝐮𝐧 𝐯𝐚𝐬𝐜𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐠𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐞 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐥𝐮𝐭𝐨. 𝑴𝒐𝒃𝒚 𝑫𝒊𝒄𝒌 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐌𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐅𝐚𝐞𝐧𝐳𝐚di Pietro Caruso  I...
12/02/2026

𝐔𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐞, 𝐮𝐧 𝐯𝐚𝐬𝐜𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐠𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐞 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐥𝐮𝐭𝐨.
𝑴𝒐𝒃𝒚 𝑫𝒊𝒄𝒌 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐌𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐅𝐚𝐞𝐧𝐳𝐚
di Pietro Caruso

Il 𝑀𝑜𝑏𝑦 𝐷𝑖𝑐𝑘 con 𝐌𝐨𝐧𝐢 𝐎𝐯𝐚𝐝𝐢𝐚 strappa un lunghissimo applauso, mercoledì 11 febbraio, in occasione della prima replica al Teatro Masini di .
E del resto i due tempi con in quali si sviluppa la narrazione teatrale del racconto sulla caccia mortale alla Balena bianca è bene sostenuta dalla sapiente regia di 𝐆𝐮𝐠𝐥𝐢𝐞𝐥𝐦𝐨 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐨, figlio d'arte del grande Turi, che fra le sue caratteristiche ha anche quella di curare con aderente filologia anche dettagli reconditi delle opere che mette in scena.
Ci sono state molte versioni, ieri e anche oggi, del capolavoro di Herman Melville, lo scrittore americano che stese il romanzo quando aveva 32 anni e aveva cominciato la sua carriera letteraria dopo avere passato la giovinezza proprio come marinaio, prima a bordo di una baleniera e poi come secondo ufficiale nella marina mercantile. Insofferente alla disciplina quasi militare della vita di bordo aveva indagato in due libri, 𝑅𝑒𝑑𝑏𝑢𝑟𝑛 e 𝑊ℎ𝑖𝑡𝑒 𝐽𝑎𝑐𝑘𝑒𝑡, il microcosmo della vita dei marittimi evidenziando il coraggio, le contraddizioni, le passioni, le superstizioni di questo segmento della condizione umana.
E 𝑀𝑜𝑏𝑦 𝐷𝑖𝑐𝑘 o la “Balena Bianca” era e resta il suo capolavoro. L'adattamento per il teatro di 𝐌𝐢𝐜𝐚𝐞𝐥𝐚 𝐌𝐢𝐚𝐧𝐨 ha garantito aderenza al testo melvilliano ma ha anche superato certe lungaggini che nel libro inevitabilmente erano contenute.
Ne è venuto fuori uno spettacolo nel quale la scelta scenica di ambientarlo sul Pequod - con un video sfondo marino sapientemente realizzato da Igor Renzetti e Lorenzo Bruno - ha sostenuto la recitazione di una “ciurma” comandata da capitan Achab/Ovadia e dialettizzata con la figura del primo ufficiale Starbuck, interpretato con intensità.

Moni Ovadia - che ha per sua formazione una grande capacità di interpretare la simbologia e la semantica dei temi religiosi - sa dare forza alla dannazione epica del capitano senza una gamba, staccata e divorata dalla grande balena bianca. Il viaggio del Pequod, iniziato nel natale del1840 nel porto di Nantucket, piccola isola di partenza storica delle baleniere, finirà oltre due anni dopo, quando la ciurma, assottigliata da autolesionismi, fame e decessi, si troverà finalmente dopo mesi di assoluta solitudine e spettrale condizione innaturale e mortifera, davanti al grande simbolo.
Vani saranno gli sforzi del credente Starbuck di convincere il capitano Achab a desistere, perché quella del vecchio marinaio è una resa dei conti non con un grande cetaceo, ma con il male assoluto di cui il comandante del Pequod e l’imbarcazione stessa sono parte. Ottime nello spettacolo anche le scelte dei canti marinari e delle preghiere. Inutile dire che in uno spettacolo tutto al maschile vanno menzionati oltre al grande Ovadia, i validi colleghi attori: 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐞𝐨 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐢, 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐁𝐨𝐫𝐠𝐡𝐞𝐭𝐭𝐢, 𝐍𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨̀ 𝐆𝐢𝐚𝐜𝐚𝐥𝐨𝐧𝐞, 𝐏𝐚𝐩 𝐘𝐞𝐫𝐢 𝐒𝐚𝐦𝐛, 𝐅𝐢𝐥𝐢𝐩𝐩𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐜𝐨𝐧𝐢, 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐳𝐳𝐞𝐬𝐞, 𝐌𝐨𝐫𝐞𝐧𝐨 𝐏𝐢𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐢̀, 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐃𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐅𝐫𝐚𝐭𝐭𝐞.

𝐒𝐜𝐡𝐞𝐫𝐳𝐢 𝐢𝐧 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐚 𝐂𝐞𝐜𝐡𝐨𝐯 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐏𝐞𝐭𝐞𝐫 𝐒𝐭𝐞𝐢𝐧di Pietro Caruso C'è un teatro che riesce ad imprimersi ...
10/01/2026

𝐒𝐜𝐡𝐞𝐫𝐳𝐢 𝐢𝐧 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐚 𝐂𝐞𝐜𝐡𝐨𝐯 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐏𝐞𝐭𝐞𝐫 𝐒𝐭𝐞𝐢𝐧
di Pietro Caruso

C'è un teatro che riesce ad imprimersi nel gusto del pubblico innanzi tutto forte della capacità espressiva degli attori.
In una delle sue interviste, 𝐏𝐞𝐭𝐞𝐫 𝐒𝐭𝐞𝐢𝐧, il regista di origine tedesca che può tranquillamente, come lo fu Strehler, essere definito un vero e grande drammaturgo europeo, ha chiaramente espresso la sua preferenza per la messa in scena di spettacoli nei quali sono la parola, la recitazione e la grammatica dei suoi movimenti a definire la coerenza del testo.
Le trovate della cronaca teatrale sul palcoscenico non interessano questo grande interprete della drammaturgia della seconda metà del Novecento e del primo scorcio del ventunesimo secolo.

𝑪𝒓𝒊𝒔𝒊 𝒅𝒊 𝒏𝒆𝒓𝒗𝒊. 𝑻𝒓𝒆 𝑨𝒕𝒕𝒊 𝑼𝒏𝒊𝒄𝒊, tratti dagli scherzi di 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧 𝐂𝐞𝐜𝐡𝐨𝐯, visti ieri sera al Teatro Diego Fabbri Forlì, sono riusciti a sedare parecchie tossi fastidiose che annunciano, in inverno, la condizione tradizionale di una parte degli spettatori che comunque non vogliono mancare a queste occasioni importanti di teatro dal vivo, tra l'altro, in questo caso, senza gli orribili supporti tecnologici audio-voce degli attori.

Quando Cechov scrisse i tre 𝐴𝑡𝑡𝑖 𝑈𝑛𝑖𝑐𝑖, stava emergendo come scrittore di vaglia, specializzato nei racconti brevi, ma in una fase creativa nella quale non era ancora conclamato come drammaturgo di successo. Era del resto ancora giovane, e precoce fu la sua morte, dopo molti anni di malattia tubercolotica, nel 1904, quando aveva appena 44 anni. La maggior parte della critica attribuisce a questi 𝐴𝑡𝑡𝑖 𝑈𝑛𝑖𝑐𝑖 la esclusiva derivazione dalla formula del Vaudeville francese che tanto piaceva a quella fetta della borghesia commerciale e intellettuale di Pietroburgo più che di Mosca.
Del resto anche la Russia di quel periodo di fine Ottocento aveva, attraverso lo zar Alessandro III, decisamente spostato le relazioni politiche verso Francia e Regno Unito, invece che la Prussia come era avvenuto prima del 1870.

La messa in scena dei tre 𝐴𝑡𝑡𝑖 𝑈𝑛𝑖𝑐𝑖 - 𝑳'𝒐𝒓𝒔𝒐, 𝑰 𝒅𝒂𝒏𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝒕𝒂𝒃𝒂𝒄𝒄𝒐 𝒆 𝑳𝒂 𝒅𝒐𝒎𝒂𝒏𝒅𝒂 𝒅𝒊 𝒎𝒂𝒕𝒓𝒊𝒎𝒐𝒏𝒊𝒐 - è pienamente riuscita, al mio gusto senza alcun dubbio.

𝐿'𝑜𝑟𝑠𝑜, ambientato nella dimora della vedova Elena Ivanovna Popova, interpretata con piglio e autorevolezza attoriale, senza sbavature, dalla sempre ottima 𝐌𝐚𝐝𝐝𝐚𝐥𝐞𝐧𝐚 𝐂𝐫𝐢𝐩𝐩𝐚, mantiene davvero la elettrica tensione della "crisi di nervi", per sciogliersi in un lieto fine in cui Cechov non nasconde quella vena umoristica e sarcastica che gli consentiva di rappresentare la piccola e media borghesia terriera e commerciale del suo tempo, escludendo però i toni escatologici di un Tolstoj. Grigorij Stephanovic Smirnov, ex tenente di artiglieria, e irato proprietario terriero creditore del tutto insoddisfatto, ha in 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐚𝐦𝐩𝐚𝐨𝐥𝐢 la fisicità e la credibilità di una interpretazione personale molto convincente. E non si può trascurare il servo Luka che, nei panni di 𝐒𝐞𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐁𝐚𝐬𝐢𝐥𝐞, sa esplicare in maniera perfetta le contraddizioni e le pavidità del vecchio collaboratore familiare della signora Ivanovna Popova. Del resto, lo stesso Sergio Basile, vastissima esperienza teatrale, è lo stesso attore che in 𝐿𝑎 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎 𝑑𝑖 𝑚𝑎𝑡𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑜 interpreta il fumantino Stepan Cubakov, padre di Natalia, giovane venticinquenne, che attraverso la prova attoriale di 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚 𝐒𝐜𝐚𝐭𝐢𝐠𝐧𝐨 scatena, in una scena memorabile, le risate più spontanee e irrefrenabili dell'intero spettacolo in cui umorismo e satira non mancano mai.
Il ruolo di Natalia non può reggersi se non fosse dialettizzato dalla interpretazione di 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐀𝐯𝐞𝐫𝐨𝐧𝐞 che veste il ruolo dell'impacciato corteggiatore, si fa per dire, pieno di acciacchi e ipocondrie nella figura di
Ivan Vasilevic Lobov, fino alla conclusione delle "felicità matrimoniali", che Cechov trovò dopo molte esitazioni nella sua vita reale ma che, in questo racconto, ancora sono la rappresentazione del suo contrario. Il monologo 𝐼 𝑑𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑎𝑏𝑎𝑐𝑐𝑜 è un pezzo tutto recitato da 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐥𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐅𝐨𝐠𝐚𝐜𝐜𝐢, con il testo confessione di Ivan Ivanovic Njuchin, marito infelice e frustrato, diviso fra la fuga in una desiderabile libertà senza doveri e la catena della routine familiare governata da una moglie che nella vita dirige una istituzione musicale, si intuisce con un piglio fin troppo autorevole.

Questo spettacolo che da alcuni anni prosegue senza tentennamenti il suo percorso di successo, più ancora per l'eleganza asciutta del testo cechoviano, sta sulle robuste spalle di un sestetto di attori di vaglia e dalla fondamentale interpretazione delle due donne: la esperta Maddalena Crippa e la sempre più convincente Emilia Scatigno.
E poi inutile nascondere cosa vuole dire per il teatro l'importanza di un regista come Stein.

Dimenticavo. Questo tipo di teatro non ha bisogno o quasi di scenografia e nemmeno di supporto musicale. E' tutto nella mente, nel cuore, nella voce e nel corpo dell'attore. Punto.

𝑳'𝒂𝒏𝒂𝒕𝒓𝒂 𝒂𝒍𝒍'𝒂𝒓𝒂𝒏𝒄𝒊𝒂 𝐢𝐧 𝐬𝐚𝐥𝐬𝐚 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚𝐧𝐞𝐚.𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐆𝐫𝐞𝐠 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞 𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥 Teatro Diego Fabbri Fo...
20/12/2025

𝑳'𝒂𝒏𝒂𝒕𝒓𝒂 𝒂𝒍𝒍'𝒂𝒓𝒂𝒏𝒄𝒊𝒂 𝐢𝐧 𝐬𝐚𝐥𝐬𝐚 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚𝐧𝐞𝐚.
𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐆𝐫𝐞𝐠 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞 𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥 Teatro Diego Fabbri Forlì
di Pietro Caruso

La versione, vista ieri sera al Teatro Diego Fabbri di Forlì, della celeberrima commedia "L'anatra all'arancia" per la regia del polisemico 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐆𝐫𝐞𝐠𝐨𝐫𝐢, 𝐢𝐧 𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐆𝐫𝐞𝐠, convince per la capacità, con la complicità determinante del gruppo di attori guidati da uno spumeggiante 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐒𝐨𝐥𝐟𝐫𝐢𝐳𝐳𝐢, di trasferire in un ambiente mediterraneo e padano una pièce che l'aristocratico William Douglas-Home aveva impiantato nella campagna inglese quando l'aveva scritta, in fretta e furia, nella primavera del 1967.

Quella scrittura, che metteva in evidenza la crisi di una coppia delle "classi alte", era poi immediatamente stata temperata dalla contestuale versione francese adattata dall'amico Marc-
Gilbert Sauvajon, anche lui come Douglas-Home regista e in più abile sceneggiatore. E così era anche stato definito il titolo che poi è diventato iconico per rappresentare questo spettacolo: 𝐶𝑎𝑛𝑎𝑟𝑑 𝑎 𝑙'𝑜𝑟𝑎𝑛𝑔𝑒, che suona molto meglio di quello inglese, assai più criptico, di 𝑆𝑒𝑐𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑦 𝐵𝑖𝑟𝑑 (Uc***lo segretario) che era in effetti molto meno rassicurante quale titolo di una commedia borghese, visto che il volatile "segretario" è un rapace africano piuttosto aggressivo.

Quello visto al Fabbri è uno spettacolo spensierato, leggero, ambientato in una piccola località brianzola dell'hinterland milanese dove ci sono quelle ville di campagna che sfuggono alla mortale convulsione del centro degli affari e dove, partendo dalla scena iniziale di una partita a scacchi, avviene l'imprevista confessione da parte di Lisa (𝐈𝐫𝐞𝐧𝐞 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐢) di un tradimento in corso del coniuge Gilberto Ferrari, esuberante, infingardo, imprevedibile e vitalissimo autore televisivo (nella versione inglese era della Bbc).
Il Gilberto di cui si parla in questa edizione, della durata di 2 ore e mezza con un piccolo intervallo, è interpretato con grande eclettismo e versatilità da Emilio Solfrizzi che è un attore di grande talento e con una naturale propensione a passare dai vari generi, riconosciuto però dal grande pubblico per la facilità con cui si esprime nel linguaggio comico, ma anche con molte altre doti che proprio in teatro, da diversi anni, motivano il suo lavoro, affrontato con successo anche ruoli attoriali cinematografici e televisivi.

Solfrizzi è il mattatore in questa versione dell'𝐴𝑛𝑎𝑡𝑟𝑎 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑟𝑎𝑛𝑐𝑖𝑎 perché tiene il filo ininterrotto di una recitazione che è un rutilante gioco di battute e controbattute. Una signora, ieri sera, nel piccolo spazio dell'intervallo, mi ha sottolineato come nella recitazione di Solfrizzi ci fosse uno stile che richiamava Totò e il suo incalzante gioco della battuta e ribattuta con mimica facciale: una osservazione che faccio anche mia. Del resto questo Gilberto ha molti difetti del maschio italiano, ma con leggerezza quasi infantile e, in temi cupi come questo scorcio d'epoca, questa commedia esorcizza del tutto toni volgari e violenti e il senso cupo di tragedia che, nonostante le festività natalizie imminenti, incombe non solo sul nostro Paese.

E invece la toccata di umorismo e di freschezza di questo spettacolo, giunto alla sua puntata 215, mantiene intatta la promessa di immergersi in una atmosfera dove il gioco della gelosia, dell'inganno amoroso e del lieto fine sa realizzarsi con il godimento di tutti. Non sono certo di contorno le altre figure attoriali che lavorano in questo spettacolo: Irene Ferri, moglie bella e fragile giunta al passo della definitiva rottura matrimoniale, 𝐑𝐮𝐛𝐞𝐧 𝐑𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐨 che regge la parte dell'amante di Lisa nella figura del nobile Leopoldo Augusto Serravalle Scriva, reduce da tre matrimoni falliti ma che sa conservare l'aplomb di un gentiluomo anglosassone anche se messo terribilmente alla prova dai tranelli del Gilberto Ferrari. Patrizia, la segretaria bella e provocante è interpretata da 𝐁𝐞𝐚𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞 𝐒𝐜𝐡𝐢𝐚𝐟𝐟𝐢𝐧𝐨 che, con naturale eleganza, trasforma lo stereotipo della giovane assistente molto disponibile in una giovane che sa davvero il fatto suo. Infine Teresa (𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐨) che segue Lisa da quando è nata e interpreta il senso comune che cerca di dare un minimo di razionalità allo stravagante mondo di una coppia della mezza età in crisi.

Divertimento dunque assicurato come esito dello spettacolo, ma un umorismo mai sguaiato che rende molto valida questa versione di un classico di una commedia che si trasforma ogni sera sintonizzata sulla stessa linea d'onda che gli attori e le attrici sanno esprimere nell'incanto del teatro dal vivo.

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