11/05/2016
Pietro Ricucci: inferno consumistico e belle invenzioni
fino al 31 luglio - dal lun. al ven. 8,00-13,00/ 15,30 -18,30
Dalla seconda metà del XX secolo si succedono decenni straordinari: felici e burrascosi, drammatici e sanguinosi. Ma la svolta dei Cinquanta appariva univocamente (e volontaristicamente) orientata verso direzioni certe: abbondanza di beni e di consumi, voglia di vivere e vorace creatività.
Eppure, col tempo, le differenze emergeranno. Per esempio, nella pop art, in USA prima e in Europa poi: dal gelido distacco dell'"osservatore", si transita verso l'analisi critica di chi "non ci sta".
Tutto chiaro, allora, anche nel decifrare il lavoro di un post-post-pop-artista come Ricucci e a distanza di più di cinquant'anni?
Sembra proprio di no. Una parola documenta l'avvenuta disintegrazione di ogni plausibile comprensione degli aspetti più ordinari e di quelli più drammatici della contemporaneità: "embedded". Un termine che non attesta la nascita di un fenomeno: il corrispondente di guerra "incorporato" in un esercito (giornalista o potenziale storico) ha accompagnato sempre le guerre e il sorgere della storia come tecnica narrativa e possibile analisi scientifica degli eventi. Ma oggi, di fronte ai conflitti "asimmetrici", chiunque "si immischi", lo fa a suo rischio e pericolo.
Perché, pensando a Pietro Ricucci, mi sono venute in mente queste figure e queste immagini?
Provo a spiegarlo.
Gli artisti, da (quasi) sempre: raccontano la realtà di cui sono parte integrante (o integrata); la descrivono, tenendosene "a parte"; la raccontano, aggredendola, sbattendola in faccia a chi guarda, imitandola, trasfigurandola o pretendendo di ignorarla. E così via. In ogni caso, la realtà non scompare; può essere messa in parentesi, ma non sparisce. Primo o poi affiora.
Riassuntivamente: in Pietro Ricucci sembra emergere e inabissarsi tutto quello che è accaduto e accade e il contrario di tutto quello che sta accadendo in quello che sembra essere il compendio della contemporaneità (e che 70 anni fa si profilava all'orizzonte del pop): consumismo, rifiuti, riciclo e riciclaggi, pervasività del messaggio pubblicitario, delle chiacchiere mediatiche, lettering e packaging, del mailing afasico e cinguettante; l'ormai trionfante alienazione consumistica, il totale disinteresse per ogni pensiero, gesto o comportamento di consapevolezza civile.
La pop art americana rovesciò sull'Europa l'immagine fedele di quello che lì stava accadendo e che qui stava per accadere: tra supermercati, case, strade, città: e corpi. Nessuna esplicita intenzione polemica ed eversiva accompagnava l'evento (parte di un "piano CIA" di rottura dell'egemonia culturale e artistica dell'Europa?). Ma fu, questa, la cifra originale che venne aggiunta dal versante "vecchio continente" dei pop-artisti. Possiamo, perciò, concludere che questi erano, di fronte ai fenomeni montanti della società/cultura di massa, liberi e critici, e quelli..."embedded", acritici e asserviti? Troppo schematico. Basta guardare la produzione di Pietro Ricucci.
"Siete, siamo tutti coinvolti, embedded": è questo l'annuncio. Irrefutabile. Irrevocabile. Anche se è proprio l'operazione di esplicita e ossessiva "vetrinizzazione" a denunciare una deriva consumistica, alla quale nessuno sembra destina a sfuggire. Eppure, isolati o a schiera, gli uomini, le donne, i bambini di Ricucci, con i loro fardelli e i corpi tatuati e appesantiti da suadenti e perentori inviti all'"azione consumistica", marciano con l'incedere elegante e baldanzoso di un "Quinto Stato" allegramente votato alla sconfitta. Il tutto senza bisogno di dichiarazioni esplicite da parte dell'artista: vetrinista compulsivo e implacabile. Volti assenti, corpi come affiches ambulanti, colori e segni come trappole della coscienza e della volontà. La strada dell'inferno consumistico è lastricata di belle invenzioni.
Guido Pensato
aprile 2016