04/09/2026
Il problema, alla fine, è sempre lo stesso: nel Gargano non mancano le risorse. Mancano i responsabili delle risorse.
Abbiamo mare, montagne, foresta, biodiversità, agricoltura, pesca, olio, vino, grano, allevamenti, borghi, storia, cultura, artigianato e una cucina che potrebbe essere un formidabile strumento di attrazione turistica.
E cosa facciamo?
Contiamo gli arrivi.
Poi contiamo le presenze.
Poi contiamo i tavoli vuoti.
Poi contiamo le stelle Michelin degli altri.
E, quando i numeri non tornano, organizziamo un convegno per spiegare che “bisogna fare sistema”.
Naturalmente con le stesse persone che da vent’anni non sono riuscite a farlo.
È questa la parte più surreale.
Ogni volta che qualcuno fotografa il problema, la risposta è una nuova analisi, un nuovo tavolo, una nuova cabina di regia, un nuovo piano strategico, un nuovo progetto di promozione.
Manca soltanto una cosa: qualcuno che decida.
Perché una politica industriale del turismo non consiste nel fare comunicazione sul Gargano. Consiste nel decidere che economia vogliamo costruire attraverso il turismo.
Significa decidere quali flussi attrarre, quali mercati conquistare, come collegare agricoltura, ristorazione, cultura, artigianato e ospitalità, come formare professionalità, come costruire prodotti turistici vendibili dodici mesi l’anno.
E soprattutto significa smettere di considerare ogni Comune come una piccola monarchia indipendente e il Gargano come una somma di campanili.
Perché mentre noi continuiamo a discutere se il problema siano i prezzi, le famiglie che spendono meno, la viabilità, le stelle Michelin o il “brand appannato”, altri territori stanno semplicemente costruendo destinazioni.
E qui arriviamo alla parte più scomoda.
Se un territorio possiede enormi potenzialità e da decenni non riesce a trasformarle in valore economico strutturale, prima di accusare il turista bisognerebbe interrogare chi ha avuto il compito di governare quel territorio.
Il turista non ha promesso niente a nessuno.
La classe dirigente sì.
Ha promesso sviluppo.
Ha promesso destagionalizzazione.
Ha promesso infrastrutture.
Ha promesso promozione.
Ha promesso rete.
Ha promesso valorizzazione delle eccellenze.
E dopo decenni siamo ancora qui a dire che “bisogna fare sistema”.
A questo punto non è più una strategia.
È un alibi.
E forse dovremmo smettere anche di parlare di “mancanza di visione”.
Perché la visione, ormai, l’abbiamo vista talmente tante volte nei documenti strategici che rischiamo di consumarla.
Quello che manca è molto più semplice e molto più difficile:
la capacità di trasformare una visione in responsabilità, una responsabilità in decisioni e le decisioni in risultati.
Altrimenti continueremo ad avere il paradosso di un territorio straordinario amministrato come se fosse un problema da gestire, anziché un’economia da costruire.
E continueremo, puntualmente, a chiederci perché gli altri abbiano 16 ristoranti stellati e noi dobbiamo ancora spiegare quanto siamo bravi ad avere le materie prime.
Forse è arrivato il momento di smettere di raccontare quanto siamo ricchi di eccellenze.
E iniziare a chiederci perché chi dovrebbe trasformarle in valore continua a comportarsi come se non sapesse nemmeno dove sono.
Ed è esattamente per questo che Daunia & Gargano non è una semplice idea di promozione territoriale: è il tentativo di rompere questa logica del ognuno per sé e Dio per tutti e costruire finalmente una destinazione che abbia un’identità, un’offerta e, soprattutto, una strategia economica.
Ringrazio il Quotidiano l'Attacco per l'intervista sugli esiti della buona stagione nel Gargano e sul futuro del turismo .
𝗖𝗲𝘀𝗰𝗵𝗶𝗻: "𝗧𝗮𝗹𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗼. 𝗠𝗮𝗻𝗰𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗮 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗶𝗻𝗱𝘂𝘀𝘁𝗿𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲"
𝘐 𝘥𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘢𝘨𝘦𝘯𝘻𝘪𝘢 𝘳𝘦𝘨𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘗𝘶𝘨𝘭𝘪𝘢𝘱𝘳𝘰𝘮𝘰𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢𝘵𝘪 𝘢 𝘨𝘪𝘶𝘨𝘯𝘰 𝘦𝘷𝘪𝘥𝘦𝘯𝘻𝘪𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘪𝘨𝘯𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘵𝘪𝘷𝘢 𝘥𝘪𝘮𝘪𝘯𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘪 (-𝟥𝟦𝘮𝘪𝘭𝘢) 𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘻𝘦 (-𝟩𝟧𝘮𝘪𝘭𝘢) 𝘯𝘦𝘭 𝘎𝘢𝘳𝘨𝘢𝘯𝘰. 𝘊𝘰𝘮𝘦 𝘴𝘪 𝘴𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢 𝘪𝘭 𝘤𝘢𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘻𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘝𝘪𝘦𝘴𝘵𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵'𝘦𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦 𝘩𝘢 𝘳𝘦𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘰? 𝘐𝘭 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘊𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘤𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘥𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝟣° 𝘴𝘦𝘵𝘵𝘦𝘮𝘣𝘳𝘦 𝟣.𝟩𝟨𝟦.𝟩𝟨𝟦 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘻𝘦 (𝘯𝘦 𝘧𝘶𝘳𝘰𝘯𝘰 𝟤.𝟣𝟩𝟩.𝟨𝟧𝟪 𝘪𝘯 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝟤𝟢𝟤𝟧).
In un contesto di calo generale delle presenze di tutte le destinazioni che non hanno flussi strutturati di visitatori internazionali, certo non mi aspetto che i brand "appannati" siano tra i più competitivi. Ricordo che 20 anni fa, invitato a Vieste dalla Confcommercio, dissi: "Dovreste fare una cosa sola: voltare le spalle al mare per accorgervi delle straordinarie eccellenze nascoste dell'entroterra". Non mi riferivo ancora all'idea di "Daunia & Gargano", ma anche soltanto alla Foresta Umbra, alle orchidee, ai borghi e alle mille esperienze rese possibili da un territorio straordinario, ma spesso ancora guardato come se non si fosse capita la lezione di Enrico Mattei: l'intuizione pionieristica della bellezza e del valore economico del paesaggio. Dispiace sempre vestire i panni di Cassandra, ma insistere solo sul segmento balneare, pensando di poter ancora lavorare 3 mesi l'anno e "disabitando" Vieste d'inverno - preferendole l'appartamento di Roma, di Parigi o di New York - è stata solo una bellissima utopia.
Ma 𝘂𝗻 𝗹𝘂𝗼𝗴𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗲𝘁𝗿𝗼𝗹𝗶𝗼, non è un giacimento da cui pompare finché dura. E chi governa deve decidere quali visitatori attrarre. Quali sono compatibili. Quali rispettano la capacità di carico. Quali generano un impatto positivo netto, ovvero lasciano più valore di quanto ne consumano. Di tutto questo, qualcuno è responsabile. E non è chi arriva ma chi governa l'incontro tra il luogo e chi arriva. Perché il valore da presidiare non è un'astrazione ma ha un volto, anzi, ne ha molti: è chi rimane ad abitare tutto l'anno, è chi trattiene un talento, è chi tiene aperta la bottega dove prima c'erano dieci e oggi sono kebab. È il pastore che sale ancora in quota quando sarebbe più comodo scendere. È il pescatore, il vinaio, il frantoio o chi sa ancora ti**re su un muretto a secco, pietra su pietra. Sono i custodi: quelli che non se ne vanno e - con cura - mantengono vivo il genius loci. Più di un flusso d'agosto. Più di un lido affollato. Più di un ristorante stellato. Se i documenti ufficiali della Regione parlano di un brand Gargano "appannato", 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗶𝗴𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗲 𝗲̀ 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗿𝗱𝗮𝗻𝘁𝗲.
𝘐 𝘱𝘳𝘪𝘯𝘤𝘪𝘱𝘢𝘭𝘪 𝘳𝘪𝘴𝘵𝘰𝘳𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘨𝘢𝘳𝘨𝘢𝘯𝘪𝘤𝘪 𝘴𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘭𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘱𝘢𝘳𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘴𝘵𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘭𝘶𝘥𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘤𝘢𝘶𝘴𝘢 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘷𝘪𝘥𝘶𝘢𝘯𝘰 𝘪 𝘮𝘪𝘯𝘰𝘳𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘶𝘮𝘪 𝘥𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘧𝘢𝘮𝘪𝘨𝘭𝘪𝘦. 𝘔𝘢 𝘪𝘭 𝘴𝘦𝘵𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘧𝘰𝘳𝘴𝘦 𝘩𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘳𝘪𝘵𝘪𝘤𝘪𝘵𝘢̀ 𝘴𝘵𝘳𝘶𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢𝘭𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘦, 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘳𝘦𝘥𝘦? 𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘭𝘢 𝘊𝘢𝘱𝘪𝘵𝘢𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘪𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘵𝘶𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘦𝘯𝘰𝘨𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰𝘯𝘰𝘮𝘪𝘤𝘰, 𝘱𝘶𝘳 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘷𝘪𝘯𝘤𝘪𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘵𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘨𝘳𝘪𝘤𝘰𝘭𝘢 𝘦𝘥 𝘦𝘴𝘵𝘦𝘴𝘢? 𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘚𝘢𝘭𝘦𝘳𝘯𝘪𝘵𝘢𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘳𝘰𝘷𝘢𝘳𝘦 𝟣𝟨 𝘳𝘪𝘴𝘵𝘰𝘳𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘴𝘵𝘦𝘭𝘭𝘢𝘵𝘪 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘪 𝘴𝘪 𝘦̀ 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘻𝘦𝘳𝘰, 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘦𝘯𝘵𝘦𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘶𝘯𝘪𝘤𝘢 𝘴𝘵𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘔𝘪𝘤𝘩𝘦𝘭𝘪𝘯 𝘥𝘢𝘭 𝟤𝟢𝟤𝟤 𝘦 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘢𝘭 𝟤𝟢𝟤𝟧?
La questione della ristorazione stellata o di qualità sul Gargano non è un problema di mancanza di talento o di materia prima, che anzi abbondano. È la conseguenza diretta della mancanza di una vera e propria politica industriale della destinazione: senza una programmazione strategica che sappia qualificare i flussi, allungare la stagione, investire nella formazione e mettere in rete i produttori agricoli, la pesca sostenibile e la ristorazione all'interno di un racconto identitario forte, continueremo a inseguire i numeri degli altri senza costruire un'economia turistica solida e duratura. Il confronto con territori come la provincia di Salerno (che include le Costiere amalfitana e cilentana) o con realtà di forte attrattività come Trani è utile, ma rischia di diventare fuorviante se affrontato con la lente distorta del numero di macaron assegnati. Per analizzare lucidamente la situazione della ristorazione e del turismo enogastronomico sul Gargano, occorre spostare il fuoco sui veri nodi strutturali. Il primo è il modello di offerta e stagionalità: il Gargano sconta storicamente un modello di turismo balneare di massa, fortemente concentrato in pochi mesi estivi. Questo rende economicamente fragile e complessa la gestione di una ristorazione di alto livello o di ricerca, che per reggersi ha bisogno di destagionalizzazione, flussi costanti tutto l'anno e di un'utenza con un potere di spesa medio-alto disposta a viaggiare anche nei mesi spalla.
Il secondo nodo è il 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 contro la monocultura della camera: la ristorazione non vive in un vuoto pneumatico. Se il territorio soffre un calo di presenze e una contrazione del potere d'acquisto, è normale che il primo anello a cedere sia proprio la ristorazione intermedia e di qualità, schiacciata tra l'aumento dei costi di gestione (materie prime, energia, personale qualificato, etc.) e la necessità di contenere i prezzi per non perdere clientela.
Il terzo nodo è il confronto geografico: citare la provincia di Salerno o Trani significa paragonare ecosistemi turistici profondamente differenti. Salerno fa leva su un brand turistico globale e integrato (Costiera amalfitana e Cilento) con una storia decennale di investimenti internazionali. Trani si inserisce in un asse costiero e culturale (la Bat e il Nord Barese) con una densità urbana e di flussi business/culturali ben diversa. Il Gargano ha potenzialità straordinarie: penso alla biodiversità interna, alla Foresta Umbra, a una tradizione agroalimentare e marinara potentissima, ma sconta una frammentazione della governance territoriale e una storica difficoltà a fare sistema tra costa e interno. Altrimenti, perché da oltre 10 anni insisterei con 𝗗𝗮𝘂𝗻𝗶𝗮&𝗚𝗮𝗿𝗴𝗮𝗻𝗼?