Tutte le recensioni del Leo

Tutte le recensioni del Leo Questa pagina è stata creata con l'intento di manifestare e condividere con voi tutto l'amore che nutro per il cinema.

Questa è la mia storia

"C'era una volta a... Fiesole" un ragazzo che scoprì "La grande bellezza" del cinema e ne rimase folgorato. Poi arrivò "La dolce vita" fiorentina e tra un Cuba libre e un Long Island non smise di andare al cinema assieme ad altri "Vitelloni". Esso si iscrisse anche alla "Scuola Nazionale di cinema indipendente" dove insieme ai suoi nuovi "Compagni di scuola" visionò innumer

evoli capolavori. Sì, sembrava proprio di essere al "Nuovo cinema Paradiso" di Tornatore. Questa "Folle passione" portò inoltre il ragazzo a divenire un accanito lettore di "Ciak" che compra regolarmente da anni. Il giovane ama in particolar modo Carlo Verdone, a suo parere è veramente un artista "Troppo forte"!. Sosterrà fino alla morte che guardare film è e sarà per sempre "Un sacco bello".

15/06/2026

Oggi ricordiamo la nascita di Alberto Sordi, un gigante del cinema italiano che con la sua ironia, il suo talento e i suoi personaggi indimenticabili ha fatto ridere, riflettere ed emozionare milioni di spettatori. ❤️

Le sue interpretazioni sono entrate nella storia e continuano a conquistare generazioni diverse, dimostrando che il vero talento non conosce il passare del tempo.

Portobello - Il "caso Tortora" sviscerato da Marco Bellocchio.Dopo aver raccontato in "Esterno notte" il "caso Moro" Mar...
10/06/2026

Portobello - Il "caso Tortora" sviscerato da Marco Bellocchio.

Dopo aver raccontato in "Esterno notte" il "caso Moro" Marco Bellocchio si cimenta nuovamente con la serialità televisiva per narrare in "Portobello" le vicissitudini inerenti al "caso Tortora". Questa miniserie in sei episodi sviscera magistralmente ogni passaggio di una delle pagine più brutte della giustizia italiana. Il regista de "I pugni in tasca" e "Il traditore" racconta, con dovizia di particolari, l'aspetto pubblico e intimo di Enzo Tortora, un uomo di successo che, improvvisamente, verrà arrestato con l'accusa di essere sia un camorrista che uno spacciatore di cocaina. Le fonti vengono ritenute attendibili nonostante provengano da criminali affetti da malattie psichiatriche conclamate. Per il protagonista e i suoi cari comincerà un calvario che si protrarrà dall'inizio degli anni '80 fino al 1987. "Portobello" è un'opera monumentale che non si limita a raccontare pedissequamente i fatti di cronaca. Bellocchio infatti inserisce nella miniserie allegorie e momenti onirici davvero incisivi. Il castello di carte e la maschera di Pulcinella ne sono dei chiari esempi. Il primo simboleggia l'inconsistenza delle accuse mosse nei confronti di Tortora mentre la seconda, rievocata più volte, mostra come la burocrazia, in casi come questo, si possa legittimamente paragonare alla "Commedia dell'arte". Fabrizio Gifuni è immenso nei panni di un uomo, la cui unica colpa, paradossalmente, è quella di essere innocente. Il camaleontico attore romano entra in simbiosi con il personaggio di Tortora, allo stesso modo di come aveva fatto ricoprendo il ruolo di Aldo Moro. Il resto del cast non è da meno. Lino Musella, non nuovo a interpretare individui dalla personalità borderline, è straordinario nei panni di Giovanni Pandico, una sorta di Joker dalle sembianze umane che si rivelerà determinante per il processo attuato nei confronti del popolare conduttore. Meritevoli di essere menzionate risultano anche Romana Maggiora Vergano e Barbora Bobulova. Le due interpreti sono bravissime nelle vesti, rispettivamente, della giovane amante e della sorella del protagonista. Un plauso anche ai talentuosi Gianfranco Gallo, Alessandro Preziosi, Fausto Russo Alesi e Tommaso Ragno. Quest'ultimi, pur ricoprendo ruoli marginali, riescono ad essere ugualmente incisivi. "Portobello" ha anche il merito di fotografare lucidamente un periodo storico funestato dalla malavita organizzata in cui si doveva per forza aderire ad una "forte" corrente politica per essere tutelati. È proprio il caso di dire che era necessario fare le cose a "pappagallo", animale che, fra l'altro, aveva una certa rilevanza nel programma condotto da Tortora. Nella miniserie infatti vediamo che quest'ultimo verrà penalizzato dal fatto di essere un liberale. Se avesse aderito a partiti popolari come la Democrazia Cristiana (DC) o il Partito Socialista Italiano (PSI) indubbiamente sarebbe stato maggiormente protetto. Bellocchio inoltre, in questa sua ultima fatica, mostra allo spettatore come essere un personaggio noto possa rivelarsi, talvolta, un'arma a doppio taglio. Tortora infatti, durante la vicenda, pagherà a caro prezzo il suo status di individuo "agiato". "Portobello" è l'ennesimo capolavoro di un "maestro" del nostro cinema che, tramite la figura di Tortora, denuncia un sistema giuridico fallace che, pur di non mostrarsi tale, è disposto a mettere al rogo un innocente. A ottant'anni suonati Marco Bellocchio realizza un'opera "necessaria" da far vedere nelle scuole che rifugge sia il didascalismo che la santificazione di Tortora. Piuttosto l'intenzione del cineasta piacentino è quella di ricordare un fatto intollerabile che non si deve ripetere in futuro.
Solamente evitando errori madornali e insanabili come questo infatti la società può acquisire una credibilità tale da potersi considerare a tutti gli effetti, nei confronti dei bravi cittadini, un porto bello e sicuro.

Il bambino nascosto - Roberto Andò racconta l'infanzia rubata.In questo lungometraggio del 2021, intitolato "Il bambino ...
05/06/2026

Il bambino nascosto - Roberto Andò racconta l'infanzia rubata.

In questo lungometraggio del 2021, intitolato "Il bambino nascosto", Roberto Andò trae liberamente spunto da un proprio romanzo di successo per portare sul grande schermo le vicissitudini di Gabriele Santoro (Silvio Orlando), un professore di musica schivo ed erudito che vive una vita grigia e monotona in un malfamato quartiere di Napoli.
Gabriele è solito passare le giornate nutrendosi di cultura. Esso infatti impiega il suo tempo a declamare poesie e a suonare il pianoforte.
Un giorno inaspettatamente in casa sua entrerà un bambino di nome Ciro (Giuseppe Pirozzi), che si rivelerà essere il figlio di un camorrista.
Santoro, per merito del ragazzino, abbandonerà la sua proverbiale vigliaccheria trovando il coraggio di fare in vita sua, finalmente, una scelta.
Ciro, dal canto suo, sarà per la prima volta libero di essere se stesso grazie al fatto che in casa del maestro si trova in un contesto in cui il giovane non è vessato dai dogmi imposti dall'universo criminale a cui, suo malgrado, appartiene.
Il regista di "Viva la libertà" e "Una storia senza nome" realizza un bellissimo dramma a tinte gialle dallo stile vagamente retrò che trova la sua forza in un Silvio Orlando magistrale. Il pluripremiato attore partenopeo offre una performance ricca di sfumature, dando vita ad un personaggio indimenticabile.
Anche il resto del cast si dimostra all'altezza. Il piccolo Giuseppe Pirozzi se la cava egregiamente, al pari del bravissimo Lino Musella nei panni di un sicario frustrato, del talentuoso Gianfelice Imparato nel ruolo del fratello di Gabriele e del sempreverde Roberto Herlitzka. Quest'ultimo interpreta il padre del protagonista.
Herlitzka risulta superlativo in una delle scene più belle ed emozionanti di tutto il film in cui l'anziano genitore affermerà che tra la legge e l'amore ad oggi sceglierebbe quest'ultimo.
Andò mette alla berlina la malavita meridionale in modo anticonvenzionale.
"Il bambino nascosto" infatti ha il grande merito di non polarizzare i buoni e i cattivi. Al contrario l'ultima fatica del cineasta palermitano unisce questi due emisferi mostrando allo spettatore che il confine tra giusto e sbagliato spesso è molto labile.
Andò inoltre non si dimentica di omaggiare l'indimenticato Antonio De Curtis, "alias" Totò, in una gustosa sequenza del film.
Correlato con il significato più recondito della pellicola in questione risulta essere il seguente aforisma del celebre scrittore italiano Massimo Gramellini: “Le scelte giuste sono quelle che si prendono sulla spinta del coraggio e non della paura. Perché non è la scelta in sé che conta, ma lo spirito con cui la si affronta.”
L' opera in esame solleva palesemente il problema dell'infanzia rubata ai figli dei criminali.
Questi bambini infatti sono delle vere e proprie vittime a cui viene negato il libero arbitrio che permetterebbe loro di poter condurre un'esistenza serena ed appagante.
Consiglio dunque spassionatamente di vedere questo gioiellino tutto italiano dal sapore pascoliano. Esso ricorda allo spettatore che, citando una delle poesie declamate da Gabriele nell'incipit de "Il bambino nascosto", quando si metterà in viaggio per Itaca dovrà augurarsi che la strada sia lunga e fertile in avventure e in esperienze. Espediente allegorico che sprona tutti noi a "vivere" intensamente piuttosto che limitarsi pedissequamente ad "esistere".
Requisito fondamentale per fare in modo che ciò accada è quello di "Nun tener paur e nisciun!", autentico mantra ripetuto dal personaggio di Ciro per l'intero film nonché manifesto stesso di questa imperdibile opera firmata da Roberto Andò.

Tantissimi auguri ad una diva del nostro cinema che conosciamo molto bene. Buon compleanno Stefania 🤩🍾🎬👏
05/06/2026

Tantissimi auguri ad una diva del nostro cinema che conosciamo molto bene. Buon compleanno Stefania 🤩🍾🎬👏

Auguri a Stefania Sandrelli, compie 80 anni. Attrice simbolo del cinema italiano, ha attraversato generazioni di film e di pubblico, diventando una delle icone più amate e riconoscibili dello spettacolo.

Da ragazza prodigio a volto senza tempo del grande schermo 😍🎂❤

Una vita difficile - Il dopoguerra raccontato da Dino Risi."L'idealismo va benissimo, ma quando si avvicina alla realtà ...
02/06/2026

Una vita difficile - Il dopoguerra raccontato da Dino Risi.

"L'idealismo va benissimo, ma quando si avvicina alla realtà il suo costo diventa proibitivo."Il suddetto aforisma del compianto giornalista statunitense William Frank Buckley junior risulta essere fortemente pertinente col significato del film "Una vita difficile". L' opera in questione, diretta da Dino Risi, racconta le vicissitudini del giornalista romano Silvio Magnozzi (Alberto Sordi), un antifascista "convinto" che, dopo essere stato partigiano durante la seconda guerra mondiale, andrà a convivere con l'amata Elena (Lea Massari), una bellissima ragazza che l'aveva salvato precedentemente dalle grinfie di un soldato tedesco. Il romanzo autobiografico, intitolato appunto "Una vita difficile", che Magnozzi nel corso del film tenta invano di pubblicare, costituisce un vero e proprio espediente del quale Risi si serve per raccontare il dopoguerra italiano; in "Una vita difficile" infatti assistiamo a momenti cruciali che hanno segnato ineluttabilmente la storia del nostro paese. Si passerà infatti, nel corso della pellicola, dall'armistizio dell'8 settembre alla liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista e dal regime fascista, passando per lo storico passaggio dalla monarchia alla repubblica e per il celebre attentato a Togliatti, fino ad arrivare al cosiddetto "Boom economico" che imperversò nella nostra pen*sola negli anni '60. Il regista di veri e propri capolavori come "Il sorpasso" e "I mostri" ci regala un personaggio indimenticabile che rasenta l'utopismo. Silvio Magnozzi infatti incarna un idealista convinto e incorruttibile che, nonostante tutte le avversità, rimarrà sempre fedele a se stesso e alle sue idee politiche. Pertinenti a tal proposito risultano essere le seguenti parole del celebre scrittore Alberto Moravia: "Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. La sconfitta non rende ingiusta una causa." Alberto Sordi, a differenza di tante altre volte, assieme al fido sceneggiatore Rodolfo Sonego, dà vita in questo caso ad un personaggio complessivamente positivo la cui unica "colpa" risiede nel non voler accettare compromessi. La sequenza in cui Magnozzi, dopo essere stato pubblicamente umiliato dal commendatore per cui lavora, con uno schiaffo lo fa volare in piscina è una delle più significative del cinema italiano e simboleggia la lotta di classe. Consiglio dunque spassionatamente la visione di questo vero e proprio capolavoro del cinema italiano che è stato inserito tra i 100 film italiani da salvare. Concludo ponendo a tutti i lettori il seguente quesito: "È meglio vivere una vita facile e fasulla, oppure è preferibile condurre un'esistenza autentica ma difficile?".

27/05/2026

Tantissimi auguri al regista premio Oscar Giuseppe Tornatore 👏🤩🎬🎥

Antartica - Quasi una fiaba - L'opera prima di Lucia Calamaro resta congelata.Non sono tanti in Italia i film che hanno ...
27/05/2026

Antartica - Quasi una fiaba - L'opera prima di Lucia Calamaro resta congelata.

Non sono tanti in Italia i film che hanno come protagonisti dei ricercatori scientifici. Una delle poche eccezioni è data dalla fortunata trilogia di "Smetto quando voglio". Ecco perché, sotto certi aspetti, "Antartica - Quasi una fiaba" appare fin da subito come un unicum nella cinematografia nostrana. Al suo esordio dietro la macchina da presa Lucia Calamaro decide di raccontare le vicissitudini di alcuni scienziati ubicati in una base di lavoro situata in Antartide. Qui i nostri, capitanati dal veterano Fulvio Cadorna (Silvio Orlando), tenteranno di fare delle scoperte volte a migliorare la qualità della vita dell'intera umanità. L'arrivo di Maria Medri (Barbara Ronchi), brillante ricercatrice dalla forte personalità nonché ex allieva di Fulvio, cambierà radicalmente l'equilibrio dei componenti del gruppo.
"Antartica - Quasi una fiaba" è, senza dubbio, un'opera prima ambiziosa e audace che prova, senza riuscirci, a raccontare il processo scientifico in modo tale da farlo comprendere facilmente alla massa. La Calamaro, coadiuvata in fase di sceneggiatura da Marco Pettenello, mette troppa carne al fuoco cadendo a più riprese nelle insidiose trappole della retorica e del didascalismo. Silvio Orlando e Barbara Ronchi, nei panni dei due personaggi principali offrono, come al solito, performance magistrali. Merito anche della tangibile alchimia che li lega. Ciò non basta però a salvare la pellicola. Per quanto riguarda gli altri componenti del cast Valentina Bellè appare eccessivamente forzata nei panni di questa ricercatrice nevrotica restia a sacrificare le "sue" amate tartarughe per il bene della scienza. Alcuni momenti che la vedono protagonista cadono involontariamente nel ridicolo. Gli altri personaggi invece, pur essendo interpretati da bravissimi attori, si rivelano troppo poco approfonditi per suscitare empatia nei confronti dello spettatore. Sono presenti in "Antartica - Quasi una fiaba" scene godibili ma, come già accennato in precedenza, a renderle tali è quasi unicamente lo smisurato talento di alcuni interpreti. Talune sequenze risultano addirittura avulse dall'organicità di una trama che presenta snodi narrativi davvero troppo improbabili per consentire al pubblico di sospendere l'incredulità. A funzionare maggiormente è invece l'aspra critica alle istituzioni, colpevoli, sia nel lungometraggio che nella realtà, di non finanziare sufficientemente un settore che meriterebbe maggiore sostentamento. Per quanto concerne l'ambientazione anche quest'ultima appare posticcia. Non sembra mai di essere realmente in Antartide. Su questo aspetto però la responsabilità è da attribuire quasi certamente ad una penuria di budget, problema che ultimamente si è pericolosamente ingigantito. Ogni riferimento all'esclusione del documentario di Giulio Regeni dai contributi del Ministero della Cultura non è puramente casuale.
Sotto certi aspetti "Antartica - Quasi una fiaba" si può anche considerare come una storia incentrata sull'amore filiale. Ed è proprio questo il problema principale del film, ovvero che tenta di imboccare più strade differenti allo scopo di accontentare tutti, finendo per ottenere l'effetto opposto. D'altronde, a posteriori, questo difetto lo si può riscontrare già dal titolo. Sarebbe stato più interessante infatti, da parte di Lucia Calamaro, realizzare una fiaba a trecentosessanta gradi piuttosto che un surrogato. Forse togliendo quel "quasi" sarebbe potuto essere un bellissimo film. Chissà.
Intanto attendiamo fiduciosi la seconda opera della Calamaro. Forse la talentuosa drammaturga romana si doveva solamente scaldare un po' di più. Sicuramente per farlo non ha scelto la location adeguata. Provaci ancora Lucia!

Amarga Navidad - Pedro Almodóvar si mette a n**o.A distanza di due anni dal fortunato excursus hollywoodiano de "La stan...
22/05/2026

Amarga Navidad - Pedro Almodóvar si mette a n**o.

A distanza di due anni dal fortunato excursus hollywoodiano de "La stanza accanto" Pedro Almodóvar torna nella "sua" Spagna per realizzare "Amarga Navidad", titolo che tradotto in lingua italiana significa "Natale Amaro". Il prolifico regista di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" e "Tutto su mia madre" in questa sua ultima fatica racconta parallelamente due storie. La prima è ambientata nel 2004 e vede come protagonista Elsa (Bárbara Lennie), una regista di spot pubblicitari che in passato ha girato due film di scarso successo commerciale. La donna da qualche tempo soffre di un'emicrania lancinante, tanto che una sera verrà portata dal rispettivo compagno all'ospedale. La seconda vicenda invece è incentrata su Raúl (Leonardo Sbaraglia), un regista cinematografico che sta scrivendo il suo nuovo film con l'ausilio del fidanzato Santi (Q**m Gutiérrez) e della fidata assistente Mónica (Aitana Sánchez-Gijón). Nel corso della vicenda scopriremo che Elsa in realtà è l'alter ego di Raúl, a sua volta alter ego dello stesso Almodóvar. Quest'ultimo, nonostante l'età, dimostra di non aver perso minimamente la voglia di "giocare" con il cinema. "Amarga Navidad" infatti è un lungometraggio metacinematografico a scatole cinesi in cui la realtà e la finzione si mescolano, fino ad arrivare ad un climax magistrale che conferisce un profondo significato a ciò che abbiamo visto in precedenza. Almodóvar qui fa la cosa più difficile di tutte, ovvero mettere in discussione se stesso. E riesce a farlo con autoironia, senza prendersi troppo sul serio. In "Amarga Navidad" di certo non mancano i topos dell'osannato autore spagnolo. Sono presenti infatti il melodramma, l'ironia a sfondo sessuale, la malattia, il rapporto con la madre e l'elaborazione del lutto. Per certi versi la pellicola in questione rievoca "8 e mezzo", capolavoro diretto da Federico Fellini in cui il protagonista Guido (un immenso Marcello Mastroianni) non riesce a trovare l'ispirazione per concepire una nuova opera. Per uscire da questo empasse deciderà di vampirizzare la sua vita privata, esattamente allo stesso modo di Raùl. Anche in "Dolor y gloria" Almodóvar metteva in scena un suo palese alter ego in crisi creativa ma questa volta lo fa con maggiore autocritica, finendo per mettersi totalmente a n**o di fronte allo spettatore. "Amarga Navidad" manifesta tutta l'impellente esigenza espressiva di un artista che, per sua stessa natura, non può fare altro che raccontare storie per sentirsi vivo. Anche a costo di ferire le persone che ama appropriandosi, senza consenso, della loro intimità. Pertinente a tal proposito risulta il seguente aforisma del celebre scrittore argentino Jorge Luis Borges: “Uno scrittore deve abbandonarsi al piacere di sognare, di scrivere; anche se ciò fosse imprudente. Però chissà che la massima felicità non sia la lettura.” Almodóvar con questo gioiellino ribadisce anche il potere catartico insito nell'arte. Non mancano inoltre le stoccate alle piattaforme e a tutti coloro che cercano di incasellare un prodotto artistico. Memorabile a tal proposito si rivela il dialogo in cui un personaggio del film spiega cosa significhi essere considerato un regista "di culto".
Merita inoltre una menzione a parte il cameo di Rossy de Palma, attrice feticcia di Almodóvar. Quest'ultimo dimostra ancora una volta di essere un "maestro" che non smetterà mai di insegnare a tutti noi cosa vuol dire fare del bel cinema. Cosa che, indubbiamente, contribuisce a renderci i Natali meno amari.

La balia - Bellocchio traspone sul grande schermo una novella di Luigi Pirandello."La balia" è un film del 1999 diretto ...
20/05/2026

La balia - Bellocchio traspone sul grande schermo una novella di Luigi Pirandello.

"La balia" è un film del 1999 diretto da Marco Bellocchio. Quest'ultimo decise di trarre liberamente spunto da una novella di Luigi Pirandello per portare sul grande schermo una storia ambientata nella Roma umbertina in cui una famiglia borghese assumerà una balia per allattare un neonato la cui madre prova nei suoi confronti sentimenti respingenti. "La balia" è un intenso dramma storico e psicologico che esplora efficacemente le dinamiche di classe, la maternità e la salute mentale sullo sfondo di insurrezioni politiche. Il versatile Fabrizio Bentivoglio qui interpreta magistralmente un celebre neuropsichiatra lavorando di sottrazione. Valeria Bruni Tedeschi invece si cala egregiamente nei panni di una donna nevrotica afflitta dalla depressione post-partum. D'altronde la pluripremiata attrice francese riesce spesso a dare il suo meglio nelle vesti di personaggi borderline. L' indimenticabile Beatrice Valdirana de "La pazza gioia", gioiellino diretto da Paolo Virzì, ne è una dimostrazione palese. Infine una straordinaria Maya Sansa ricopre il ruolo di una donna appartenente a un ceto sociale medio-basso. "La balia" include topos narrativi del pluripremiato regista piacentino come l'oppressione della famiglia borghese e il disturbo mentale. Due temi che Bellocchio ha affrontato brillantemente in opere come "I pugni in tasca" (la sua opera prima), "Matti da slegare" e "Salto nel vuoto", per citarne alcuni. "La balia" contrappone due realtà che sono agli antipodi giacché da una parte abbiamo la razionalità di due persone agiate e istruite mentre dall'altra si percepisce fortemente l'istinto passionale e ancestrale della balia. La pellicola in questione inoltre pone l'accento sull'emancipazione femminile, argomento oggi di grande attualità che ha ispirato la realizzazione di molti film negli ultimi anni. Il trionfo di "C'è ancora domani", esordio registico dell'eclettica Paola Cortellesi, ne è un esempio evidente.
Bellocchio inoltre, in questa sua trasposizione, riflette sull'importanza incontrovertibile della cultura nelle nostre vite. In particolar modo si sofferma sulla necessità che ha l'essere umano di poter scrivere ciò che ha nella mente e nel cuore. Pertinente a tal proposito risulta il seguente aforisma dell'indimenticato giornalista nonché politico italiano Antonio Gramsci: “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.” Per quanto riguarda l'aspetto tecnico "La balia" predilige una fotografia dai toni spenti e dalle luci soffuse allo scopo di rappresentare visivamente i lati oscuri e l'inquietudine del periodo storico in cui si svolge il film. Scenograficamente invece si ricostruiscono ambienti claustrofobici e introspettivi, ponendo in contrasto la freddezza dell'ambiente altoborghese con l'istintività della balia.
In conclusione mi sento di affermare che "La balia" è un bellissimo film da riscoprire. Bellocchio, con l'ausilio di Daniela Ceselli in fase di sceneggiatura, invita tutti noi a prendersi maggiormente cura di noi stessi. Per farlo è necessario ascoltare i nostri bisogni più intimi e viscerali che spesso soffochiamo per adeguarci, nostro malgrado, ad assurde e pedanti aspettative sociali.

Il colibrì - Il Best seller di Sandro Veronesi diventa un film.A distanza di quattordici anni da "Caos calmo" un altro r...
13/05/2026

Il colibrì - Il Best seller di Sandro Veronesi diventa un film.

A distanza di quattordici anni da "Caos calmo" un altro romanzo scritto da Sandro Veronesi approda sul grande schermo."Il colibrì" è un dramma familiare di matrice scoliana che vede come protagonista Marco Carrera, un oculista di buona famiglia alle prese con un'esistenza tormentata.Nel corso della vicenda vedremo i personaggi che gravitano intorno alla sua vita. Ci sarà spazio per due genitori egoisti, una sorella depressa, un amico sui generis, uno psicanalista empatico, una moglie mentalmente labile, il grande amore della vita, una figlia, una nipote e tanti altri.Francesca Archibugi dirige con mestiere la pellicola in questione, dando a "Il colibrì" una struttura intrecciata, alla stregua di quella presente nel libro.Quest'opera affronta tematiche importanti come la depressione, il gioco d'azzardo e l'eutanasia. In una società frenetica come quella attuale stare fermi è un atto rivoluzionario. Per questo motivo Carrera lo si può definire come un antieroe moderno.Si lodano sempre le persone che partono verso nuovi lidi ma ci vuole coraggio anche a"restare", e Marco rimane sempre con le persone amate. Non fugge mai dinanzi alle proprie responsabilità.La regista di "Mignon è partita" e "Il nome del figlio" porta al cinema una storia universale in cui tutti noi ci possiamo riconoscere, in quanto gli uomini e le donne che popolano il lungometraggio sono fortemente ancorati alla realtà.L' Archibugi, a differenza di molti colleghi, non critica la borghesia bensì mostra allo spettatore che le avversità dell'esistenza sono democratiche e possono abbattersi su chiunque, indipendentemente dalla classe sociale a cui un individuo appartiene. "Il colibrì" annovera un cast d'eccezione. Favino nei panni di Carrera è come al solito straordinario. Il camaleontico attore romano offre una performance in sottrazione infondendo nel protagonista un'umanità a tratti struggente. Kasia Smutniak è bravissima nei panni di una donna borderline e regala un'interpretazione ricca di sfumature. La stessa Bérénice Bejo è perfetta nel ruolo di Luisa Lattes, il grande amore di Marco Carrera. Fotiní Peluso, dal canto suo, incarna divinamente Irene, la sorella depressa. Un personaggio questo veramente molto interessante. Irene in tutte le questioni che riguardano la famiglia è sempre quella più sensibile e intelligente. Si mette sistematicamente nei panni degli altri e questo la porta ad accollarsi un peso insostenibile.Completano il cast i talentuosi Laura Morante, Benedetta Porcaroli, Sergio Albelli e tanti altri. Un capitolo a parte lo meritano Nanni Moretti e Massimo Ceccherini. La recitazione naïf dei due costituisce la parte ironica del film e alleggerisce il peso emotivo presente nella pellicola."Il colibrì" è un palese inno alla resilienza. Pertinente a tal proposito risulta il seguente aforisma del noto scrittore italiano Beppe Severgnini: "Resilienza è la capacità di affrontare le avversità, di superarle e rimanere se stessi."Per certi versi quest'ultima fatica dell'Archibugi la si può definire come un thriller dei sentimenti costellato da molteplici colpi di scena.Consiglio dunque vivamente di guardare un'opera che toccherà le corde più profonde della vostra anima. La pellicola ricorda allo spettatore che la vita è degna di essere vissuta quando si tenta con tutte le forze di riempire il vuoto che alberga dentro di noi.

Indirizzo

Via Bastianini N. 11
Florence
50014

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