Il Giardino dei Ciliegi

Il Giardino dei Ciliegi “Un giorno, di cui non posso scrivere al presente, i ciliegi saranno fioriti”, scrisse Christa Wolf dopo la catastrofe di Cernobyl.

CENTRO IDEAZIONE DONNA: Laboratori di scrittura creativa ed attività culturali, con l'intento di contribuire alla diffusione del pensiero e delle pratiche femministe, oltre che a creare un dialogo fra diversità. Da qui nasce l'attività de Il Giardino dei Ciliegi, attiva dal 1988 con l'intento di contribuire alla diffusione del pensiero e delle pratiche femministe, oltre che a creare un dialogo fra

diversità, rappresentando un crocevia di esperienze e incontri. Diventata una vera istituzione in città, Il Giardino dei Ciliegi si dedica da anni alla promozione delle pari opportunità soprattutto nelle scuole, al contrasto agli stereotipi di genere, ai temi dell'intercultura, della migrazione, dell'accoglienza, dei movimenti delle donne, delle teorie e pratiche femministe e queer attraverso incontri, seminari, convegni e corsi.

03/09/2026
02/09/2026

CARLA LONZI, DENTRO E FUORI DAL MONDO, il documentario diretto da Francesca Archibugi e co-prodotto da , Fandango e Rai Cinema, sarà presentato come Evento Speciale alle Giornate degli Autori di . Un appuntamento da non perdere:
🗓️ Domenica 6 settembre, ore 11.00
📍 Sala Perla

La figura della celebre critica d’arte, filosofa e teorica del femminismo italiano Carla Lonzi raccontata attraverso archivi preziosi e inediti. La regista Francesca Archibugi porta per la prima volta sullo schermo la sua storia pubblica e privata, il suo pensiero e la sua eredità, fondamentali per capire ciò che le donne di tutto il mondo stanno, ancora oggi, vivendo e combattendo.

La Biennale di Venezia

01/09/2026

7 settembre 2026 ore 18.30
ThisIntegra - via Ganucci 3 - Livorno

FEMMINISTE MUSULMANE
con la disegnatrice Zainab Fasiki

"In un mondo in cui i pregiudizi sull’islam e sul femminismo circolano con sconcertante facilità, questo libro offre una prospettiva sul femminismo islamico, ripercorrendo le vite e le lotte di 20 figure emblematiche: magrebine, arabe, nere, asiatiche, iraniane, q***r, con o senza velo".

Dopo la presentazione sarà possibile fermarsi a cena per sostenere il progetto di inclusione lavorativa portato avanti dai ragazzi e dalle ragazze di ThisIntegra. Prenotazioni al numero 3755982352.

Per chi volesse seguire da remoto
https://us06web.zoom.us/j/88934398356?pwd=yXyDXkkNIB47Yi5lgay5pPfamqDnLp.1
ID riunione: 889 3439 8356
Codice d’accesso: 705515

01/09/2026

È morta a Firenze, a 84 anni, la poetessa, saggista, traduttrice, animatrice culturale, femminista e attivista. Mariella Bettarini.

Nata a Firenze, figlia di due musicisti, Luciano Bettarini, compositore (1914-1997) ed Elda Zupo, cantante lirica (1913-2003), ha lavorato per 25 anni come maestra elementare. A Firenze si è legata agli ambienti del cattolicesimo del dissenso (la Comunità dell'Isolotto e padre Balducci), avvicinandosi al movimento femminista e alle istanze culturali del post-sessantotto. Insieme all'amica scrittrice Silvia Batisti, nel 1973 ha fondato la rivista Salvo imprevisti, periodico di poesia autogestito e autofinanziato.

Fino al 1992 Salvo imprevisti ha sempre pubblicato numeri monografici dedicati a temi che collegano cultura, poesia e problemi sociali. Dal 1993 la rivista ha continuato le pubblicazioni col nuovo nome L'area di Broca.

Mariella Bettarini ha curato, sulla rivista Poesia (Crocetti) una rassegna dal titolo Donne e poesia, antologia di poesie di circa cento autrici italiane dal '63 al '99. Nel 1996, insieme ai genitori di Alice Sturiale, si è occupata della composizione del best seller Il libro di Alice. Dal 1984 ha curato, con la poeta e compagna di vita Gabriella Maleti (1942-2016), le Edizioni Gazebo, che sono state punto di riferimento per intellettuali e poeti.

Per ricordarla pubblichiamo la recensione di Loredana Magazzeni al volume antologico A parole, in immagini, del 2008, che raccoglie parte della sua immensa produzione poetica. Rrecensione apparsa sulla rivista Le Voci della Luna (Sasso Marconi, Bologna).

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Mariella Bettarini, A parole – in immagini. Antologia poetica 1963 – 2007, Firenze, Gazebo Libri, 2008, pp. 855, s.i.p.

Più di 40 anni di poesia, l’impegno di una vita, in questo ponderoso volume antologico che raccoglie in 855 dense pagine una scelta significativa e puntuale dell’intera produzione bettariniana, profusa in oltre trenta libri di poesia, a parte la narrativa e la saggistica, spesso esauriti e di non facile reperimento, per chi volesse avvicinarsi all’opera della poetessa fiorentina.

Avvicinamento che negli ultimi tempi è avvenuto più di frequente, soprattutto da parte di giovani studiose ma non solo (due sono le tesi di Laurea di cui si riportano alcuni brani significativi) a dimostrare l’assunto che esiste già un canone di autorevolezza letteraria femminile cui le giovani generazioni di donne fanno riferimento, e in questo canone la poesia di Mariella Bettarini si colloca con voce autorevole, voce testimoniale e unica, intima e civile a un tempo, ironica e riflessiva, sentimentale e dissacrante.

Sarebbe forse opinabile la scelta di pubblicare un’autoantologia, come scrive Mariella stessa nella breve nota introduttiva al volume, se non fosse che il libro supplisce a una carenza: la mancanza di una completa bibliografia critica sulla poetessa, che qui viene riportata in appendice, e la possibilità di usufruire, per il lettore, di un repertorio esauriente e cronologicamente ordinato del percorso dell’artista.
Più ancora, l’antologia ci offre un’occasione di riflessione e di metodo: per ciascuno scrittore, ripercorrere le tappe della propria scrittura, osservare l’aprirsi e poi lo sbocciare di semi a suo tempo gettati, con largo gesto, dentro un orizzonte letterario spesso chiuso o reticente, consente di guardare al proprio percorso criticamente, osservare da lontano le proprie, negli anni, leggere o fondamentali variazioni di rotta, e ritrovarne le ragioni. Perché se anche meta è l’andare, è per onestà intellettuale che si condivide con gli altri se non il bilancio di una vita, la sua messa a fuoco continua, il delinearsi dei suoi confini, generoso lavoro autovalutativo che pochi hanno voglia o tempo di fare.

Poesia conoscitiva, si diceva dunque, in dialogo con il reale, dai colloqui con Dio e con la madre della prima raccolta de Il pudore e l’effondersi (1963-1965): “questa grazia segreta”, che rivela l’infanzia come locus di “orgogliosa attesa”, alla ricerca di identità di una persona e di un’epoca, gli anni Sessanta, con “l’uscita dalla comune a causa di molti/ che credono di toccare/ la volontà ma non toccano che un morto, una larva/d’uomo”, o di La Rivoluzione copernicana, che sottolinea ancora l’emergere come centralità degli anni 1968/69:
“La vita non è un pesce, che più è carica la nassa,/ più ha onore il marinaio”. Un racconto di vita, dunque, che prosegue con le poesie di Terra di tutti ed altre poesie, dove giungono e deflagrano le eco di guerra, i boati delle bombe terroristiche, e allungano le loro ombre gli anni bui dell’estremismo e della morte dell’anarchico Pinelli.
E’ tempo ora di tornare a guardare le cose, la realtà, scrive Bettarini, dopo il “tempo della disobbedienza”. Il Soggetto ha già parlato troppo di sé, mentre i boschi sono in fiamme, come si evidenzia in In bocca alla balena (1971, 1972): “del soggetto si è parlato anche troppo/ e conviene parlare dell’oggetto/ a chiare lettere chiare note a chiarissime/ grida”, mentre la condizione di adultità esige una messa a fuoco dell’umano, ancora, disincantata: “non abbiamo folla non abbiamo niente, solo/ dolore al coccige, dove cominciava la coda”, e la denuncia della violenza che si abbatte anche sul mondo animale, financo vegetale, condannati da un identico dissennato svolgersi del “progresso”: “hanno ammazzato tutte le bestie – sterminato le piante/ con le loro irrorazioni acide/ fatto la festa/ alla casa del rigogolo della volpe/ della poiana. Piazza pulita./ Cadaveri”.

Il discorso civile prosegue negli anni con le poesie che fanno da contraltare a La meglio gioventù di Pasolini, punto di riferimento essenziale, di cui, scrive l’autrice, “si caldeggia, appunto, una lettura parallela, attenta”, “interna”, spesso condensata in pochi versi scolpiti: “Nazione/ vado sotto terra/ per una strada con la bandiera/ e lascio ai nuovi/ pensieri nuovi”. Diario fiorentino (1978) apre la stagione dei sodalizi con artisti come Gianni Cacciarini e l’incontro, decisivo di una vita, con fotografi come l’amica poeta e sodale Gabriella Maleti.
Questa è la stagione che più risponde al vero titolo dell’antologia, A parole – in immagini, proprio perché, in questa fase del suo percorso poetico, Bettarini dà voce alla centralità dell’occhio, dello sguardo, trasmigrante sotto le spoglie dell’obiettivo fotografico o della telecamera di Gabriella, o delle esperienze di teatro, assieme ad altri amici fiorentini, un cenacolo, quasi, di esperienze comuni, comuni passioni, volutamente periferiche, “marginali”, nel loro più intimo senso di condivise da pochi, spoglie di lustrini o di smaccate visibilità. Un senso del fare cultura che parte da sé, come da riserve indiane, e catalizza attorno a sé un modo comune di sentire.

Da questa “officina” linguistica, dove appare chiaro l’apporto di vari linguaggi, come notava Lamberto Pignotti nel saggio “Poesia e fotografia” che apre le Poesie vegetali, non tanto si tratta di “poesia visiva” quanto di un “linguaggio per immagini”, “occasione seconda, per il tramite di un altro occhio” che in Bettarini lavora verso una maggiore e necessaria aderenza all’oggetto del reale.
Di un “bisogno di ricerca di verità” parla anche Roberto Roversi, accompagnando, sull’Almanacco dello Specchio n. 8, le poesie Trittico per Pasolini (1979). Roversi sottolinea un aspetto quasi di premonizione nella poesia di Bettarini che definisce “Cassandra” (il saggio ha titolo “La verità di Cassandra”) e avverte la presenza, nelle poesie in memoria del poeta, di un’estrema fisicità di quel corpo senza vita: “pensavo a te/ al tuo triste capo/ che andava invecchiando/ in cerca d’Africa”. Per Bettarini, Pasolini continua a costituire il punto di riferimento per una poesia ideale e laica, civile ed esperienziale.

Ma la stagione più matura si apre, nei primi anni ’80, con le poesie di Vegetali figure, nelle quali già Mario Luzi, nella breve e incisiva introduzione riconosce “l’onfalo della sua multiforme disobbedienza”. Poesie in cui si evidenzia che, per Mariella, “la ragione del suo fare è una ragione integrale” (è ancora Luzi a parlare), che coinvolge il corpo nella conoscenza profonda della realtà e nella sua prossimità al mondo dei viventi tutti, in primis le piante e gli animali, la natura e il vero (quanto in questa poesia, anche dell’orfismo che Ortese e Morante profusero nella prosa, con identica attenzione alla storia degli ultimi).

Vero cui la poetessa aderisce in modo totale, quasi esperendo il dolore, l’amore, l’indignazione tramite il veicolo della sorte delle forme viventi che la circondano e dove il nominare/nominarsi è atto in sé di riconoscimento e filiazione da esse: “un oleandro mi vive dentro/ cresce”.
Sempre agli anni ’80 s’innesta l’esperienza dell’andare, del viaggiare insieme a Gabriella Maleti, viaggio che partorisce poesia “geminata”, raddoppiata perché scaturita dall’esperienza comune, di visioni e riflessioni, di odori e colori, di arte e natura di un luogo, il paesaggio toscano e il romanico delle sue ville, delle sue città, delle sue pievi.

Così, quasi istantanee di sguardi, si accendono di luce i paesaggi e le pievi de Il viaggio (1985), In viaggio-Romaniche (1981), Familiari parvenze (Enigmi?) (1981), Asimmetrica (1984), fino a Nursia (Norcia) (2000), atto di omaggio agli ombrosi cortili della cittadina umbra, dove i palazzi, ma anche la campagna, le colline, il mar Tirreno appaiono gli interlocutori eletti di una “ricerca, del tentativo di indagare e replicare il reale, di cui consistono scienza, poesia, arte”.

La raccolta di poesie Zia Vera – Infanzia, composta da 68 componimenti, uno per ogni anno di vita della protagonista, zia Vera, nata, vissuta e morta a Prato, è il tentativo di coniugare la storia individuale con quella collettiva, toccandone i punti di collegamento, le fragilità, i nodi, partendo dall’assunto che è storia la vita di ciascuno e la vita di ciascuno fa ed è segnata dalla storia. Dedicata a “questa grigia, faticosa vita di donna”, è un perfetto atto di riconoscimento e amore a una figura familiare, oltre che un tassello sulla via della ricostruzione della propria identità a partire dalla propria storia. L’attenzione alle vite dei singoli è rintracciabile anche nei Diciotto acrostici, “per altrettanti alunni di una mia, loro classe elementare”, dove Bettarini tratteggia, con l’estrema sintesi della poesia, i ritratti a matita, in punta di penna, di diciotto piccoli cuori dalle storie diverse eppure comuni.

Ai primi anni ’90 risalgono gli esercizi metapoetici di Per mano di un Guillotin qualunque, in cui il pretesto alla Queneau (l’incontro con una ragazza su un ponte del Lungarno) diventa motore di una serie di riflessioni sul tema della testa (parte del corpo, ma anche cerebralità, mito, simbolo).
Questa silloge è anche una delle più “petrose” e “dantesche” per la potenza dissacratoria del gioco linguistico sotteso al contesto, dove il linguaggio, con una operazione prettamente metalinguistica, è piegato ad esprimere l’estrema protesta contro una razionalità tirannica che tende a dividere nettamente i corpi dalle menti: “qua corpi – là teste“/ queste/ ghignanti o meste/ quelli/ acefali –arsicci - ammutolati”.

In Case, luoghi, la parola (1998) è ripercorsa l’esperienza di un video girato da Gabriella Maleti, con la presenza di Graziano Dei, in una casa abbandonata, “disertata”: “visionaria, concreta vicenda: d’artigianato e d’arte” scrive Bettarini, tentativo di “rendere durature cose, realtà, luoghi che amiamo”, in una volontà di sottrarre alla morte le cose, che permea l’intera sua scrittura.
La scelta – la sorte (2001) è il frutto maturo di quella esplorazione della realtà maturata anche attraverso le monografie che scaturivano, negli anni, dalle riviste “Salvo Imprevisti” e poi “L’area di Broca” che proponevano una scrittura per campi d’indagine conoscitiva. Il libro si presenta come una complessa architettura di lemmi, divisa in quattro sezioni o aree di pensiero, con una volontà classificatoria del caleidoscopico vero.
Bifronte e ossimorica è dunque anche la poesia, che per Bettarini è sempre, ancora ossimoricamente, riflessione metapoetica e vigoroso sentire, dove ogni lemma apre a sua volta, come un grafo ad albero, altre voci, altri lemmi.

Così, in apertura, troviamo due testi emblemi: “il gioco” e “la brevitas”. Il gioco è quello “disperato ed adulto” della lingua, in cui “ognuno/ riconosce la sua ventesima” lettera dell’alfabeto; la brevitas è invece ciò che salva dalla durata, da “una trama/durante”, il cui l’incipit è quello “stare tutta dentro il s**o della glossa”, marcata a vista da quel ritmo ossessivo-asseverativo, “carpita da ossessione nominale”, che continuamente smentisce e mette in mora il lemma e il suo contrario, spalancando i fondali illusori di ogni pretesa di sapere.
Così “è (l’obbedienza) una disobbedienza al suo/ contrario”, la concretezza una “rovesciata astrattezza”, “a tonfi dici d’esser donno e sei uoma”, “mai forza è stata più forte che/nella debolezza – salvezza più salva/ che nella perdita”. Confutando ogni asserzione, la catena sonora avanza per accumulazioni, leggeri spostamenti fonetici e semantici, vagolando “un po’ dal senso – un po’ dal suon tirata” per un universo aggregato da una furia nominale, e dove la catena nominale genera a sua volta altri nomi, altre presenze. “ La poesia dunque fino ai giorni nostri è stata una poesia di sostantivi una poesia del nominare qualche cosa nominare veramente quella cosa nominare appassionatamente nominare una cosa col suo nome in modo assolutamente appassionato” scriveva Gertrude Stein, ma diceva anche che nominare è soprattutto fare esperienza della cosa. E’ dunque rovesciando il famoso “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, nominando ogni cosa, persino l’indicibile niente, che Mariella muove verso l’”umile conquistata qualità”, qualità conquistata perché contenuta nel corpo, a proprie spese sperimentata (“conosco a morsi/ le molte verità”), curando “l’assente dolcezza/già presente” di una “fecondità” di lingua e corpo caldo, erotismo intrecciato a parola, creatività del “flusso”, “flussuosità”, come l’ha definita Rosaria Lo Russo, della “amorosa persona”, tutta esplodente nella quarta sezione della raccolta, il cui culmine è quel “flusso del flusso/ del flusso perduto di quando lei mi stringeva il corpo/ con esatto amore”,
ovvero della ritrovata memoria di un intatto amore, di una “maternità” che attraversa i corpi e le generazioni. Così, a sua volta generata e generante (“non figli partorisco ma fogli”), mentre è anche “levatrice di quelle d’altri”, Mariella nutre le proprie e altrui parole con “latte di carta – sangue/ di sangue di parole”, passando di mano in mano lingua e autorevolezza ai “figli di carta e figli/ della grazia/ figli del flusso”, passando quel suono ricevuto, quella “apodittica palinodia”, l’“attaccamento (credibile)/ alle pareti di ciò che ci centrifuga/ e sì dai – babbo -/ che tu lo sai che io lo so che forse/ non lo sai cos’è la morte (o sì – da poco: da poco mentire)”, come una grazia di conquistato silenzio: “arpeggia così (oscuro)/ quel suono – quella musica (più rumore che musica)/ ch’è addentrarsi nel bosco/ del più perfetto silenzio e della più perfetta/ delle solitudini”.

In Haiku di maggio e Balestrucci torna l’amorosa presenza salvatrice vegetale e animale. I “balestrucci”, cioè i rondinotti, vengono cantati dallo schiudersi delle piccole uova fino alla prima uscita dal nido e al volo felice verso la libertà del cielo, in una sorta di poemetto narrativo che accompagna ogni fase della loro presenza nella casa della poetessa, con una non più dissimulabile analogia fra umano e animale, fra natura e cultura.

L’antologia raccoglie, infine, una delle prove più deliziose di questa poesia in eterno dialogo con l’altrove, che siano animali o amici, emozioni o concetti, il Trialogo, dialogo a tre con Maleti e Giovanni Stefano Savino, sensibile e appartato poeta fiorentino, libro in cui la poesia non gemina solamente, ma triplica la forza del dialogare profondo, si fa strumento di conoscenza di sé, che prende forza dalle parole dell’altro, e dà a noi l’indicazione metodologica di un fare che non sia in solitudine, ma aperto al confronto, alla condivisione, all’incontro.
Alcuni testi inediti in volume (1994 – 2007) completano il volume, assieme all’apparato critico e bibliografico di cui si è sopra accennato.

Viaggiare in questo universo, di cui ho ripercorso solo parzialmente, e troppo brevemente, i momenti salienti, è stato per me come immergermi nel canto di una vita, nella forza di una storia (singola o di un popolo, non fa differenza). Si riemerge storditi, quasi con dolore, ma maggiormente consapevoli della responsabilità, che la parola ha, di dire il proprio no alle ingiustizie, al male sociale, e di quanto, per dirla con l’amico poeta Vito Bonito, oggi nella scrittura ci sia bisogno di estremità, di giocarsi l’intera vita, altrimenti scrittura non è, e mai sarà.

Loredana Magazzeni

(la foto è di Dino Dino Ignani )

29/08/2026

È morta oggi, a 80 anni, Dolly Parton.
Luce brillante della musica americana.
Veniva da una famiglia poverissima del Tennessee. Una tra dodici figli. Scrisse le sue prime canzoni da bambina e costruì, pezzo dopo pezzo, una carriera che ha superato i 100 milioni di dischi venduti.
È stata cantante, compositrice, attrice, imprenditrice, filantropa. Ha costruito aziende. Ha fondato Dollywood. Investito nella propria comunità. E, attraverso la Imagination Library, finanziato la distribuzione gratuita di centinaia di milioni di libri per bambini e bambine.
Ha parlato spesso delle sue insicurezze, della famiglia, dell’amore, della fede, della perdita.
Ha mostrato che il potere non deve assomigliare alla durezza.
Dolly Parton non si è limitata a diventare famosa.
È diventata proprietaria del suo successo.
È rimasta lì, luminosa e rumorosa, con la sua voce, le sue canzoni, i suoi tacchi e il suo enorme sorriso.
‘Posso essere bionda, portare tacchi vertiginosi, esibire il mio seno, ridere delle battute sul mio aspetto e comunque essere la persona più intelligente nella stanza’.
Grande dispiacere.

29/08/2026

Storie di Firenze
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✍️ 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚

Ogni mattina, prima di aprire la sua libreria, Andrea legge per un’ora. Da dieci anni è il libraio e titolare de L’ora blu, in viale dei Mille, ma per lui leggere non è solo un lavoro: è “una forma di esercizio spirituale”, un modo per conoscere meglio il mondo e le persone.

Prima l’arte, poi il lavoro in alcune librerie fiorentine. Infine la scelta di aprirne una tutta sua, dopo aver cercato per tre anni il posto giusto.

Leggi la sua storia su Storie di Firenze: LINK in BIO!

libro

Indirizzo

Via Dell'agnolo 5
Florence
50122

Orario di apertura

Lunedì 16:00 - 19:30
Martedì 16:00 - 19:30
Mercoledì 16:00 - 19:30
Giovedì 16:00 - 19:30
Venerdì 16:00 - 19:30

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