14/07/2026
Abner Rossi "Racconti brevi"
i fiori di Narciso
Mi sono alzato dal letto con il forte desiderio di vestirmi con dei pantaloni lunghi chiari, delle leggere scarpe estive tipo espadrillas o addirittura con delle semplici infradito (scure) di plastica possibilmente firmate e, a completare, una camicia di buon cotone “beige deserto” da tenere sciolta fuori dai calzoni. Insomma un casual vintage intellettuale che, sommato alla mia corta barbetta bianca e ai miei capelli ex castani che si ostinano a non diventare completamente bianchi, mi offra quell’aria di un colto signore non ancora vecchio che la sa lunga e che si sta incamminando verso una spiaggia qualsiasi, ma elitaria e non turisticamente famosa. Anzi, per quanto mi riguarda, mi sarebbe andata benissimo una piccola lingua di sabbia adatta solo a far qualche centinaio di passi concentrandomi su come entrare nel ruolo d’anima che più mi si confà.
Mentre sto facendo colazione dopo essermi preparato un piccolo tavolo all’inizio del giardino e una colazione con pane arabo e miele, scopro che il desiderio permane e si amplia fino a costruire una fantasia che mi da gioia, forse rafforzato dal fatto che il mare tutto sommato è abbastanza vicino. Trenta minuti di auto per cogliere il leggero vento estivo che entra nella mia utilitaria ed eccomi. La spiaggia non è esattamente capace di soddisfare al cento per cento il mio desiderio ma il sole è caldo già così presto, la striscia di sabbia sembra dorata, ci sono solo tre o quattro persone abbastanza lontane e l’acqua, che sciacquetta senza impegno sulla riva, è trasparente fin dove arrivo a guardare.
Mi rimbocco i pantaloni fino alle ginocchia e prendo a fare dei primi passi senza decidere se è preferibile e più adatto a rappresentarmi camminare dove sabbia ed acqua si incontrano e si abbandonano lasciando che i piedi affondino o non ba****si assolutamente oppure, come opzione estrema, addirittura comminare nell’acqua fino ai polpacci bagnando i miei preziosi pantaloni. È una decisione ardua da prendere in un momento di totale abbandono alla luce dei sensi, per cui mi lascio semplicemente passeggiare succeda quel che deve succedere. L’unico pensiero che mi sfiora più volte, mentre consumo quei cinquecento metri di sabbia e mare, è che non è stato all’altezza dei miei propositi dimenticarsi il cappello a casa. Non tanto per il sole, ma perché con il mio falso panama bianco, acquistato al mercatino rionale proprio per queste evenienze, sarei stato perfetto: pantaloni rimboccati fino alle ginocchia, camicia aperta su un petto non villoso, infradito strascicate con eleganza e piedi coperti di sabbia, abbronzatura media come di uno che anche in vacanza non solo prende il sole ma legge, oltre ad alcuni quotidiani, anche Schopenhauer o Carver o Rex Stout. Beh, non è certo il momento di auto criticarmi per la dimenticanza, anche gli intellettuali fanno errori e poi l’immagine anche senza panama regge abbastanza.
Dopo tre processioni solitarie dove ho sperimentato ogni possibilità di passeggio meno, ovviamente, un passo rapido con alcuni brevi corse che potevano scombinare il mio sentirmi sulla via della perfezione scoprì che essere in pace con se stessi provoca alcuni bisogni primari come sonno e fame. Odio l’assillo dei bisogni, più ancora riflettere su quale sia il primo da soddisfare. Comunque in quel punto un tronco semi insabbiato, portato da una qualche mareggiata mi convinse ad appoggiarmi con la schiena dopo essermi scosso la sabbia dai rimbocchi dei calzoni e sistemata la camicia che non si sgualcisse troppo. Mi si stavano chiudendo gli occhi ma la mia straordinaria capacità di osservazione fermò per un attimo la mia mente sul tronco di legno che doveva essere lì da tempo perché era rimasto n**o della corteccia ed era bianco come un osso così spolpato dal tempo da aver perso qualsiasi memoria e appartenenza. Meglio per lui e beato lui, mi sono detto e un attimo dopo dormivo beatamente.
Penso di aver dormito a lungo un sonno profondo o almeno questa è la mia sensazione. Quando mi sono svegliato ero in un cono d’ombra assolutamente impossibile se fossi stato sul mare e con il sole di quel giorno. Niente di quello che era il contesto iniziale era presente. Sono nel mio letto e a lungo mi è stato difficile capire che stavo semplicemente svegliandomi dopo una lunga notte di pacifico sonno. Certo non ero al mare, né tantomeno in vacanza. Il suono di una sveglia, fastidiosa di solito, mi stava aiutando a prendere coscienza che avevo semplicemente fatto un sogno. Avevo fame ed era tardi per l’orario d’ufficio. Doccia rapida, ricerco abiti adatti e mi vesto. Sulla porta di casa, uscendo, vedo le infradito sporche di sabbia e dei calzoni chiari e bagnati sul pavimento. Salgo in auto per fare gli ottocento metri per arrivare in ufficio. Certo potrei andare a piedi, ma passerei come un miserabile con i colleghi e in auto mi sento protetto in fondo. Spingo sull’acceleratore come se dovessi gonfiare i pettorali dell’auto (e i miei). È inspiegabile e preoccupante dove il mio corpo sia stato effettivamente stanotte, mi preoccupa ancora di più la mia impossibilità di sapere se quello che so vivendo adesso non sia anch’esso uno dei tanti modi di raccontarmi e scrivere di me come per passare il tempo tra una morte e l’altra.
Abner Rossi (racconti in breve)
12 luglio 2026.