24/03/2025
da: 𝐻𝑒𝑛𝑟𝑦 𝑀𝑜𝑟𝑔𝑒𝑛𝑡ℎ𝑎𝑢, 𝐃𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝟏𝟗𝟏𝟑-𝟏𝟗𝟏𝟔: 𝐥𝐞 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐦𝐛𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢𝐧𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐞𝐧𝐨𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐀𝐫𝐦𝐞𝐧𝐢 - Milano, Guerini e Associati 2010
Le deportazioni si susseguirono durante tutta la primavera e l’estate del 1915. Di tutte le grandi città solo Costantinopoli, Smirne e Aleppo vennero risparmiate, mentre tutti gli altri centri abitati dove viveva anche una sola famiglia armena divennero teatro di indicibili tragedie. Praticamente nessun armeno, indipendentemente dalla ricchezza, dal livello culturale o dalla classe sociale, scampò al provvedimento. In alcuni villaggi venne affisso un avviso che ordinava alla popolazione armena di presentarsi in un luogo pubblico a una data e ora prefissata, con un giorno o due di preavviso; in altri casi l’ordine veniva gridato a gran voce da un messo che percorreva a piedi le vie. In altri casi ancora non veniva dato il minimo avvertimento. I gendarmi comparivano davanti alle case abitate dagli armeni e ordinavano ai residenti di seguirli. Catturavano le donne impegnate nelle faccende domestiche senza nemmeno dare il tempo di cambiarsi. La polizia piombava sugli sventurati come l’eruzione del Vesuvio su Pompei; le donne venivano portate via dalle vasche da bagno, i piccoli venivano strappati dal letto, il pane veniva lasciato a cuocere nei forni, il pranzo familiare abbandonato a metà, i bambini portati via dall’aula scolastica lasciando il compito sul banco e gli uomini costretti ad abbandonare l’aratro nei campi e le bestie sulle pendici dei monti. Le donne che avevano appena partorito venivano obbligate a lasciare il letto e a unirsi alla folla atterrita con in braccio i loro bimbi addormentati. Uno scialle, una coperta, un po’ di cibo e pochi oggetti raccolti in tutta fretta erano tutti gli averi che riuscivano a portare con sé. Alle loro domande disperate: «Dove ci state portando?», i gendarmi rispondevano con aria di sdegno: «Verso l’interno».
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