Anpi Fiorenzuola

Anpi Fiorenzuola Sezione A.N.P.I. Fiorenzuola d'Arda

21/06/2026

Quando i fascisti lo convocano, quel giorno, Gino Bartali ha paura.
Ma non può non andare, sanno dove abita, ha un bimbo piccolo.
Non che non lo abbiano mai controllato, dopo lo scoppio della guerra: durante gli allenamenti tra Firenze e Assisi era facilissimo che lo fermassero. Ma ogni volta che vedevano la sua faccia e riconoscevano il campione già vincitore del Giro d'Italia e del Tour de France e della Milano Sanremo e di tante altre gare, tutto filava liscio.
Quel giorno è diverso, perché lo hanno convocato a Villa Triste, come è soprannominato il palazzo dove è alloggiata la Banda Ca**tà che lo cerca.
La banda, che prende il nome dal comandante Mario Ca**tà, è una delle più crudeli formazioni fasciste, specializzata in rastrellamenti, torture e infiltrazioni dentro i gruppi partigiani per arrestarne e ucciderne i componenti.
Villa Triste è famosa per le grida che provengono dalle vittime che i fascisti torturano.
A volte, dalle sue stanze, arriva la musica di un pianoforte, suonato per coprire le urla dei poveretti.
Appena arriva, Bartali viene condotto nelle cantine, dove capisce che è tutto vero quanto ha sentito dire: vede esposte armi, bastoni e vari strumenti di tortura che sembrano medioevali e con cui si fanno parlare le persone, quando le botte non bastano.
Anche Gino, un uomo durissimo e capace di soffrire ogni tormento sui pedali, è spaventato.
"Erano tempi in cui la vita non costava niente. Era appesa a un filo, al caso, agli umori degli altri", dirà.
E la sua vita, quel giorno, è appesa agli umori del terribile Mario Ca**tà.
Il gerarca ha intercettato delle lettere, indirizzate a Bartali, che vengono dal Vaticano e lo ringraziano per il suo aiuto.
Le lettere sono lì, sul tavolo.
“Di che aiuto si tratta, Bartali? Cosa ha fatto per meritarsi i ringraziamenti del Vaticano? Ha portato armi?"
“Io nemmeno so sparare!".
"E allora ha portato altre cose! Lo confessi".
"Ho solo mandato caffè, farina e zucchero e altro cibo ai bisognosi".
"E lei mi vuole far credere che il Vaticano scriverebbe a un campione come lei per ringraziarla di aver mandato caffè, farina e zucchero?".
“Questa è la verità" insiste Bartali.
Ca**tà lo fissa con i suoi occhi da rettile.
"Vediamo se in cella si schiarisce le idee".
Gino finisce incarcerato per due giorni, nelle stanze di Villa Triste.
Al terzo giorno lo riportano in cantina, ma Ca**tà non è solo, si è portato tre altri militari. L'aguzzino fascista gli rifà la stessa domanda.
"Cosa ha fatto per il Vaticano, Bartali? Portava armi? O altro?".
Gino insiste: "Caffè, farina e zucchero".
Ca**tà perde la pazienza, urla, ma uno dei tre ufficiali con lui è un militare che ha avuto Gino al suo servizio, ai tempi della leva.
“Conosco Bartali, è sempre stato uno sincero, uno che dice la verità. Se i ringraziamenti erano per farina e zucchero, allora è vero. Non perdiamo tempo con lui”.
Ca**tà, riluttante, si convince a liberare il ciclista, anche perché gli americani si avvicinano a Firenze e c’è bisogno di lui e dei suoi uomini per combatterli.
Gino esce tutto intero da Villa Triste, incredulo di essersi salvato per le parole di quel militare che pensava di conoscerlo così bene.
Ma sbagliava, perché Gino ha mentito.
Non sono caffè, farina e zucchero, i motivi per cui il Vaticano lo ringrazia.
Per tutto il tempo in cui ha corso lungo la Firenze – Assisi, nel telaio della bicicletta cui si accede staccando il sellino, Bartali ha nascosto fotografie e altre carte necessarie a fabbricare documenti falsi destinati a centinaia di ebrei da salvare.
Lo ha fatto per conto del Vescovo di Firenze Elia Dalla Costa, l’uomo che ha celebrato il suo matrimonio e che ha pensato a Bartali come unica possibilità di passare i controlli.
“Ma non devi dire nulla a nessuno, Gino! Nemmeno alla tua famiglia. O quelli ammazzano tutti”.
Non solo: ogni volta in cui arrivava un treno da Assisi su cui viaggiavano ebrei che volevano prendere coincidenze per fuggire in altre parti d’Italia, Gino è andato al bar della stazione ferroviaria. Lì si è fatto vedere bene da tutti, si è messo in mostra per i tifosi e il caos creato dalla sua presenza ha fatto sì che la polizia fascista e i soldati tedeschi non riuscissero a controllare bene i documenti e facessero passare un po’ tutti.
E poi ancora, altri viaggi in bici, fino a Genova e in Svizzera, per prendere lettere e denaro. Senza contare un’intera famiglia ebrea che è nascosta da un anno nella cantina di una sua casa.
In tutti questi modi, in quegli anni, Bartali ha salvato la vita a un numero imprecisato ed enorme di persone.
Gino, però, mantiene la promessa fatta al Cardinale; non racconta nulla a nessuno, nemmeno ad Adriana e Andrea, per proteggerli. E anche dopo, a guerra finita, tiene il segreto per sé, perché crede che “quando fai un favore ci pensi per una notte, ma te ne dimentichi il giorno dopo”.
Solo quando il padre è ormai molto vecchio, il figlio Andrea, che ha sentito girare alcune voci su questa storia, riesce a farsi spiegare dal babbo come sono andate le cose.
“Ma tu non devi dirlo a nessuno, eh!” insiste il campione. "Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca".

Riccardo Gazzaniga, Abbiamo toccato le stelle - Storie di campioni che hanno cambiato il mondo, Rizzoli

19/06/2026

Ricordarsi di ricordare. 🌹
L’11 giugno 1944 ad Onna (L’ Aquila) la 114a Jägerdivision (già responsabile della strage di Filetto) secondo varie fonti appoggiata dall’azione del segretario della locale sezione del Partito fascista, Alvaro De Felice, massacrò per rappresaglia sedici civili.
(ANPI Roma lll municipio)

19/06/2026

SI CONTINUA!

Oggi pomeriggio la Festa Nazionale dell’ANPI entra nella sua seconda giornata e raggiunge i luoghi di Giacomo Matteotti, a Fratta Polesine, con un incontro dedicato al 1926: l’anno delle leggi “fascistissime” che cancellarono libertà e opposizione e diedero forma alla dittatura. A cent’anni di distanza, una riflessione e un omaggio a Matteotti. Per la memoria, per la democrazia, per la Costituzione 🇮🇹

🗓 Venerdì 19 giugno 2026, ore 14.00–17.00
📍 Fratta Polesine (Rovigo) – Casa Museo Giacomo Matteotti

1926 LE LEGGI “FASCISTISSIME”
Introduce: Antonella Toffanello, Presidente ANPI Provinciale di Rovigo
Intervengono: Gianfranco Pagliarulo, Presidente nazionale ANPI, e Maria Lodovica Mutterle, direttrice della Casa Museo Giacomo Matteotti
In programma: visita alla Casa Museo di Giacomo Matteotti, omaggio alla sua tomba e visita a Villamarzana.
Un’iniziativa con la partecipazione dei giovani dell’ANPI 🌱

🔍 Scopri il programma completo su www.anpi.it
Con il patrocinio del Comune di Limena

Anpi Padova



13/06/2026

La mattina del 6 febbraio 1945, nel cimitero di Piacenza, il brigadiere dei Carabinieri Alberto Araldi si trovò davanti a un plotone di esecuzione.

Aveva 33 anni.

Nato a Ziano Piacentino nel 1912, aveva scelto la carriera nell’Arma dei Carabinieri, vivendo la divisa come un servizio verso lo Stato e la comunità.

Dopo l’8 settembre 1943, quando l’Italia si ritrovò divisa e occupata, prese una decisione che avrebbe cambiato il resto della sua vita. Entrò nella Resistenza e assunse il nome di battaglia “Paolo”.

Operava nel territorio piacentino, collaborando con le formazioni partigiane. Recuperava armi, manteneva collegamenti tra i gruppi e partecipava all’organizzazione delle attività clandestine in una zona dove il rischio di arresto era costante.

Fu proprio una delazione a porre fine alla sua libertà.

Catturato durante la preparazione di un’azione, venne interrogato e condannato a morte dalle autorità fasciste. In quei mesi finali della guerra, le esecuzioni erano rapide e spesso senza possibilità di difesa.

Il 6 febbraio fu condotto al cimitero di Piacenza per essere fucilato.

Secondo le testimonianze dell’epoca, affrontò gli ultimi istanti senza arretrare. Poco prima che venisse eseguita la condanna, pronunciò ad alta voce le parole:

«Viva l’Italia».

Furono le sue ultime.

Pochi mesi dopo sarebbe arrivata la Liberazione, ma Alberto Araldi non poté vederla.

Nel dopoguerra, per il coraggio dimostrato durante la lotta di Resistenza, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Non lasciò libri, discorsi o memorie.

Rimase il ricordo di un carabiniere che, nel momento più difficile, scelse di restare fedele alle proprie convinzioni fino alla fine.

E di due parole che continuano a essere ricordate ancora oggi.

13/06/2026
10/06/2026

🌹𝟏𝟎 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝟏𝟗𝟐𝟒: 𝐥'𝐚𝐬𝐬𝐚𝐬𝐬𝐢𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐚𝐜𝐨𝐦𝐨 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐞𝐨𝐭𝐭𝐢 𝐬𝐮 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐌𝐮𝐬𝐬𝐨𝐥𝐢𝐧𝐢

Poco dopo le ore 16 di martedì 10 giugno 1924, il deputato socialista Giacomo Matteotti esce dal portone della propria abitazione di Via Giuseppe Pisanelli e si incammina a piedi verso Montecitorio. Alcuni giorni prima, il 30 maggio, aveva pubblicamente denunciato alla Camera i brogli elettorali compiuti dai fascisti in occasione delle elezioni del 6 aprile di quell'anno, attirando su di sé numerose minacce.

Giunto sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, da dove ha intenzione di proseguire verso il centro per poi tagliare verso Montecitorio, Matteotti è aggredito da tre uomini usciti da un'elegante Lancia Lambda posteggiata poco più avanti. Al volante c'è un uomo che li aspetta. L'automobile appartiene a Filippo Filippelli, direttore del giornale filofascista "Il Corriere Italiano" , mentre i quattro uomini appartengono alla polizia politica fascista: sono Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malachia e Amleto Poveromo. Loro diretti superiori sono il capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio Cesare Rossi e il segretario amministrativo del Partito Nazionale Fascista Cesare Rossi; mandante del delitto è lo stesso Mussolini, che in un celebre discorso del 3 gennaio 1925 assunse la responsabilità politica del fatto.

Pur riuscendo ad atterrare uno degli aggressori, Matteotti è caricato a forza nel retro della macchina, che parte in direzione della Via Flaminia. Durante la colluttazione sviluppatasi all'interno del veicolo, Matteotti riesce a lanciare fuori dal finestrino il proprio tesserino di deputato, ma viene ferito da un violento colpo di pugnale sotto l'ascella, all'altezza del cuore, e muore di agonia dopo poche ore. Dopo aver lungamente girovagato per la campagna romana, i quattro seppelliscono il corpo di Matteotti nella Macchia della Pratarella, non lontano dall'abitato di Riano. Il suo corpo verrà rinvenuto soltanto il successivo 16 agosto.



09/06/2026

Il 9 giugno del 1937, venivano assassinati a Bagnoles-de-l’Orne dai “cagoulards”, terroristi francesi d’ispirazione fascista finanziati dal regime mussoliniano, i fratelli 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐞 𝐍𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐞𝐥𝐥𝐢.

"Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi." (C. Rosselli)

Nell'immagine un particolare del murale dell'Università per Starnieri di Siena realizzato pochi anni fa da Francesco Del Casino.

I fratelli Rosselli vi sono ritratti con la madre, 𝐀𝐦𝐞𝐥𝐢𝐚 𝐏𝐢𝐧𝐜𝐡𝐞𝐫𝐥𝐞, scrittrice, autrice di opere teatrali, antifascista militante.



Indirizzo

Piazzale Cavour, 1
Fiorenzuola D'Arda
29017

Orario di apertura

Giovedì 10:00 - 12:00
Domenica 10:00 - 12:00

Sito Web

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