Se nell’entrare nello studio di Flavia si può dire: è un’officina, è un magazzino, è una fucina, è un crogiuolo, è un laboratorio del pane, è una camera dei salami, non c’è alcuna volontà di sottovalutare il suo lavoro. Queste definizioni solo apparentemente non sono calzanti, certo non corrispondono al luogo nel quale un altro tipo di artista genera le sue opere “creature” e le porge al visitator
e con la presunzione di un demiurgo, al contrario, ciascuna similitudine a luoghi di lavoro o di conservazione sottolineano, volta a volta, una specifica modalità di Flavia di accostare l’atto creativo. È la modestia, prima di tutte, di chi sa di poter raggiungere il proprio scopo solo partendo dall’operare, dall’imparare continuo e dal “fare”. Ottenere il nuovo attraverso il raccogliere, il confrontare, il trasformare materie e forme. Cose appese, appoggiate, accumulate, accostate, prove si sommano a prove. I tentativi a volte attendono nell’ombra e nella polvere. Ceppi di legno presentano sbozzate sembianze in attesa, a lungo, del momento di ve**re alla luce, nella metamorfosi faticosa che le farà uscire dal bozzolo duro di legno. Figure ammiccanti con malizia e figure dormienti, serene o corrugate, leziose alcune, altre, divinità, eroi ed eroine, paiono nate per celebrare l’atto della danza e le sue movenze classiche. Alcune sembrano specchio riflesso del volto di Flavia, si leggono in altri volti i tratti di persone sempre viste e già familiari, tanto che Flavia non ha bisogno di presentarcele, ce le indica, ce le spolvera un po’, le fa scendere dallo scaffale, le separa dalle altre ammonticchiate e sovrapposte come le “coppie” di pane nel laboratorio del fornaio. Ce le porge perché possiamo toccarle come lei le tocca, accarezzandole, quasi senza guardarle: le conosce, tutte, anche se sepolte tra oggetti, forme, arnesi, ricordi. E tutto, a questo punto, prende luce e dolcezza di morbide curve, come quando, sui cumuli disordinati di rami e foglie secche di un vecchio giardino, cade la neve.