Coro Santa Cecilia V.M. - Elmas

Coro Santa Cecilia V.M. - Elmas Coro Parrocchiale - Animazione della Santa Messa presso Chiesa San Sebastiano M. - Elmas

22/12/2024

UNA RIFLESSIONE SUL VANGELO DI OGGI: IV domenica di Avvento
Lc 1,39-45

Il Vangelo di oggi ci sfida a guardare la realtà con occhi nuovi. Maria si alza "in fretta" e va incontro a Elisabetta: non c’è esitazione, non c’è paura. È il gesto di chi si lascia muovere dalla vita di Dio, di chi accoglie la novità con slancio.

E oggi? Oggi siamo spesso bloccati dalla fretta di tutt’altro genere: la corsa al fare, al consumare, all’apparire. Ma la fretta di Maria è diversa, è il segno di un cuore che ha scoperto l’essenziale. Anche noi siamo chiamati a fermarci per riconoscere il dono della vita che cresce dentro ciascuno di noi, il dono di Dio che vuole abitare nelle nostre scelte, nei nostri legami, nella nostra quotidianità.

In un tempo in cui spesso prevalgono l'indifferenza, la delusione, il rammarico, la vendetta, Maria ci insegna la gioia della relazione autentica. Corre da Elisabetta perché ha bisogno di condividere, di farsi prossima. Questo è l’invito per noi oggi: rialzarsi dalle nostre comodità, andare incontro agli altri con il cuore aperto, costruire ponti in un mondo che alza muri.

E noi, come Maria, siamo chiamati a portare qualcosa di grande: non il peso delle preoccupazioni, ma la presenza viva di Cristo. In una società che a volte sembra sterile di speranza, possiamo essere segni di fecondità, di creatività, di novità. Come Elisabetta ha sentito il salto di gioia nel grembo, così anche noi possiamo far trasalire di speranza chi ci incontra, se ci lasciamo toccare dalla vita di Dio.

Questo Avvento ci sfida a vivere con lo stesso slancio di Maria: non trattenere la gioia, non restare immobili, ma lasciare che la Parola di Dio fecondi le nostre vite oggi, qui, nel nostro mondo, rendendoci testimoni di una bellezza che non può essere nascosta.

Ma com’è possibile che una bellezza così evidente, come quella della fede vissuta, non venga riconosciuta o addirittura venga rifiutata?

Forse la chiave sta proprio nel significato di "evidenza". Non è una qualità intrinseca che costringe a riconoscere, ma una realtà che richiede apertura del cuore e degli occhi per essere colta. L’evidenza non è mai solo un dato esterno; dipende anche dalla disponibilità interiore di chi guarda.

Ci sono persone che non riescono a vedere questa bellezza perché il loro sguardo è offuscato da ferite, delusioni o pregiudizi. Viviamo in un mondo che spesso celebra l’utile, l’immediato, il superficiale, e questa mentalità può rendere difficile cogliere una bellezza che parla di gratuità, di dono, di profondità.

Altri, invece, rifiutano questa bellezza perché la sentono come una sfida. Accettarla significherebbe mettersi in discussione, cambiare prospettiva, lasciarsi interpellare da qualcosa di più grande. E questo può spaventare o suscitare resistenze.

Il rifiuto non toglie nulla alla verità o alla bellezza della testimonianza cristiana, ma ci ricorda che l’amore e la fede non si impongono. Gesù stesso, che è la bellezza incarnata, non è stato riconosciuto da tutti. È un mistero che interroga la libertà umana: il dono di Dio si offre, ma non costringe.

Questa apparente contraddizione ci chiama a perseverare: anche quando la bellezza non viene accolta, il compito del cristiano è continuare a viverla e a condividerla, sapendo che tocca i cuori nei tempi e nei modi che Dio solo conosce.

Oggi Domenica 17 aprile 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Domenica della Resurrezione di nostro Signore Gesù Cr...
18/04/2022

Oggi Domenica 17 aprile 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Domenica della Resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.

Nella luce del mattino di Pasqua

Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché
cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto».

Luca 24,4-6

Sfolgora la luce della Pasqua nella notte delle miserie umane! La liturgia della veglia «Madre di tutte le veglie» (sant’Agostino) ripercorre la storia della salvezza, dalla creazione (I lettura e Salmo 103), quando Dio ha esplicitato il suo progetto sull’uomo creato a sua immagine, alla redenzione (VIII lettura, Epistola di Paolo ai Romani), quando l’uomo vecchio, segnato dal peccato, è stato crocifisso con Cristo per camminare con Lui in una vita nuova.

Il percorso liturgico tocca l’alleanza che Dio ha stabilito con Abramo e ci fa meditare sulla prova della legatura di Isacco (II lettura), figlio del patriarca e della sposa Sara, offerto in sacrificio e strappato alla morte da un Dio fedele che ama la vita e mai la revoca (Salmo 15); anzi, Egli la dona con ricchezza e la promette per tutte le generazioni: Isacco, il figlio, è una mirabile prefigurazione, nella Scrittura, di Gesù, il Figlio. Segue la narrazione dell’uscita dall’Egitto (III lettura e Cantico), che prefigura la Pasqua di Gesù e la liberazione dalla vera schiavitù, quella del peccato e della morte. Fanno eco i profeti, che colgono gli accenti dell’amore di Dio per il suo popolo e per le sue creature: Isaia (letture IV e V) mostra un Dio sposo, che ama teneramente e risolleva dalla morte (Isaia 54 e Salmo 29), realizza le sue promesse e offre acqua viva per l’eternità (Isaia 55 e Isaia 12); Baruc esalta la Sapienza di Dio e invita Israele a camminare alla sua luce, nella sua legge (VI lettura e Salmo 18); Ezechiele ammonisce: il popolo ha peccato e meritato un castigo, ma Dio darà un cuore nuovo, di carne e non di pietra, porrà il suo Spirito e farà vivere: di Lui ha sete l’anima del giusto (VII lettura e Salmo 41).

Tutta la storia attende la salvezza: luce, acqua e fuoco, che evocano il Battesimo e la presenza dello Spirito, espressione dei sacramenti della vita che Gesù ci ha lasciato, sono i segni forti della liturgia della veglia, in cui celebriamo con gioia la gloria di Dio (Salmo 117) e la salvezza che Cristo ci ha acquistato con il suo sangue. Forti delle profezie, vediamo con gli occhi la vittoria del Salvatore: insieme alle donne, grandi testimoni della Risurrezione, esperte e attente alla vita in ogni sua stagione, ci rechiamo «di buon mattino, il primo giorno della settimana», al sepolcro. Lì sperimenteremo che la morte non c’è!

CERCATELO TRA I VIVI

Le parole degli uomini in abito sfolgorante sono per noi: dove pensiamo di trovare il Signore? Perché lo cerchiamo “tra i morti”, nei rivoli di insensatezza della nostra vita? Non è lì! Egli è il Risorto: facciamo memoria delle sue parole, che sono vive nel nostro cuore. Egli ci precede sempre “in Galilea”, là dove lo abbiamo incontrato, nella “mattina” della nostra vita, lo abbiamo sentito chiamare proprio noi e abbiamo lasciato tutto per seguirlo, intraprendendo la strada di bellezza che ci ha indicato. Poi è arrivata la fatica del giorno, forse la tempesta, certo la notte. Ma Lui è lo stesso ieri, oggi, sempre. E la sua Pasqua rinnova il mattino senza fine. Egli è vivo, ci restituisce l’entusiasmo della prima ora, ci attende ancora lì, ci chiama di nuovo con lo stesso amore. Tocca a noi oggi ripetere il nostro sì, rinnovato, a Colui che vince la morte, la mia, la tua.

Buona Pasqua!

Un caro saluto

Coro Santa Cecilia

TRIDUO PASQUALE 2022Giovedì SantoLa celebrazione che segue immediatamente la “Messa del Crisma” in cui si benedicono gli...
17/04/2022

TRIDUO PASQUALE 2022

Giovedì Santo

La celebrazione che segue immediatamente la “Messa del Crisma” in cui si benedicono gli oli santi, è la celebrazione della Messa in coena Domini. Nell’immaginario collettivo questa messa coincide con il gesto raccontato dal Vangelo di Giovanni: la lavanda dei piedi.

È interessante come l’evangelista per raccontarci quello che di importante accade sulla tavola nell’ultima cena, lo fa raccontandoci quello che accade un istante prima dell’istituzione dell’Eucarestia: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto”.

Nessuna parola accompagna questo gesto se non la parola sconvolta di Pietro che vuole impedirglielo e la risoluta parola di Gesù che dice: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Non si può entrare veramente nel cuore dell’Eucarestia se non ci si lascia lavare i piedi da Cristo. Senza una forte esperienza di Misericordia si è tagliati fuori da tutto ciò che è realmente il cristianesimo. Ecco perché la Pasqua inizia da quei piedi sporchi.

Ciascuno di noi deve partire sempre dalla propria miseria, ma non per farsi del male ma per lasciare che l’Amore di Cristo possa amarci soprattutto in ciò che non conviene di noi. Solo se arriva questo amore che distrugge la logica del merito, arriva anche l’esperienza della Pasqua. Cristo non è morto per noi perché ce lo meritavamo, ma è morto per noi per amore, senza nessun merito nostro. Oggi dovremmo sostare in compagnia sua mentre stringe con le sue mani i nostri piedi, li lava e li bacia.

Venerdì Santo

Il mezzogiorno del Venerdì Santo è l’ora più buia di tutto il Vangelo. Lo è non solo per la crocifissione di Gesù, ma soprattutto per quel senso di solitudine e abbandono che Egli sente da parte del Padre. Morire è attraversare quella regione sconosciuta in cui ciò che confidavi non è più di nessun aiuto. Gesù ha scelto l’ultimo posto.

Questo significa che la sua solitudine è la più grande di tutte. Nessuno è più lontano dal Padre se non Lui. Ha scelto di mettersi all’ultimo posto affinché nessuno possa più dire di essere solo. Quando pensiamo di aver toccato il fondo, quando pensiamo che non c’è più niente e nessuno per noi, dobbiamo ricordarci che un passo oltre la nostra solitudine c’è Gesù. È Lui che ha scelto quel posto per mettere un argine alla nostra disperazione. E il segno più concreto della Sua presenza è Maria: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.

Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”. L’estremo gesto che Gesù compie al margine della Sua esistenza terrena è lasciare la propria Madre come Madre di tutti. In Giovanni, ognuno di noi, è il beneficiario di questa eredità. Tante volte la nostra vita è insopportabile perché la vogliamo vivere da soli, con le nostre forze, senza l’aiuto di nessuno. Dio ha mandato Suo Figlio a prendere sulle Sue spalle il giogo dei nostri giorni.

E il Figlio ci ha dato una Madre perché il compito di una madre è quello di umanizzare la vita. La presenza di una madre rende umane le cose che altrimenti sarebbero insopportabili. Maria è la possibilità di vedere la nostra vita umanizzata. Oggi possiamo solo farci silenziosi e mendicanti sotto la Croce di Gesù. GuardarLo e sentire in noi il pentimento e la gratitudine per tanto amore e sussurrare: “Ti adoriamo Cristo e ti benediciamo perché con la tua santa Croce hai redento il mondo”.

Sabato Santo

Il Sabato Santo sembra schiacciato tra il Venerdì Santo e la domenica di Pasqua. Eppure, questo giorno è il giorno dell’attesa, del grande silenzio, dell’apnea che si vive prima del grande salto. Quella che sembra una storia finita in realtà non è veramente finita.

Ma nessuno ancora sa questo dettaglio. Maria di Magdala e l’altra Maria vanno all’alba al sepolcro senza sapere lontanamente cosa le aspetta. Sono oppresse non solo dal dolore di una mancanza e di una perdita, ma anche dallo spaesamento che ha procurato loro vedere infranta la speranza che Gesù aveva portato in ognuno di loro. La loro preghiera probabilmente è diventata breve, come una litania: “come faremo?”.

Quante volte anche noi preghiamo allo stesso modo, con la medesima disperazione: “come faremo?”. Eppure, quando arrivano davanti a quel sepolcro trovano un imprevisto che capovolge la loro preghiera: “un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa”. Se per tanto tempo abbiamo avuto la certezza di non avere le forze necessarie per far rotolare via la pietra dei problemi che ci occludono il passaggio, d’un tratto ci accorgiamo che il Signore misteriosamente ha spostato quella pietra e ci si è seduto sopra.

È Pasqua quando ciò che ci fa più soffrire diventa il pulpito dove viene annunciato un cambiamento inaspettato: “«Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto»”.

Da questo momento in poi ciò che è dono (perché la fede nella Resurrezione di Cristo è dono) diventa impegno, scelta, responsabilità. Se si crede a questo annuncio allora bisogna vivere di conseguenza. Se non si crede a questo annuncio si continua a vivere in ostaggio di quel sepolcro. È la nostra vita la cosa che ci dice di più se crediamo o no che Gesù è risorto.

Un caro saluto

Coro Santa Cecilia

Oggi Domenica 10 aprile 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Domenica delle Palme.Con Gesù sulla strada della Pasq...
10/04/2022

Oggi Domenica 10 aprile 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Domenica delle Palme.

Con Gesù sulla strada della Pasqua

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto.

Luca 23,47-48

Con la Domenica delle Palme entriamo nella Santa Settimana. Siamo invitati a seguire Gesù, a contemplarlo e adorarlo, a meditare gli eventi della salvezza. Ci accompagna, nell’anno C, il Vangelo di Luca, attento in modo speciale alla misericordia di Dio, al discepolato, alla sensibilità delle donne. Negli altri Vangeli è una folla di persone di ogni provenienza, presente a Gerusalemme per la festa, che osanna Gesù; in Luca si tratta dei suoi discepoli, già numerosi, che lo accompagnano da quando si è messo in viaggio “con decisione” verso Gerusalemme. Siamo anche noi in questa folla di discepoli che, “nella gioia”, stende i suoi mantelli lungo la strada, loda Dio “a gran voce” per le meraviglie che “ha visto” compiere al Figlio e onora Gesù come Re. I farisei vorrebbero far tacere questi discepoli e chiedono a Lui di rimproverarli. Ma se essi tacessero, risponde Gesù, griderebbero le pietre! La Verità che Cristo è e rivela è contestata e osteggiata, in ogni tempo, ma resta l’unica Verità sull’uomo; lo sanno anche i farisei, i quali riconoscono più degli altri, e non possono sopportare, le chiare evocazioni bibliche dell’episodio cui assistono, ancora più forti nel Vangelo di Luca: il puledro cavalcato da Gesù è lo stesso animale citato nel libro di Zaccaria per descrivere la cavalcatura del Re Messia; nei libri storici la distesa dei mantelli è atto legato all’intronizzazione regale; è evocata in Luca, dalla folla osannante, la Pace, che richiama gli annunci della natività e individua l’apertura dei tempi messianici. Gesù è il Re Messia atteso dalle Scritture: con Lui anche noi entriamo in Gerusalemme, dove le profezie si compiranno. Celebriamo nella Domenica delle Palme una liturgia ricca, pervasa del Mistero in cui siamo entrati: Gesù è il Salvatore profetizzato da Isaia nei carmi del Servo sofferente (I lettura) e dal Salmo 21, di cui ripetiamo, nel Responsorio, le stesse parole che dirà Lui sulla Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»; Egli è il Dio fatto uomo per la nostra salvezza, ha percorso la sofferenza e la morte di croce, è il Risorto, il Signore (II lettura); il suo sacrificio, con cui ci ha strappati al peccato e alla morte, è preludio della vittoria cui tutti in Lui siamo chiamati.

SERVIRE È REGNARE

Nel Vangelo di oggi e delle giornate fino al Triduo e alla Pasqua sono narrati in dettaglio gli eventi della salvezza, dalla Santa Cena, memoriale che ripetiamo ogni giorno nell’Eucaristia, ai discorsi del commiato, alla preghiera nel Getsemani, alla cattura, fino alla condanna e alla Via della Croce, lungo la quale, in Luca, Gesù incontra le donne di Gerusalemme: esse piangono su di Lui, e insegnano la capacità tutta femminile, che l’evangelista sa cogliere, di restare nel dolore, quando tutti, anche gli amici, si allontanano e rinnegano; sulla croce, in Luca, Gesù, Dio di misericordia e di perdono, assicura il paradiso a uno dei due crocifissi con lui, che lo riconosce Re proprio lì, nel ludibrio del mondo, nell’apparente fallimento, ove emerge che servire è regnare. Che anche noi, come i discepoli, le donne e il malfattore santo sappiamo seguire e contemplare il Re, stare con Lui, nella strada e sulla croce, e in Lui contemplare, già presente, l’alba nuova della Resurrezione.

Con la Domenica delle Palme, con cui si ricorda l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme per andare incontro alla morte, inizia dunque la Settimana Santa durante la quale si rievocano gli ultimi giorni della vita terrena di Cristo e vengono celebrate la sua Passione, Morte e Risurrezione.

L’episodio dell'ingresso in Gerusalemme rimanda alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la “festa delle Capanne”, in occasione della quale i fedeli arrivavano in massa in pellegrinaggio a Gerusalemme e salivano al tempio in processione. Ciascuno portava in mano e sventolava il lulav, un piccolo mazzetto composto dai rami di tre alberi, la palma, simbolo della fede, il mirto, simbolo della preghiera che s’innalza verso il cielo, e il salice, la cui forma delle foglie rimandava alla bocca chiusa dei fedeli, in silenzio di fronte a Dio, legati insieme con un filo d’erba (Lv. 23,40). Spesso attaccato al centro c’era anche una specie di cedro, l’etrog (il buon frutto che Israele unito rappresentava per il mondo).

Il cammino era ritmato dalle invocazioni di salvezza (Osanna, in ebraico Hoshana) in quella che col tempo divenuta una celebrazione corale della liberazione dall’Egitto: dopo il passaggio del mar Rosso, il popolo per quarant’anni era vissuto sotto delle tende, nelle capanne; secondo la tradizione, il Messia atteso si sarebbe manifestato proprio durante questa festa.

LA SCELTA DELL'ASINA AL POSTO DEL CAVALLO

Gesù, quindi, fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso della Palestina, acclamato come si faceva solo con i re però a cavalcioni di un’asina, in segno di umiltà e mitezza. La cavalcatura dei re, solitamente guerrieri, era infatti il cavallo.

I Vangeli narrano che Gesù arrivato con i discepoli a Betfage, vicino Gerusalemme (era la sera del sabato), mandò due di loro nel villaggio a prelevare un’asina legata con un puledro e condurli da lui; se qualcuno avesse obiettato, avrebbero dovuto dire che il Signore ne aveva bisogno, ma sarebbero stati rimandati subito. Dice il Vangelo di Matteo (21, 1-11) che questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta Zaccaria (9, 9) «Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo Re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma».
I discepoli fecero quanto richiesto e condotti i due animali, la mattina dopo li coprirono con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme.

Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!».

Buona Domenica delle Palme e Buona Settimana Santa

Un caro saluto

Coro Santa Cecilia

Oggi Domenica 3 aprile 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Quinta e ultima Domenica di Quaresima.Redenti e protes...
04/04/2022

Oggi Domenica 3 aprile 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Quinta e ultima Domenica di Quaresima.

Redenti e protesi verso la santità

Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Poiché insistevano nell’interrogarlo, disse: «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Giovanni 8,6-9

È questa l’ultima Domenica prima della Settimana Santa: la salvezza è vicina. Isaia assicura: il nostro Dio, che ha aperto una strada nel mare, anche nel deserto aprirà una strada e farà scaturire acqua dalla steppa. Il Signore trae vita dove c’è morte: il popolo ne celebrerà le lodi, come fa il Salmo 125 che esalta le grandi cose che ha fatto Dio. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Filippi, attesta: dimentico del passato e proteso al futuro corre verso la meta, al premio che Dio promette in Cristo. Egli è il Salvatore atteso da tutte le Scritture: è Lui che restituisce dignità all’uomo prigioniero del peccato e riconduce le creature all’originario progetto di Dio.

È questa l’esperienza della donna che incontra Gesù nel Vangelo. Siamo nel tempio di Gerusalemme, nel luogo santo per eccellenza. È l’alba. “Tutto il popolo” è presso Gesù e Lui volentieri, “sedutosi, li ammaestra”. Il suo stare seduto e il suo trattenersi senza fretta a insegnare mostra che il Maestro ha tempo e disponibilità per gli uomini, ha attenzioni e tenerezza. Egli sa che nel tempio si va per stare con Dio, per parlare con Lui e di Lui; non è lo spazio adatto per improvvisare un tribunale e condannare qualcuno, ma gli Scribi e i Farisei, che hanno l’obiettivo dichiarato di «mettere alla prova Gesù e avere di che accusarlo», non si preoccupano di violare la sacralità del luogo e anzi portano fin lì, di buon mattino, la donna sorpresa in adulterio, proprio perché sia vista dalla folla e perché tutti possano giudicare il comportamento del Maestro di Nazaret di fronte alla questione proposta. Scribi e Farisei – persone pie! – non hanno nessun rispetto né per il tempio, e dunque per Dio, né per Gesù, né per la folla, né tantomeno per la donna, che strumentalizzano e additano con disprezzo. Essi hanno verso il tempio e la legge di Mosè lo stesso atteggiamento di strumentalizzazione: non c’è amore né zelo nel loro comportamento, ma solo la volontà insana di nuocere, a Gesù e alla donna. Restano in piedi, altezzosi e impazienti di risolvere il caso. Gesù ha un atteggiamento diverso: si china, si abbassa, resta
in silenzio e si mette a scrivere col dito per terra. Il testo sottolinea per due volte, linguisticamente, l’abbassarsi di Gesù: è Lui che si umilia per restituire agli uomini la loro originaria dignità. È prefigurato qui il sacrificio della Croce. Gesù, sollecitato per due volte, invita infine chi è senza peccato a scagliare la prima pietra.

ESAME DI COSCIENZA

Gli stessi dottori comprendono: si riconoscono peccatori e vanno via, cominciando dai più anziani. Anche loro, e non solo la donna, sono coperti dalla misericordia di Gesù, che guarda con amore e non giudica nessuno: «Neanche io ti condanno». Quello sguardo, che si è posato anche sugli accusatori, cambia la vita: la Parola di Gesù, che fa luce e verità nelle storie delle persone («Vai e non peccare più») senza mai caricarle di giudizi inappellabili o di una vergogna che rende inerti, lascia sempre lo spazio per rialzarsi e convertirsi. E la mia parola? Restituisce dignità o impone fardelli pesanti, che neanche io so portare? Quale misericordia sono capace di usare? È quasi Pasqua: per entrare nel Mistero ci vuole amore. È chiesto a me per primo, nella mia quotidianità.

Buona Domenica e buon cammino di Quaresima!

Un caro saluto

Coro Santa Cecilia

Oggi Domenica 27 marzo 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Quarta Domenica di Quaresima detta "In Laetare".Testim...
27/03/2022

Oggi Domenica 27 marzo 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Quarta Domenica di Quaresima detta "In Laetare".

Testimoniare con gioia la misericordia

Quando ebbe speso tutto, il figlio minore rientrò in sé, si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

Luca 15,20-21

A metà Quaresima celebriamo la domenica "laetare", “della gioia”. L’antifona di ingresso incoraggia: «Rallegrati, Gerusalemme, radunatevi voi che l’amate. Gioirete e vi sazierete al seno delle sue consolazioni». Essere ammessi alla mensa del Padre e saziarsi dei beni che Dio con abbondanza prepara per i suoi figli è il filo conduttore della liturgia di questa quarta domenica. Nella prima lettura, tratta dal libro di Giosuè, gli Israeliti celebrano la Pasqua nelle steppe di Gerico e si saziano dei frutti della terra santa, nella quale sono finalmente entrati: grande giubilo per un popolo ancora pellegrino, che tante volte ha tradito il Signore, ma che sta sperimentando la sua fedeltà e il compimento delle sue promesse! Il Salmo 55 esorta a gustare la bontà di Dio e a benedirlo. Paolo predica la riconciliazione dell’uomo con Dio mediante Cristo e supplica i fedeli di Corinto: «Lasciatevi riconciliare con Dio!».

Questo invito è oggi per noi: è Gesù stesso a esortarci, attraverso la parabola del Padre misericordioso, vero cuore del Vangelo di Luca. L’occasione è una mormorazione di scribi e farisei: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Simile è il disappunto del figlio maggiore della parabola, il quale, accecato dall’invidia che prova per l’amore con cui suo padre accoglie il fratello ritornato a casa, non riesce a comprendere che lui stesso gode da sempre dello stesso amore senza limiti. Possiamo certamente identificarci con il figlio minore: siamo noi quelli ai quali sta stretta la casa del Padre! Vogliamo fare da soli, confidiamo nelle nostre capacità (ma cosa c’è di nostro? Che grande miseria raccogliamo quando decidiamo di andare via, con le nostre povertà, dalla casa del Padre?) e viviamo come ci aggrada, sperperando i doni ricevuti. Siamo ancora noi che sperimentiamo la fame lontani dalla casa e dalla mensa del Padre e, segnati dal dolore, ritorniamo da Lui per chiedergli, in cambio del nostro lavoro, la ricompensa che si dà ai salariati. Quanto siamo lontani dalla conversione! Il Padre ci ama come figli e scruta l’orizzonte da quando siamo partiti. Il suo sguardo di benedizione ci cerca e ci attende da sempre. Gli basta che torniamo per trattarci ancora come figli, ai quali dà tutto: il vestito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi, il cibo più pregiato, non perché lo meritiamo ma perché siamo amati, nonostante i nostri tradimenti. Dio fa festa quando, tornando a Lui, passiamo dalla morte alla Vita.

VERI FIGLI

L’idea che i beni del Padre si meritino e spettino in funzione del lavoro che si svolge per Lui accomuna entrambi i figli: siamo noi dunque soprattutto il figlio maggiore, che vive a casa del Padre stancamente, si impegna e si affatica a lavorare per Lui senza gustare la gioia di essere figlio amato, ma anzi provando segreta invidia per quell’altro figlio che se n’è andato a divertirsi. La conversione è percepire che nulla manca nella casa del Padre, è passare da un cristianesimo di solo impegno e sacrificio,
che resta scuro in volto e pieno di livore e di giudizi verso chi è lontano, a un cristianesimo di gratitudine filiale, luminoso di gioia contagiosa e desideroso che tutti gustino il pane del perdono e l’amicizia di Dio. Venite, facciamo festa!

Buona Domenica e buon cammino di Quaresima!

Un caro saluto

Coro Santa Cecilia

Oggi Domenica 20 marzo 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Terza Domenica di Quaresima.Convertirsi e capire il di...
20/03/2022

Oggi Domenica 20 marzo 2022, nell'Anno Liturgico C, si celebra la Terza Domenica di Quaresima.

Convertirsi e capire il disegno di Dio

Si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Disse: «Credete che fossero più peccatori di tutti i Galilei per aver subito tale sorte? Se non vi convertite, perirete allo stesso modo.

Luca 13,1-3

Nella III domenica di Quaresima ci troviamo tra la gente, di fronte a fatti tragici: Pilato ha fatto uccidere alcuni Galilei mentre offrivano sacrifici al Signore; una disgrazia ha visto perire diciotto persone per il crollo della torre di Siloe. Quanti fatti come questi costellano le nostre cronache! La terra è insanguinata da guerre sferrate in nome di interessi economici, politici o religiosi; terremoti, pandemie, fenomeni atmosferici provocano la morte di tanta gente. E siamo tentati di dire: «Dov’è Dio? Perché permette tutto questo e non interviene?». O anche: «Se lo sono meritato, il Signore ha voluto punirli, ma per me, che mi comporto bene, la vita prosegue serena».

A queste reazioni, tipiche di ogni epoca e cultura, risponde la liturgia di oggi, una guida per comprendere il disegno di Dio sulla storia e per capire cosa sia la vera conversione. Il Signore si serve di noi, delle nostre mani, del nostro cuore, della nostra intelligenza, per trasformare il mondo ed estirpare il male. Nel passo dell’Esodo Dio si manifesta a Mosè mentre pascola il gregge del suocero: il Signore entra nella sua quotidianità per manifestarsi come il Dio della vita, si rivela a lui («Io sono il Dio di Abramo») e lo invia ad agire nel Suo Nome («Dirai agli Israeliti: “Io-Sono” mi ha mandato a voi») per salvare il popolo dall’oppressione e condurlo alla libertà. Mosè è il braccio di Dio: attraverso lui agisce il Signore, misericordioso e pietoso, come ricorda il Salmo responsoriale.

Anche oggi Dio agisce attraverso noi. La domanda non è dunque «Dov’è Dio?», ma: «Dove siamo noi, uomini e donne fatti a sua immagine? Quante e quali sono le nostre responsabilità concrete? Continuiamo a pascolare quietamente il nostro gregge o percepiamo come Mosè la presenza di Dio, lo adoriamo e ci mettiamo in ascolto per capire cosa concretamente vuole da noi?». Paolo nella seconda Lettura avverte: quelli che erano con Mosè nel deserto erano tutti pii, ma «non furono graditi a Dio» e «furono sterminati», «desideravano cose cattive» e «mormoravano »! Gesù ci ammonisce: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo!».

NOI SIAMO LE SUE MANI

Convertirsi significa anche passare da una percezione di Dio secondo cui Egli interviene e cambia le cose in modo magico (per esempio fa tacere le armi) alla comprensione del suo disegno di vita eterna: Lui, il padrone della vigna, ci chiama all’esistenza, ci mette gli uni accanto agli altri e, anche se tardiamo a realizzare quanto ha pensato per noi a beneficio di tutti, ci dà tempo, potandoci come il fico, piuttosto che tagliarci. Noi siamo le sue mani: attende con pazienza che assumiamo con maturità la nostra missione, qualunque sia, e portiamo frutti buoni. Le sofferenze
di questa vita, in tanti casi prodotte dal peccato dell’uomo, che ritarda o impedisce la realizzazione del Bene, sono anche l’occasione per riconoscere l’impronta della misericordia senza fine di Dio, che nel corso degli eventi terreni ci richiama alla vera gioia. Allora comprendiamo il senso dell’invito quaresimale: «Convertiamoci, il tempo si è fatto breve». È sempre troppo breve il tempo che abbiamo per rispondere una buona volta alla tenerezza di Dio che con noi ricomincia sempre da capo!

Buona Domenica e buon cammino di Quaresima!

Un caro saluto

Coro Santa Cecilia

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Via Dell'Arma Azzurra 1
Elmas
09030

Orario di apertura

11:00 - 12:00

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