07/08/2026
Premetto che non mi occupo di politica e non possiedo alcuna tessera di partito politico.
La morte di Francesco Guccini deve far riflettere, e non certamente soltanto dal punto di vista artistico e musicale.
Perché, diciamolo chiaramente, Guccini è stato prima di tutto un grande autore e uno straordinario narratore. Lui stesso ha sempre detto di amare soprattutto la scrittura e, come tanti scrittori, non trovando qualcuno che cantasse le sue opere, alla fine ha dovuto cantarsele da solo.
Quelle canzoni, però, hanno trovato un senso profondo perché dentro c'erano protesta, realtà proletaria, ribellione, intellettualità e tanta ironia.
Guccini non era certamente il solo. In quegli anni c'erano Giorgio Gaber, Fabrizio De André, Claudio Lolli, Pierangelo Bertoli, Rino Gaetano, i Nomadi e tanti altri artisti che attraverso la musica raccontavano una società, le sue contraddizioni e il loro modo di viverla.
E poi, verso la fine di quella stagione, sono arrivati i CCCP, portando una forma diversa di punk, provocazione e ribellione, più vicina alle nuove generazioni e a un'epoca che stava cambiando profondamente.
E per ultimi, sempre verso la fine di quella stagione, sono arrivati i Litfiba, portando il loro rock e una nuova forma di energia e di ribellione.
Altri, invece, sceglievano soprattutto di raccontare l'amore, le emozioni e le vicende personali. E non c'è nulla di male, naturalmente: Vasco Rossi e Pino Daniele, per esempio, hanno percorso strade completamente diverse, diventando comunque grandissimi artisti.
Ma c'era una differenza importante: allora esisteva un pubblico disposto ad ascoltare anche chi faceva della canzone uno strumento di protesta, di denuncia e di riflessione.
E qui arriviamo al punto che, secondo me, dovrebbe farci riflettere.
Oggi un cantautore come Guccini avrebbe ancora la possibilità di dire quello che diceva allora?
Io credo molto meno.
Non perché oggi non esistano artisti capaci di scrivere testi intelligenti o di fare critica sociale, ma perché è cambiato il modo di ascoltare. Oggi una canzone deve spesso arrivare in pochi secondi, diventare virale, trasformarsi in un video di pochi minuti e possibilmente essere accompagnata da un'immagine capace di attirare l'attenzione.
La profondità è diventata quasi un ostacolo.
E allora penso a Guccini, a quello che rappresentava e a quelle canzoni che avevano bisogno di essere ascoltate, comprese e magari anche contestate.
Non credo che oggi avrebbe vita facile.
Con l'attuale clima politico al governo e un'opposizione che spesso sembra incapace di rappresentare una vera alternativa, un cantautore come Guccini probabilmente farebbe una fatica enorme a trovare spazio.
Forse non riuscirebbe più nemmeno a farsi ascoltare dagli abitanti del suo condominio.
E questa, più che la morte di un artista, sarebbe la vera sconfitta di una società: non avere più voglia di ascoltare chi ci costringe a pensare.
Perché una canzone può anche essere vecchia di cinquant'anni.
Ma se riesce ancora a farci discutere, indignare, sorridere e soprattutto pensare, allora significa che quella canzone non è mai morta.
Buon viaggio, maestro.
R.I.P. ❤️