25/04/2026
Oggi il "s"indaco di Como ha dimenticato di citare il pezzo di storia cittadina. Questi documenti non sono carta. Sono voce. Sono prova. Sono memoria viva. Il punto va detto con chiarezza, senza infingimenti e senza "prendere in giro la storia". Oggi celebriamo la Liberazione come parola, come rito, come data.
Ma nel 1945 la Liberazione fu un atto concreto, giuridico e morale insieme. Palazzo Carducci non fu semplicemente “riaperto”, fu liberato.
da una occupazione — prima nazista, poi amministrativa — e restituito alla sua natura originaria: non al Comune, non a un ente astratto, ma a quella comunità culturale che lo aveva generato e custodito, l'Associazione G. Carducci pro coltura popolare. Il documento del 18 maggio 1945 del C.L.N. di Como è chiarissimo:
le attività culturali e scolastiche tornano alla Pro Cultura Popolare,
che è espressione diretta della storica istituzione “Giosuè Carducci”.
E pochi mesi dopo, nel luglio 1945, si chiede con forza ciò che è ovvio in uno Stato che rinasce: la restituzione dei locali, la ripresa della vita culturale, la fine di ogni occupazione indebita.
È un fatto giuridico e identitario:
la Liberazione ha avuto un contenuto preciso — restituire ai legittimi titolari ciò che era stato sottratto.
E allora oggi la domanda è inevitabile, quasi scomoda:
se nel 1945 si è combattuto per liberare e restituire,
come possiamo oggi accettare che quella stessa realtà venga svuotata, ridotta, o peggio reinterpretata come una concessione?
Difendere il Carducci non è difendere un edificio.
È difendere una continuità storica riconosciuta proprio nel momento più alto della nostra storia repubblicana nascente. Perché la vera Liberazione non è solo un evento passato.
È una responsabilità presente.
E tradirla, anche solo con l’indifferenza,
è il modo più silenzioso — ma più grave — di perderla di nuovo.