26/07/2026
Il 26 luglio ricorre la festività di san’Anna, legata a molte tradizioni popolari. Di seguito qualche ricordo, con una riflessione finale.
Sant'Anna e il lago.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta, per noi ragazzini l'estate aveva un rito che si ripeteva spesso durante la settimana. Appena terminate le scuole e fino ai primi di settembre, ci si dava appuntamento in via Milano Alta nel primo pomeriggio. Eravamo (solo i maschietti, chissà dove se ne stavano rintanate le fanciulle) quelli dei numeri civici 117 e 119 oltre a qualche infiltrato dei paraggi: con l'asciugamano sulle spalle, il costume già infilato sotto i pantaloncini, uno zainetto/sacca con i ricambi e qualche lira in tasca, partivamo alla volta del lido di Villa Olmo, che preferivamo a quello di Villa Geno: era infatti più vicino e, particolare tutt'altro che secondario per le nostre tasche, costava anche meno.
Il percorso era sempre lo stesso: un pezzo di via Milano, poi si svoltava in via Roosevelt, poi lungo quello che oggi si chiama viale Innocenzo, quindi Borgovico Vecchia, Borgovico Nuova e finalmente il lago: una sfacchinata di oltre un’ora dove si chiacchierava, si scherzava, ognuno raccontando la sua storia.
Il lago ci attirava come una calamita. Era il nostro mare. Ma era anche un amico di cui ci avevano insegnato a diffidare.
Prima di uscire di casa, le nostre mamme non mancavano mai di raccomandarsi: fate attenzione. Il lago è infido, pieno di insidie, ci sono i mulinelli...
Noi ascoltavamo con l'impazienza dei ragazzi. Quelle parole ci sembravano le solite esagerazioni degli adulti. Eravamo convinti che certi pericoli riguardassero sempre gli altri.
Poi arrivava il 26 luglio, il giorno di sant'Anna.
Quel giorno le raccomandazioni assumevano un tono diverso e diventavano quasi un ammonimento. Nelle famiglie si ripeteva un proverbio che allora conoscevano tutti e che Carlo Bassi ha raccolto nel suo libro I pruvèrbi di nòstar vècc:
"Tütt j ann la sant'Ana, na vöör vün in da la sua tana."
Il significato era chiaro: ogni anno, proprio in quel periodo, il lago sembrava reclamare una vittima.
Oggi sappiamo che era una credenza popolare. Più probabilmente gli incidenti aumentavano semplicemente perché, a fine luglio, le rive dei laghi e dei fiumi erano affollate come non mai. Ma allora, nella fantasia di noi ragazzi, quel proverbio dava quasi l'impressione che il lago avesse una volontà propria.
E così, proprio il giorno di sant'Anna, entravamo in acqua con un coraggio un po' meno spavaldo del solito.
Si giocava, si nuotava, ci si rincorreva come sempre. Eppure bastava allontanarsi di qualche metro dalla riva, vedere l'acqua farsi più scura o sembrare più gelida perché le parole delle nostre mamme tornassero improvvisamente alla mente.
Per un attimo sembrava davvero che, sotto quella superficie così calma, potesse nascondersi un'insidia invisibile.
Allora si invertiva la rotta con qualche bracciata più energica, facendo finta di niente per non dare soddisfazione agli amici. A quell'età, il coraggio consisteva soprattutto nel non mostrare la paura.
Ripensandoci oggi, mi viene da sorridere. Non era sant'Anna a volere una vittima e non c'era nessun misterioso destino in agguato. C'era semplicemente un lago bellissimo, capace però di diventare pericoloso se affrontato con leggerezza.
Forse, senza rendercene conto, proprio quelle antiche raccomandazioni e quel vecchio proverbio hanno insegnato alla nostra generazione una lezione preziosa: il lago si può amare profondamente, ma non bisogna mai dimenticare di portargli rispetto.