11/08/2024
Qualche tempo fa, una persona che mi conosceva per motivi professionali, mi disse: Signor Console, (allora facevo il Console Generale in Germania). Ho letto il suo romanzo ("Un Prosciutto e Dieci Ducati") e mi sono stupita di quanto mi sia piaciuto. Io sorrisi e le chiesi: perché, scusi, si è stupita?
Perché Lei non è uno scrittore, mi rispose.
Intendeva dire: non fa solo quello nella vita. Ma quanti scrittori che non fossero già ricchi di famiglia, facevano, almeno all'inizio, solo gli scrittori nella vita?
Da allora, mi chiedo: se non è una questione di "occupazione principale" cosa ci rende scrittori? Basta l'aver pubblicato qualcosa?
La questione è un po' complessa; consentitemi un excursus.
Un tempo - diciamo fino agli Anni 90, quando le case editrici erano di meno e di dimensioni più grandi delle attuali, non era così facile farsi pubblicare. Perché gli editori guadagnavano vendendo libri e ci tenevano molto alla qualità di ciò che pubblicavano; per questo pagavano una serie di professionisiti - gli editor - il cui compito era (ed è) di effettuare sorta di controllo di qualità di un manoscritto e di "farlo crescere" dando consigli all'autore. (naturalmente, queste case editrici esistono ancora ed è con loro che uno scrittore diciamo così, "vero" aspira a pubblicare).
Oggi, con la diminuzione dei lettori, il focus di una buona fetta del mercato si è spostato su chi scrive. Così, molte case editrici( di solito piccole), pubblicano libri chiedendo contributi economici agli scrittori, che diventano, in pratica, editori di sé stessi. Risultato: la casa editrice guadagna stampando e non vendendo e tutti possono pubblicare qualcosa- qualsiasi cosa - senza passare per un vero e proprio controllo di qualità.
Sono scrittori quelli che stanno a questo gioco?
Nella mia esperienza, (a parte le pubblicazioni scientifiche, che meritano un discorso diverso) qualche volta sì, ma si tratta di casi stremamente rari.
Personalmente, non ho mai pagato un centesimo per pubblicare, né le case editrici me lo hanno mai chiesto.
Ritengo, infatti, che se qualcuno lo facesse, mi starebbe automaticamente dicendo che il mio manoscritto, ai suoi occhi, non vale l'investimento necessario a essere stampato e distribuito. E quindi sarei io il primo a non volerlo pubblicare.
Torniamo alla domanda originaria: sono dunque uno scrittore io? Forse. La risposta sta, forse ancor più che nel dato tecnico della pubblicazione, nel gradimento sincero da parte di chi li legge. Ogni autore, ogni artista, di qualsiasi tipo, vive per l'apprezzamento che riceve da chi ha fruito della sua arte e trema al pensiero che chi non gli comunica alcuna reazione - nessun applauso, nessun fischio, nessuna lode, nessuna critica - lo faccia perché la sua opera non gli ha trasmesso nulla o - forse ancor peggio- perché non ha nemmeno fatto lo sforzo di ascoltarla, di ammirarla, di leggerla.
Ecco. Uno scrittore, un pittore, un fotografo, un musicista...un artista, insomma, è tale perché freme nel comunicare il suo animo, le sue sensazioni. Applaudo sempre, anche al piano bar, anche per strada, anche al ristorante. Perché l'arte è una questione di comunicazione tra umani e deve essere biunivoca.
E voi, che siete pazientemente arrivati alla fine qui questo lungo post, come la pensate su questo argomento?