27/08/2026
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Yayoi Kusama se n’è andata.
Ci ha lasciato i suoi pois, le sue enormi zucche colorate e le sue Infinity Room. Aveva 97 anni.
E una storia straordinaria alle spalle.
La storia di una bambina, cresciuta in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, in una famiglia che non la vuole artista e la ostacola in ogni modo.
Ma lei desidera più forte.
Scrive a Georgia O’Keffe a che le risponde incoraggiandola: ‘puoi esistere, puoi partire, puoi diventare artista’. Questo gesto ha un’importanza enorme. È una sorta di autorizzazione.
È il 1957 e Yayoi si trasferisce a New York, dove comincia a dipingere. E attraversa sessismo e razzismo e i problemi connessi con la sua fragilità psicologica.
Ma lei desidera più forte.
Con la sua poetica dei pallini, le sue zucche, gli specchi, le ‘Infinity room’ Kusama trasforma le sue manie in linguaggio, la sua solitudine in colore e l’infinito in una forma da attraversare.
Fino a diventare l’artista più popolare al mondo.
Il suo lascito è immenso.
Kusama ci ha insegnato che l’arte non deve spiegare: può stupire, inquietare, incantare e farci sentire parte di qualcosa di più grande.
Donna, artista e visionaria, ha percorso il Novecento e il nuovo millennio attraversando convenzioni, confini e pregiudizi, costruendo un universo riconoscibile in ogni sua apparizione: un universo fatto di punti che non finiscono mai e di spazi nei quali, per un istante, sembra di perdersi per ritrovare sé.