04/10/2026
«Io non vedo la morte del mondo, ma la sua malattia».
Alcune parole, pronunciate sulla scena, continuano a vivere dentro di noi molto tempo dopo che le luci si sono spente.
Oggi, nella festa di Francesco d’Assisi, a ottocento anni dalla sua morte, noi di Graecalis vogliamo ricordarlo attraverso quelle parole. E attraverso un incontro teatrale che, all’inizio, sembrò a molti impossibile.
Era il 2004 quando Gigi La Rosa scrisse un testo che attraversava lo spirito prometeico da Eschilo a Cyrano de Bergerac, passando per Francesco d’Assisi.
Francesco e Prometeo. Il santo e il Titano.
L’accostamento suscitò sorpresa, domande, scetticismo.
Poi arrivò la scena.
Già alla prima rappresentazione, e poi quando quel testo trovò il suo posto nella nostra opera Titan – I fuochi di Prometeo, qualcosa cambiò. Lo scetticismo cedette allo stupore, al rapimento intellettuale: sentivamo prendere forma, davanti ai nostri occhi, un legame profondo.
Le parole di Francesco, ora razionali, ora turbate, ora profetiche, restituivano la forza di chi osa aprire una possibilità dove gli altri vedono soltanto un destino già scritto.
Era il fuoco di Prometeo, condannato da Giove alla sofferenza per aver aiutato gli uomini. Il fuoco del dono, della conoscenza, delle «cieche speranze»: quelle che permettono agli esseri umani di immaginare, costruire, desiderare, anziché consumare la propria esistenza nell’attesa irrimediabile della morte.
Nella lettura teatrale di Gigi La Rosa, quel fuoco ardeva anche in Francesco.
Il più santo dei folli e il più f***e tra i santi.
Animato da un furore gioioso, attraversato da una tristezza sorridente. Capace di abbracciare il dolore del mondo e continuare, dentro quel dolore, a cantare.
Nel dialogo con papa Innocenzo III, al quale chiede di poter vivere insieme ai suoi primi seguaci secondo la propria Regola, questa tensione diventa teatro vivo. La fragilità di un uomo si presenta davanti all’autorità che può accogliere o respingere la sua visione.
È lo scontro tra l’Uomo e il potere che lo sovrasta, tra chi vede «corto» e chi «vede avanti». Tra chi misura ciò che esiste e chi intravede ciò che potrebbe nascere.
E poi Francesco pronuncia quella frase:
«Io non vedo la morte del mondo, ma la sua malattia».
In quelle parole c’è tutta la sua ostinata speranza. Se il mondo è malato, possiamo ancora prendercene cura. Possiamo avvicinarci alle sue ferite, assumerne il peso, provare a guarirle.
Ogni volta, sulla scena, Francesco ci parla con una vicinanza che ci sorprende. Il suo Cantico delle creature accompagna lo spettatore all’inizio e lo lascia sbigottito alla fine: le parole ascoltate hanno attraversato il conflitto, la sofferenza, la gioia, e tornano a noi con una profondità nuova.
È un testo che portiamo in scena sempre con gioia. Perché ogni volta ci restituisce qualcosa della grandezza di Francesco.
E ogni volta ci chiede quanto siamo ancora disposti a credere nelle possibilità del mondo.
Ottocento anni dopo, ascoltiamo ancora la sua voce.
E quel fuoco continua ad ardere.
In noi, e in chi lo ascolta, in chi partecipa, in chi vuole disperatamente "vedere avanti", e gioiosamente abbracciare la santa follia di Francesco.