Ager Teuranus

Ager Teuranus Storia, cultura e tradizioni tra Ionio e Tirreno

Vincenzo De Filippis, il volto svelato.Capita spesso che quando si fanno ricerche di archivio, tra tomi ingialliti e car...
05/12/2025

Vincenzo De Filippis, il volto svelato.

Capita spesso che quando si fanno ricerche di archivio, tra tomi ingialliti e cartelle impolverate, salti fuori qualche documento importante che ti ripaga delle lunghe ore dedicate alla ricerca.
E’ il caso di un ritratto di Vincenzo De Filippis, figura di primo piano, anche se meno nota della Repubblica Napoletana del 1799.

Vincenzo De Filippis nasce a Tiriolo il 4 aprile del 1749 da famiglia benestante. Inizia i suoi studi a Catanzaro e successivamente a Napoli, dove frequenta corsi di diritto, e Bologna dove acquisisce competenze in materie scientifiche e filosofiche.
Nel 1776 rientra a Tiriolo e lavora come amministratore alle dipendenze del principe Cigala.
Nel 1787 accetta la cattedra di insegnante di matematica nelle Regie Scuole di Catanzaro.
Ben presto si ritrova a condividere gli ideali di un gruppo di intellettuali che vedevano la Repubblica come un'opportunità per modernizzare il Regno di Napoli attraverso le leggi, l'istruzione e la riforma dell'apparato statale.
Nel 1799, costituita la Repubblica Partenopea si reca a Napoli. dove, nel governo provvisorio, assume l’incarico di Ministro dell’Interno, con il compito dell'amministrazione civile del territorio, dell'ordine pubblico, della sanità, dell'istruzione e della divulgazione degli ideali repubblicani nelle province.
La reazione borbonica non si fa attendere, e dalla Calabria, con a capo il cardinale Fabrizio Ruffo, parte un’armata controrivoluzionaria, l’Esercito della Santa Fede, che in poco tempo riconquista il Regno.
La repubblica viene dichiarata decaduta l'8 luglio dal re Ferdinando IV di Borbone.
La Repubblica Napoletana durò solo sei mesi, ma in questo breve lasso di tempo varò riforme radicali come l’abolizione dei privilegi feudali, la proclamazione della libertà di stampa, la soppressione della tassa sul macinato e il tentativo di modernizzare lo Stato.
Nonostante il fallimento rimase un mito fondativo ed un esempio a cui si ispirò il Risorgimento italiano.
Come tutti i principali protagonisti della Repubblica, De Filippis fu arrestato dopo la caduta della città (giugno 1799) e imprigionato nel famigerato carcere della Vicaria.
Fu condannato a morte e giustiziato a Napoli in Piazza Mercato il 28 novembre 1799.
Dopo il suo arresto, la sua casa di Tiriolo fu saccheggiata dai sanfedisti e le sue opere distrutte e disperse.

Fino ad oggi della figura di Vincenzo de Filippis circolava una riproduzione in bianco e nero non molto definita, copia di un dipinto ad olio di proprietà degli eredi, e pubblicato nel bel volume illustrato “La Rivoluzione Napoletana del 1799” edito in occasione del primo centenario della Repubblica Napoletana.
Il nuovo ritratto realizzato con la tecnica ad incisione calcografica, con tratteggio in chiaro scuro e con linee sottili e ben definite, ci restituisce nuovi dettagli sulla figura e personalità di De Filippis.
In particolare risalta la pettinatura dei capelli a “coda di cavallo” legati con un nastrino di seta. Un’acconciatura molto in voga nella seconda metà del 700 tra gli aristocratici del periodo, espressione oltre che di eleganza e status sociale, anche di ideali politici.

Il ritratto è stato lo spunto per realizzare, con un paziente lavoro di fotoritocco, una riproduzione acquarellata a colori, nello stile dei ritratti dell’epoca, utilizzata dagli artisti del “Grand Tour”.
Il risultato finale, credo sia molto realistico, e restituisce il volto dimenticato di un uomo che ha immolato la vita per gli ideali di libertà.

© Domenico Critelli

05/12/2025
CORAJISIMA – La tradizione delle bambole quaresimali(E’ vattinde tu, puorcu cundutu, ca sù venuta io sarda salita,ca mò ...
01/03/2024

CORAJISIMA – La tradizione delle bambole quaresimali

(E’ vattinde tu, puorcu cundutu,
ca sù venuta io sarda salita,
ca mò vi fazzu buonu dijunare,
na minestreddra de pocu sapure,
la sira ccu na sarda ha de passare,
ma pue nun mi chijamati donna ingrata,
ca nd’aviti pue sozizza e supressate).

Vai via tu (Carnevale), maiale imbrattato di olio,
che ora sono venuta io sarda salata,
adesso vi faccio bene digiunare,
una minestrina insipida,
e la sera con un’acciuga deve passare,
però poi non mi chiamate donna ingrata,
perché conservate per il dopo salsicce e soppressate.

Così recita un brano della tradizionale “Farsa di Carnevale” che si tramanda a Tiriolo da molte generazioni, e che vede contrapposti, in un’accesa discussione familiare piena di astio, “Carnelevare” (l’abbondanza) e la moglie “Corajisima” (l’astinenza).
L’opera, molto popolare nelle comunità meridionali, viene interpretata da attori locali improvvisati, e recitata in forma dialettale, con linguaggio molto ironico e a tratti licenzioso.
Come da copione Carnevale muore per eccesso alimentare e dopo il rito crematorio cede il passo all’austerità e privazioni della Quaresima.

La Quaresima, che inizia subito dopo i fasti martedì grasso, dura quaranta giorni, e fino ad un recente passato, era vissuta dai nostri avi con profonda devozione. Essa era caratterizzata dal digiuno e spesso da riti penitenziali intesi come esercizi di purificazione spirituale in previsione della Pasqua.

Nella tradizione locale la Quaresima era annunciata il mercoledì delle ceneri da un personaggio smagrito, vestito con il costume scuro della pacchiana e munito di fuso, canocchia e “xilindente” (copricapo tipico utilizzato per il lutto), che scorrazzava cantando nelle strade. Nel contempo apparivano in molte case, penzolanti dalle finestre o dai balconi le CORAJISIME.

Si trattava di pupazzi realizzati per lo più con materiali di uso comune. Per dar corpo alla figura si utilizzava un fascio di steli di grano (conservato dalla mietitura dell’anno precedente), i quali opportunamente piegati formavano corpo testa e braccia sulla quale si cuciva il vestito con stoffe di riutilizzo. Il risultato finale era un fantoccio che riproduceva una vecchia, vestita con l’abito tradizionale scuro (associato al lutto per la morte di Carnevale), e recante in mano un fuso e una canocchia nell’intento di filare.
All’estremità inferiore veniva legato un arancio, o una patata, in cui erano conficcate sette penne di gallina.

La finalità era quella di scandire le settimane di rinuncia, sfilando una penna ogni domenica, fino all’arrivo della Pasqua, allorchè completata la loro funzione venivano bruciate come rito propiziatorio.

Le CORAJISIME erano diffuse in quasi tutte le comunità della Calabria, del sud Italia e in molti paesi del Mediterraneo. Queste si differenziavano generalmente per il nome, l’abbigliamento e gli accessori aggiuntivi. Ad esempio, nei paesi delle comunità arberesk della Calabria la Kreshmë (Quaresima) è vestita con i ricchi e variopinti costumi tradizionali. La variante greca, si chiama Kyra Sarakostì (Signora Quaresima) ed è rappresentata da una bambola senza bocca (per rispettare il digiuno) e sette gambe. Anche in Spagna la Vieja Cuaresmera (Vecchia Quaresima) è rappresentata con sette gambe. La funzione rimane uguale, solo che invece delle penne ogni settimana si taglia una gamba.

Si è molto discusso in ambito accademico sulla funzione delle bambole quaresimali, e molti studiosi sono concordi, almeno per i fantocci calabresi, a definirli reminiscenze di antichi riti agresti della Magna Grecia. Culti rituali propiziatori legati alla primavera, al risveglio della natura e alla fecondità della terra.
In particolare il fatto che le bambole siano appese all’esterno e lasciate libere di oscillare al vento, riporta una connessione diretta con la celebrazione greca delle Antesterie in onore di Dyoniso (Bacco), e In particolare con la festa dell’Aiora (altalena), dove si usava appendevano ai rami dei pini pupazzetti o simulacri in terracotta come dono votivo.
Analogamente per i romani, nella ricorrenza dei Liberalia, era consuetudine per i ragazzi appendere agli alberi come offerta dei piccoli dischi di terracotta (oscillum), o piccole sculture legate alla cerchia dionisiaca.
Anche a Roma come in Grecia le feste erano scandite da abbondanti bevute di vino e grandi falli portati in processione.

Dopo un lungo periodo di oblio negli ultimi anni è ritornato un certo interesse per questa tradizione, e non è difficile scorgere bambole quaresimali penzolare da qualche balcone. Certo la funzione di calendario per scandire il digiuno non è più in linea con il passato ma il fascino di questo fantoccio rimane intatto.
Bentornata CORAJISIMA.

© Domenico Critelli – Tommaso Leone

Oggi vi porto alla scoperta di una straordinaria scoperta archeologica legata alla preistoria e più precisamente al peri...
29/07/2023

Oggi vi porto alla scoperta di una straordinaria scoperta archeologica legata alla preistoria e più precisamente al periodo del Paleolitico, che ci riporta indietro fino alle origini dell'umanità e di comprendere meglio le nostre radici.

Prima di addentrarci nel racconto, al fine di inquadrare al meglio gli avvenimenti, credo sia doveroso fornire una piccola sintesi del periodo storico interessato.

IL PLEISTOCENE è un'epoca geologica che si estende da circa 2,6 milioni di anni fa fino a circa 11.700 anni fa (periodo dell’ultima glaciazione), che ha segnato in maniera rilevante la storia della Terra. In questo lasso di tempo, si sono alternati periodi di glaciazioni e riscaldamenti, che hanno avuto un impatto significativo sull'ambiente.

Nel PLEISTOCENE, il clima globale era generalmente più freddo rispetto all'attuale, con periodi di avanzamento dei ghiacciai su vaste aree del pianeta. Ciò ha consentito l’abbassamento dei mari e l’emersione di ponti di terra, permettendo la migrazione delle specie tra i continenti.

Durante questo periodo avvengono grandi trasformazioni a livello geologico anche per la nostra regione.
Con l’apertura del bacino mediterraneo la CALABRIA si separa dalla Sardegna collocandosi nella posizione attuale, modellando il suo territorio in relazione alle varie fasi glaciali.

il PLEISTOCENE rappresenta anche un periodo di profonda metamorfosi per gli esseri umani che iniziano il lento processo evolutivo, sviluppando abilità tecniche e sociali che li vedrà trasformarsi da AUSTRALOPITECHI (scimmie del sud) ad HOMO SAPIENS. Questa fase viene definita PALEOLITICO, nota anche come Età della Pietra Antica. Si tratta di un'epoca preistorica che copre un periodo estremamente lungo (circa 2,6 milioni di anni), che termina 10.000 anni fa con l’inizio dell’era NEOLITICA.

Durante il PALEOLITICO, gli esseri umani erano essenzialmente cacciatori-raccoglitori nomadi, che dipendevano dalla caccia di animali selvatici e dalla raccolta di frutta e vegetali che trovavano disponibili in natura. Questo stile di vita nomade era determinato dalla necessità di seguire le mandrie di animali migratori e di trovare fonti di cibo stagionale.
Gli strumenti in pietra sono la caratteristica principale della cultura materiale di questo periodo. Gli utensili erano semplici e rudimentali, realizzati tramite la scheggiatura della pietra al fine di ottenere bordi affilati per poter tagliare e raschiare la carne e le pelli degli animali.

Ma quali animali si caciavano in CALABRIA durante il PAEOLITICO? Sembra incredibile ai giorni nostri ma i resti fossili recuperati attestano la presenza di Uri, Bisonti, Rinoceronti, Ippopotami, Bufali, Elefanti, Orsi e Mammut, solo per fare qualche esempio.

CASELLA DI MAIDA
MAIDA è un piccolo centro ubicato sulla dorsale dell’istmo di Catanzaro che si affaccia sulla Piana di Lamezia Terme. Il suo territorio, a forte vocazione agricola, è costellato da una serie di terrazzi marini che si sono formati durante il PLEISTOCENE. La nostra storia inizia Lungo queste contrade, in località CASELLA con un protagonista d’eccezione, DARIO LEONE.

DARIO è un uomo colto, con una spiccata passione per la storia. E’ tale è la dedizione per la conoscenza che lo porta a studiare archeologia da autodidatta, e quando si reca nel fondo di famiglia a CASELLA, non sfuggono ai suoi occhi le antiche testimonianze del passato che gli aratri dei contadini portano in superfice.

Intuisce che il sito conserva importanti testimonianza di un passato remoto fino ad allora poco conosciuto in CALABRIA, e negli anni a cavallo tra il 1950 e il 1960 inizia una ricerca sistematica sul territorio. Nel 1973 porta alla notorietà il sito pubblicando sulla rivista Magna Graecia le sue ricerche dal titolo “CASELLA, INDIVIDUATA IN CALABRIA UNA STAZIONE PREISTORICA ALL’APERTO”, mettendo in luce la presenza umana sul quel territorio fin dal PALEOLITICO INFERIORE.

DARIO, mette a disposizione gli oggetti litici da lui trovati ad un giovane studioso lametino di archeologia, ANTONIO MILANO, per la sua tesi di laurea su CASELLA DI MAIDA.

Il clamore suscitato negli ambienti accademici è enorme e nel biennio 1980 / 1981 L’università di Siena guidata da PAOLO GAMBASSINI, coadiuvato da ANTONIO MILANO esegue una campagna di scavo archeologico a CASELLA.

I risultati dello scavo si rivelano straordinari. L’area interessata, per quantità e tipologia di oggetti trovati, si rivela essere una stazione di sosta sulla quale una comunità organizzata si dedicava alla caccia degli animali stanziali e migratori. Il sito restituì oltre 400 strumenti litici di cui circa la metà consistenti in CHOPPERS, ovvero i primi utensili in pietra modellati dall’uomo, consistenti in ciottoli scheggiati su un lato (monofacciali).

Lo studio e le analisi dei materiali datarono la frequentazione del sito di CASELLA DI MAIDA tra i più antichi in assoluto in CALABRIA, ovvero tra i 700.000 e i 500.000 anni fa.

Purtroppo non sappiamo quale genere di HOMO frequentava le nostre contrade in quanto lo scavo non ha restituito resti ossei su cui dare risposte. E’ certo che In quel lontano passato, in quel lasso temporale, nel nostro continente coesistevano almeno tre generi di ominidi. HOMO ERECTUS, HOMO HEIDELBERGENSIS, e HOMO NEANDERTHALENSIS, successivamente tutti estinti.

Ci auguriamo che in futuro possano riprendere le ricerche e dare anche la risposta a questo tassello mancante.

Grazie a DARIO LEONE, la scoperta della stazione paleolitica di CASELLA DI MAIDA è stato un importante passo avanti nella comprensione del nostro passato remoto. Lo studio dei reperti ha consentito agli archeologici di esplorare le origini della nostra specie e di gettare nuova luce sulla conoscenza culturale e tecnologica che ha plasmato la nostra storia attraverso quel lento processo evolutivo che da AUSTRALOPITECHI ci ha portati a diventare SAPIENS.

( © Domenico Critelli )

SENTIERO ITALIA.  TAPPA TIRIOLO – SANTUARIO MADONNA DI PORTO"Sentiero Italia" consiste in un percorso escursionistico ch...
29/07/2023

SENTIERO ITALIA. TAPPA TIRIOLO – SANTUARIO MADONNA DI PORTO

"Sentiero Italia" consiste in un percorso escursionistico che attraversa tutta l’Italia. E’stato promosso dal Club Alpino Italiano (CAI) nel 1984, e collega lungo la dorsale alpina e appenninica, tutte le regioni, isole comprese.

“Sentiero Italia” si estende per oltre 7.000 chilometri ed è diviso in circa 500 tappe, che possono essere percorse sia in senso orario che antiorario, a seconda delle preferenze degli escursionisti.
Il progetto si propone l’obiettivo di incoraggiare la pratica dell'escursionismo e del trekking, entrare in contatto con la natura e apprezzare la bellezza dei luoghi più remoti, nonché la scoperta del patrimonio naturale e culturale italiano nella diversità geografica e ambientale.

Ho provato la tappa che interessa il nostro territorio (SI U14) TIRIOLO – SANTUARIO MADONNA DI PORTO, che si snoda per una lunghezza di circa 10 chilometri.

L’itinerario è Identificato con la sigla di difficolta escursionistica T (Turistico), e viene presentato senza particolari difficoltà di percorrenza o orientamento, adatto anche ai camminatori occasionali non abituati allo sforzo fisico.

Si parte da Piazza 4 novembre, alle falde del Monte Tiriolo e ci si incammina lungo la strada che conduce alla vetta. il percorso è tracciato e segnalato dal CAI con le caratteristiche bandierine rosso-bianco, dipinte sulle rocce o sui tronchi degli alberi.
Questo primo tratto è molto piacevole da percorrere, e l’attenzione viene catturata dalle diverse specie floro-faunistiche che si incontrano lungo la strada. A me è capitato di essere accompagnato per un breve tratto da uno scoiattolo che saltellava sui rami degli alberi. Raggiunta la cima ci si ferma ad ammirare il maestoso panorama che si apre sul paese di Tiriolo e sulla vista dei mari Jonio e Tirreno.

Si prosegue lungo il versante nord, e qui l’escursione si fa più tecnica. Non esistono strade o sentieri tracciati, ma si segue il crinale roccioso, delimitato ai lati da pareti ripide e scoscese. Arrivati al limite estremo le difficoltà aumentano. Bisogna discendere lungo la parete occidentale del Monte Tiriolo fino ad una cava dismessa sottostante. Il terreno è fortemente disconnesso, caratterizzato da un pendio molto pronunciato dove è facile scivolare. Ci si aiuta a frenare la discesa aggrappandosi a rocce e arbusti. Qui la segnaletica è difficile a vedersi, anche perché coperta dalla vegetazione, la quale, soprattutto durante il periodo estivo cresce rigogliosa, quindi ci si affida all’istinto per individuare il tratturo migliore.

Per affrontare questo tratto in sicurezza è consigliato avere ai piedi scarponcini da trekking, altamente sconsigliato l’utilizzo di scarpe da Jogging con suola liscia.

Arrivati in basso il percorso prosegue agevolmente. Siamo al displuvio che separa il Monte Tiriolo dal monte Farinella, e ci si incammina lungo una comoda strada sterrata, conosciuta anche come Via dei Francesi, che si snoda lungo la dorsale in direzione Nord. Il percorso costeggia boschi di pini e castagni e si apre a squarci panoramici sulle valli sottostanti.

La salita ci accompagna fino alla località Pasqualazzo dove inizia la discesa verso l’alveo del fiume Corace.

Dopo circa quattro ore di cammino dalla partenza sono in vista Del Santuario di Madonna di Porto. L’ambiente è bucolico. L’edificio sacro, costruito lungo le sponde del fiume emana un senso di serenità.
Le panchine disposte lungo l’argine del fiume invitano al meritato riposo.

( © Domenico Critelli )

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Catanzaro

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