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2LAB Culture Contemporanee

2LAB culture contemporanee è un progetto dedicato alla curatela di esibizioni, residenze artistiche ed eventi culturali che esplorano e valorizzano le sfaccettature più profonde della fotografia contemporanea e del design. La peculiarità del progetto risiede nella capacità di affrontare tematiche complesse e rilevanti con un approccio che combina rigore scientifico e sensibilità artistica, evitan

do generalizzazioni e superficialità. Esso è il risultato di un processo di ricerca approfondito e di una selezione accurata, rivolta non solo alla qualità estetica delle opere, ma anche al loro potenziale narrativo e documentaristico.

Da quest’anno ampliamo il nostro orizzonte, integrando il design come elemento fondamentale della proposta culturale. Questa evoluzione segna un passo significativo nell’approccio multidisciplinare.

Collaboreremo con artisti affermati e talenti emergenti, creando un dialogo tra diverse generazioni e sensibilità artistiche. Questa apertura e inclusività permettono di costruire un panorama culturale ricco e diversificato, in grado di rispondere alle sfide del nostro tempo con creatività e innovazione.

Esce per Aperture Josef Koudelka: Diaries. Il libro attinge ai sessantanove taccuini che Koudelka hascritto in più di ci...
27/08/2026

Esce per Aperture Josef Koudelka: Diaries. Il libro attinge ai sessantanove taccuini che Koudelka ha
scritto in più di cinquant’anni di strada: pagine riprodotte in facsimile, immagini, autoritratti. È il
rovescio privato di chi ha firmato Gypsies, Invasion 68 ed Exiles.
La sua storia sta tutta in un gesto. Nel 1968 fotografa i carri armati sovietici a Praga, poi lascia il paese e per anni firma quelle immagini con una sigla anonima, per proteggere la famiglia rimasta a casa. Da lì diventa apolide per scelta, dorme dove capita, sposta di continuo la propria vita dentro un sacco a pelo. Il taccuino è il suo unico indirizzo fisso.
Ecco perché il libro conta. Racconta la parte che di solito non si vede: la disciplina quotidiana che
sta sotto le fotografie famose. Annotare, contare i giorni, tenere insieme una vita fatta di partenze.
Per noi di 2:lab è la conferma di una cosa semplice, che l’archivio di un autore vale quanto le sue stampe, e che una fotografia forte nasce quasi sempre da un lavoro ostinato e invisibile.
Il libro dialoga con la grande retrospettiva in corso alla Photo Elysée di Losanna, la prima in Svizzera dal 1977. Due modi di leggere lo stesso autore: le opere sul muro, e le mani che le hanno preparate.

© Josef Koudelka / Magnum Photos, courtesy Aperture

Luis Cobelo fotografa quello che non c’è e lo chiama vero.Venezuelano, classe 1970, filosofo prima che fotografo. Dopo a...
24/08/2026

Luis Cobelo fotografa quello che non c’è e lo chiama vero.
Venezuelano, classe 1970, filosofo prima che fotografo. Dopo anni di fotogiornalismo cambia strada e si mette a costruire storie.
In “Zurumbático” parte da García Márquez e cerca Macondo tra persone e posti reali del Sud America.
In “Chas Chas” si perde in un quartiere-labirinto di Buenos Aires.
In “Te amo” prende la fotonovela messicana e la usa per raccontare il machismo, con ironia e un po’ di veleno.
Poi si inventa Pilar, la sorella mai nata: le costruisce una stanza e la interpreta lui stesso.
Nel 2021 fonda La Chancleta Voladora, per far girare i fotolibri degli autori latinoamericani che le grandi fiere non guardano.
A Enna con noi non è venuto solo a scattare. È venuto a insegnare a guardare la Settimana Santa.

© Luis Cobelo, courtesy 2LAB / duelab.org

Laia Abril (Barcellona, 1986) è un’artista che lavora con fotografia, testo, video e suono. Studia giornalismo, poi foto...
21/08/2026

Laia Abril (Barcellona, 1986) è un’artista che lavora con fotografia, testo, video e suono. Studia giornalismo, poi fotografia all’ICP di New York; per cinque anni è photo editor a COLORS, la rivista di Fabrica. Da lì un metodo che è il suo marchio: progetti-inchiesta di lungo respiro, costruiti con archivi, testimonianze e oggetti, che vivono insieme come libro, mostra e installazione.
Dal 2016 lavora al ciclo “A History of Misogyny”, On Abortion, On R**e, On Mass Hysteria.
Premio Nazionale di Fotografia spagnolo nel 2023.
“On Abortion” raccoglie più di cinquanta storie da tutto il mondo: non un reportage, ma una mappa concettuale di cosa succede quando manca l’accesso all’aborto legale e sicuro.
Abril sceglie il bianco e nero “per rendere il lavoro duro senza immagini ovvie”. Mette in studio, con luce da referto, gli oggetti della clandestinità: un kit di strumenti illegali, un mucchio aggrovigliato di grucce, una sedia operatoria. Accanto, ritratti in bianco e nero e testimonianze secche, “Magdalena, 32”, Polonia, e reperti come “Hippocratic Betrayal”, le manette appese alla sponda di un letto d’ospedale (una diciannovenne di San Paolo, ricoverata dopo aver preso pillole abortive e poi trattata come una criminale).
Togliendo il sangue e lo choc, Abril ci obbliga a vedere la struttura, non il singolo dramma, le leggi, gli stigmi, i silenzi che quel dramma lo producono. Un dato regge tutto il libro: ogni anno nel mondo circa 47.000 donne muoiono per aborti clandestini. Qui la fotografia non “cattura” la realtà, la interroga: l’immagine è prova, l’oggetto è documento, il testo è atto d’accusa. Ed è per questo che nasce prima di tutto come libro: il photobook è il luogo dove una foto smette di illustrare e comincia a fare inchiesta.

© Laia Abril - 2016 – On Abortion

Jarrow, 1976. Un ragazzo sta rannicchiato sopra un muretto di mattoni, il corpo piegato su se stesso,la testa bassa. Die...
19/08/2026

Jarrow, 1976. Un ragazzo sta rannicchiato sopra un muretto di mattoni, il corpo piegato su se stesso,
la testa bassa. Dietro di lui non c’è niente da guardare: terra smossa, case, il grigio del Nord-Est inglese mentre l’industria che teneva in piedi questi posti inizia a spegnersi.
Killip fa la foto su lastra grande, con calma. Non ruba l’istante: è lì, il ragazzo lo sa, e resta com’è.
La posa è quella di chi si difende dal freddo, o dal mondo. Il muro non lo regge, lo espone: sta in bilico su una linea, come tutto intorno a lui. Non c’è retorica della povertà, non c’è pietà. C’è un corpo giovane messo all’angolo dalla Storia, quella con la S maiuscola, che decide di un’intera regione senza chiedere permesso, e uno sguardo che si rifiuta di ridurlo a simbolo.
Chris Killip non fotografava le comunità operaie, ci viveva dentro per anni, tornava, regalava le stampe alle persone ritratte. Per questo l’immagine non ti compatisce e non ti assolve: ti mette davanti a qualcuno.
È qui che la fotografia diventa un atto di presenza — e la stampa, il libro, l’archivio il modo di non lasciarlo scomparire.

© Chris Killip - “Youth on a wall, Jarrow, Tyneside, 1976” - courtesy Magnum Photos

C’è una parola che non appartiene ad Antoine d’Agata (Antoine d'Agata) : distanza. Nato a Marsiglia nel 1961, lascia la ...
18/08/2026

C’è una parola che non appartiene ad Antoine d’Agata (Antoine d'Agata) : distanza. Nato a Marsiglia nel 1961, lascia la Francia a vent’anni e finisce a New York, all’International Center of Photography, negli anni in cui insegnano Nan Goldin e Larry Clark. Da loro prende un’idea semplice e vertiginosa: la fotografia non si osserva, si vive. Da allora non ha più smesso di essere dentro le proprie immagini, la notte, i corpi, il desiderio, il margine, rifiutando la posizione comoda di chi guarda gli altri da fuori. Entra in Magnum nel 2004, ma resta un corpo estraneo anche lì: dove il reportage cerca la prova, lui cerca l’esperienza.

Nel 2024 il Centre Pompidou gli affida una stanza, la 21bis, per cinque mesi. Non una mostra soltanto: uno studio dove rileggere e riordinare trent’anni di archivio. Ne nasce Méthode (2025), cofanetto autoprodotto di tre volumi, Axiomes, Dispositifs, Équations, 960 pagine in un formato minuscolo, quasi tascabile. Qui d’Agata gira lo sguardo dal corpo individuale al corpo collettivo: la violenza fabbricata dai poteri, autoritarismo, paura come strumento, brutalità organizzata, letta attraverso schiavitù, colonialismo, capitalismo, guerre e genocidi.
Méthode prende il metodo immersivo di sempre e lo applica alla Storia. L’archivio non è più memoria da custodire ma materia viva da interrogare: chi ha prodotto queste immagini, chi ne è responsabile, e noi che le guardiamo dove collochiamo? Un libro piccolo che pesa come un atto d’accusa. In tempi in cui la fotografia scivola verso la superficie levigata, d’Agata ricorda che un’immagine può ancora essere un rischio, per chi la fa e per chi la guarda.

© Antoine d’Agata / Magnum Photos

Nel 1827, da una finestra della sua casa a Saint-Loup-de-Varennes, Nicéphore Niépce fissò Point devue du Gras: la prima ...
17/08/2026

Nel 1827, da una finestra della sua casa a Saint-Loup-de-Varennes, Nicéphore Niépce fissò Point de
vue du Gras: la prima fotografia sopravvissuta al mondo. Duecento anni dopo, per il bicentenario,
Magnum e la scuola Spéos hanno invitato Gregory Halpern a lavorare dentro quelle stesse stanze. È
il quarto artista ad entrarci, dopo Paolo Roversi, Daido Moriyama e Janine Niépce.
Americano di Buffalo, oggi a Rochester, membro effettivo di Magnum, Guggenheim Fellow, otto
monografie. Con ZZYZX (MACK, 2016) - attraversamento del deserto e di Los Angeles fino al
Pacifico - ha vinto il Paris Photo-Aperture Photobook of the Year, imponendo il suo “sur/realismo documentario”: partire dal reale e lasciarlo scivolare nel sogno, tenendo insieme paesaggio e memoria e racconto collettivo.
Ha passato giorni a quella finestra della Maison Niépce a Saint-Loup-de-Varennes, in Borgogna,
immaginandola come il primo mirino e la casa intera come un’enorme camera oscura primordiale.
«Volevo stare alla finestra di Niépce, riflettere sul desiderio originario di fissare un’immagine, sulla
nascita di un’idea che avrebbe plasmato l’immaginario moderno.» Tornare all’origine qui non è archeologia: è chiedersi di nuovo perché fotografiamo. Frammenti, dettagli, luce, lo sguardo che viene al mondo.

© Gregory Halpern / Magnum Photos

Con “Maestrale” Arianna Arcara (Monza, 1984, co-fondatrice di Cesura) torna in Sardegna, nei luoghi della sua famiglia. ...
14/08/2026

Con “Maestrale” Arianna Arcara (Monza, 1984, co-fondatrice di Cesura) torna in Sardegna, nei
luoghi della sua famiglia.
Non un reportage sull’isola ma un attraversamento fatto di incontri, paesaggi, riti, la Sartiglia, le
maschere, i costumi. Come questo ritratto: una donna in abito tradizionale, le mani strette, gli
amuleti sul petto, lo sguardo che non chiede il permesso di essere guardato.
Il maestrale è la metafora esatta della sua poetica. Arianna Arcara lavora da sempre sui confini,
geografici, umani, culturali, e sulla restanza, su chi resta e cosa eredita. Qui il costume non è folclore: è armatura, memoria indossata, una forma di resistenza. Ciò che il vento non è riuscito a portare via.
C’è una linea che da Tina Modotti arriva a qui: donne che fanno coincidere rigore formale e identità, che scelgono il corpo e gli oggetti come dichiarazione, non come decoro.
E allora la Sardegna dei costumi parla con la Sicilia dei riti, la Settimana Santa di Enna 2026, i confratelli incappucciati, la memoria messa in strada. Due isole, stessa domanda: cosa teniamo, quando tutto spinge ad andarsene. 2:lab abita esattamente questo confine.

© Arianna Arcara - dal progetto “Maestrale” (2025-), courtesy Cesura

Laura Pannack (Londra, 1985) è tra le voci più limpide del ritratto e del documentario britannico: formata alla Central ...
13/08/2026

Laura Pannack (Londra, 1985) è tra le voci più limpide del ritratto e del documentario britannico: formata alla Central Saint Martins, un World Press Photo alle spalle, costruisce progetti lunghi anni, fondati su «tempo, fiducia, comprensione». In The Journey Home from School lavora con i ragazzi di quattro programmi giovanili nelle Cape Flats, in Sudafrica. Niente sguardo calato dall’alto: durante i laboratori si fotografano a vicenda - analogico, disegno, collage, cyanotipia - e la
fotocamera passa da una mano all’altra.
Perché conta: il ritorno da scuola, altrove nostalgico, qui è uno spazio sospeso dove si imparano amicizia e indipendenza, ma dove «non puoi attraversare la strada, ti sparerebbero». Pannack sceglie il lo-fi, l’imperfezione, il punto di vista multiplo: l’immagine smette di essere sua e diventa di tutti. La fotografia come lingua condivisa, non come ritratto.

«Un calcio, un urlo, un lancio, la fermata dell’autobus è un parco giochi. Sorrisi storti, moine,
sfottò: amicizie bellissime.»

© Laura Pannack - The Journey Home from School

Colin Pantall (Colin Pantall) vive a Bath, in Inghilterra. Tra il 2005 e il 2017 ha fotografato la figlia Isabel che cre...
12/08/2026

Colin Pantall (Colin Pantall) vive a Bath, in Inghilterra. Tra il 2005 e il 2017 ha fotografato la figlia Isabel che cresceva dentro e intorno a casa: ne è nato «All Quiet on the Home Front», la casa come fronte quieto dove si diventa figli e si diventa genitori. «È la storia del diventare bambina e del diventare padre. È un autoritratto», dice lui.
Ma Colin Pantall conta anche per un’altra ragione, quella che a 2:lab sta più a cuore: è un lettore di
libri fotografici. Ha scritto per le testate che contano, tiene da anni una rubrica sul fotolibro autoprodotto su Source Magazine, insegna alla Falmouth Photography MA, ha diretto Photobook Bristol e affiancato Gazebook, il festival del fotolibro in Sicilia. È la figura rara che fa e pensa insieme: scatta le proprie immagini e costruisce lo sguardo con cui leggiamo quelle degli altri.
Ed è proprio qui che il suo passaggio da noi ha lasciato il segno. Accanto alla mostra — allestita da2:lab, con la casa e il paesaggio a intrecciarsi ai temi della paternità e dell’invecchiare, del sentirsi necessari e superflui insieme, Pantall ha tenuto a 2:labn workshop su scrittura e fotografia. Il suo terreno: aiutare chi fotografa a trovare le parole per le proprie immagini, perché un progetto (e un libro) sta in piedi tanto per come si vede quanto per come si racconta. Testo e immagine come un’unica costruzione. Averlo avuto qui, con la mostra e con il laboratorio, non è stato un vezzo: è esattamente il dialogo - autore, libro, scrittura, comunità - che vogliamo tenere vivo.
Colin Pantall è fotografo, scrittore ed educatore. Il suo lavoro guarda quasi sempre allo stesso raggio corto: la propria casa, lo spazio domestico, le storie di famiglia — e come queste si intreccino con le storie collettive, visive e politiche. Oltre a «All Quiet on the Home Front» (2017) ci sono «Sofa Portraits» (2022), ritratti della figlia trasformata dalla televisione; «My German Family
Album»; e «Brexit Pictures» (2020), dove il privato si fa termometro di un Paese. Nel 2022 il Kunstmuseum Den Haag ha acquisito la sua «My Parents in Woolley».

© Colin Pantall — «All Quiet on the Home Front» - 2005-2017

Indirizzo

Via Porta Di Ferro, 36/38
Catania
95131

Orario di apertura

Martedì 17:00 - 20:00
Mercoledì 17:00 - 20:00
Giovedì 17:00 - 20:00
Venerdì 17:00 - 20:00
Sabato e domenica su prenotazione

Telefono

+393482560421

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