02/01/2026
Il braciere ardente
Un oggetto in scena, a volte, non è solo un oggetto in scena.
Fa parte della scena, della scenografia, del respiro stesso dello spettacolo.
A volte perde la sua natura fisica e diventa altro:
un compagno, un alleato, un amico silenzioso.
Il braciere ardente è con il Teatro del Ramino fin dall’inizio, dai primi spettacoli.
Quasi trent’anni di palcoscenico.
Pagato in lire, quando l’arte si comprava con monete che oggi sembrano già memoria.
Non è antico, non è vecchio.
È semplicemente lì. Funziona. Resiste.
Non viene trattato con particolare riguardo.
E porta addosso le cicatrici del tempo.
Come gli attori, anche lui le mostra con orgoglio.
Le cicatrici sono quelle che fanno crescere.
Quelle che fanno male, ma poi restano a ricordarti che questo è un teatro fisico, viscerale.
Un teatro dove si può versare sangue.
Dove ci si può scottare.
Dove le pomate per le bruciature stanno accanto ai trucchi, sullo stesso tavolo.
Ed è normale così.
Il braciere, da buon attore, non esce mai dal personaggio.
Rimane lì, al centro — ma non troppo —
fiero di fiammeggiare, orgoglioso del suo ardente essere presente,
pronto a lasciarsi guardare.
Pronto ad accendere ogni spada.
Pronto ad accendere ogni fiamma, ogni fuoco.
Fedele e affidabile come un vecchio amico.
Sta lì.
Affidabile.
Fiero.
E quando tutto è finito, quando gli attori sono usciti di scena
e il pubblico ha lasciato le gradinate,
lui resta.
Fa il suo dovere fino in fondo.
Mostra le sue fiamme verso il cielo, incurante del silenzio che arriva dopo.
E pensare che era nato solo come un modo più semplice per accendere le spade.
Nel frattempo, tanti attori sono passati.
Tanti sono tornati alla vita normale.
Lui no.
Sempre pronto a uscire dal suo sacco
e a prendersi la sua parte di scena,
la sua piccola quota di fama.
Oggi, questo articolo è solo per lui.
Perché anche gli oggetti, a teatro,
quando resistono così a lungo,
diventano memoria viva.