25/11/2015
Del sopravviversi, d'un sopravvissuto - introduzione a "Un sopravvissuto", di Emilio Costa.
Quando mi ricapitano sott'occhio le immagini di "U.S.A '94", dove un'infermierina ignara prende per la mano il calcio e lo porta via dal calcio ( abbastanza simile, se ci si ferma un attimo, al momento in cui dei centurioni romani inchiodano alla croce un profeta ), mi tocca sempre il petto e mi s'abbatte sulle spalle, una fuliggine pesante, di quelle d'una sagrestia d'una chiesa chiusa da decenni, abbandonata, forse ( quasi sicuramente ) sconsacrata.
È, come dire, un senso di naufragio: o, più precisamente, una sensazione successiva ( forse appena successiva ) al naufragio. Sebbene il naufragio in sé, possa essere avvertito come sventura - oppure no, non ci interessa discorrerne - c'è qualcosa di più terrificante: il dopo. Il dopo la fine. Scriverne ora - perdonerai Emilio, l'entrata a gamba tesa di un'attualità - dopo gli eventi di Parigi ( come il giorno dopo l'11 settembre ) sembra quasi banale. La sciagura più grande che poteva accaderci, il '900, il naufragio per eccellenza, s'è abbattuto spietato su tutti noi: cosa significa, di fatti, essere sopravvissuti a tanta furia? Leggendo l'Amleto, mi venne subito l'impressione di essere giunto tardi: sdoganati tutti i marchingegni, ogni riflessione filosofica e letteraria sulla vita, sulla scena, sulla rappresentazione, sul potere. Leggendo Platone, anche. Bisognava nascere per primi, o non nascere mai? Si perdonerà il mio ritornare sempre a casa; Pirandello ha lasciato una voragine ( e ancor più di lui Beckett ) incolmabile nel teatro di rappresentazione: così grande che chiunque, dopo di lui, si è quantomeno imputtanato nel discorso personaggio/attore, finzione/realtà - se non l'ha fatto, ha accettato sin da subito di compiere un passo indietro, tornando alla rappresentazione pura - non riuscendo ad uscirne mai e molto spesso generando una tale confusione, per cui ora non si riesce più a distinguere la rappresentazione, dalla rappresentazione della rappresentazione. Ed io? Venuto a questo mondo, dopo? Quando era già tutto finito? Giunto al ballo con mazzo di fiori e vestito raffinato? Devo tornare a casa? Altro problema: dov'è la mia casa? Uno che è naufragato volontariamente o casualmente nell'oceano postumo dell'umanità già fatta, come può tornare indietro? Mi sono chiesto spesso se fossi su un'isola: ho poi scoperto di essere io un'isola: e come fa un'isola a tornare indietro? Ma poi indietro dove? È stato tutto raso al suolo. Un'isola deserto ( non deserta ), inabitata, probabilmente irraggiungibile - volontariamente - venuta fuori dopo un'eruzione vulcanica. Non appartengo alla storia poiché nessuna nazione sognerebbe d'armarsi per conquistarmi, non sono sulle cartine geografiche, non sono meta turistica: di fatti, non esisto. E come può scrivere, o essere scritto, qualcosa che non esiste? Tracciando rotte impossibili. Rifacendosi ad un'impossibilità che è certezza unica di ogni fenomeno: la vita è impossibile - e perché no, la morte ("si dovrebbe morire per molto meno" )- poiché non ci si sottrae alla macchina, al potere impossibile della vita, che ci impone, infatti, di vivere: e come può vivere, un ca****re? Raccontando: "O si vive, o si racconta". Va da sé, che solo i morti raccontano. D'altronde, chi s'affanna a vivere, come può occuparsi della vita? ( non del quotidiano, ve ne prego, non del quotidiano ) Non si può fare musica con la musica, pittura con la pittura ecc. Ecc.
Quindi, non si può vivere con la vita.
Dato per scontato ( ed è palese ) che questo mondo è morto: che Dio è morto, che il socialismo è morto ed ogni ideologia lo é ( etica-estetica poco importa ), che il capitalismo continua a imputridirsi e la sua carcassa continua a produrre vermi mastodontici, ma questo per ca**tà non diciamolo, non resta che dire che da questa parte ( nell'aldilà intendo ) siamo in pessima compagnia.
Non resta altro, da cadaveri quali orgogliosamente siamo, che mettere alla prova quello che in noi ci supera di gran lunga.
Cristian Izzo.