03/06/2026
KARPÜSELEER, SENZA TITOLO, 1989, vetrocemento frantumato,
installazione
Ancora qualcosa sui Quadri logici (1991)
in “Titolo” n. 7 – inverno 1991
«In un rapporto con l’altro l’intelligibilità
è il saper dire ciò che l’altro tace»
(M. de Serteaux)
L’attenzione teorica che per me si risolse nella intuizione e realizzazione dei primi quadri logici, nel 1983, procedeva da quelle osservazioni intorno alle proiezioni dell’arte concettuale, soprattutto italiana, che ho avuto occasione di studiare ed approfondire prima e durante gli anni trascorsi all’Accademia di Belle Arti di Perugia, all’epoca diretta da Nuvolo,maestro e artista esemplare. Il mio atteggiamento nei confronti dell’arte colta non poteva non essere di tipo analitico, data la natura della ricerca ed avendo io stesso alle spalle un discreto bagaglio di studi scientifici. L’interesse primario era divenuto, così, esclusivo verso la cosiddetta pittura analitica che si tradusse ben presto in quello che oramai considero il mio bisogno più naturale: la creazione o, se si vuole, la realizzazione dell’oggetto indagato. Ciò che venne
stabilito in quel fecondo periodo degli anni ’60 e ’70 e che determinò senza dubbio una nuova configurazione nel campo delle arti visive fu la comparsa di proposizioni e dichiarazioni che accompagnavano e concludevano le opere degli artisti (Paolini, Boetti, Pistoletto, per fare alcuni nomi). Molto spesso l’uso della parola si rivelava determinante e caratterizzava fortemente l’opera, quasi sostituendosi al suo apparire, ingenerando nell’osservatore una richiesta davvero insolita per l’arte: la deduzione ‘logica’ del messaggio artistico, l’opera a decantazione alchemica (per esempio: Giovane che guarda Lorenzo Lotto di G.Paolini). Lo studio che contemporaneamente stavo compiendo sui linguaggi artificiali mi portò, diciamo così, ad ‘intercettare’ questo messaggio che proveniva dai lavori dell’arte concettuale. Si trattava, per me, di affrontare questo viaggio parallelo di osservazione e riproposta.
Così provai a tradurre sulla ‘tela’ ciò che tuttavia era possibile rappresentare in sintesi e graficamente di quelle espressioni. Qui, in particolare, avviene la sostituzione della parola diretta con l’immagine del suo referente più prossimo: il linguaggio binario, alla base dell’utilizzo del computer.
Il quadro logico ha questa intenzione evidente: porre lo spettatore di fronte ad uno scarto di natura logico-visiva che dovrebbe scaturire dal raffronto contemporaneo delle due superfici osservate. A seguito di questa operazione ha luogo lo sdoppiamento del quadro: non una sola superficie viene ad essere considerata; ciascuna vive e si determina in virtù
dell’altra. Come in un dialogo, il primo interlocutore frappone la propria tesi in quella più debole dell’altro.
Questi lavori hanno, ancora, un intento segreto; se consideriamo il destino antropologico di questo tentativo è possibile chiedersi: l’uomo del nostro tempo è in grado di osservare, con il solo ausilio delle proprie acquisizioni culturali, queste superfici e sovrapporle mentalmente, riconoscendone la struttura ed il senso logico? Oppure, molto più semplicemente, questo invito dovrà attendere ulteriori sedimentazioni e conferme, rivelando una sincera scommessa con il futuro?
D’altra parte queste opere sono tuttora abbastanza inedite, nonostante questa intuizione sia stata favorita già da un bel po’. Sono comunque abituato a rincorrere il mio lavoro qua e là, e questo testo ne è la conferma, anche a causa di una fin troppo evidente, odierna, disattenzione verso le attività di pensiero rivolte alle arti visive, dopo i disastri, volontari e non, inflitti da un decennio votato al consenso immediato e non contemplativo della creatività. I quadri logici sottendono, oltretutto, un tentativo come questo: quello di oltrepassare l’apparenza delle cose e cioè, trovandosi di fronte proprio alla immediatezza ed evidenza di questi piani, scoprire a poco a poco, con la forza del pensiero deduttivo, ciò che è invece situato in profondità.
Dopotutto questo fu il grande merito delle straordinarie intuizioni dovute alle avanguardie, non solo pittoriche, del nostro tempo. La recente trasformazione della civiltà industriale ha posto in evidenza il mito della macchina e dei meccanismi, via via sempre più complessi, di cui si sono fatte carico, tra l’altro, molte opere letterarie che hanno dato vita a svariati movimenti artistici: basti pensare a tutto ciò che è stato detto sulle ‘macchine celibi’ da
Raymond Roussel, padre del surrealismo. L’attenzione rivolta ai macchinari ha stimolato la maggior parte delle indagini artistiche di quest’ultimo secolo. Sarà bene ricordare a questo punto le teorie che dettero vita al ‘cubismo’strettamente legate a quella visione frammentata e discontinua propria del mondo
dei meccanismi e di cui si può ipotizzare, infine, una diretta derivazione in quella che oggi è considerata la scienza cibernetica. Il cubismo rappresentava la realtà simulandone le
infinite relazioni e riportando sulla tela, e cioè su una superficie piana, l’idea della percezione di tutti o dei molti piani possibili osservati. Nei quadri logici mi accorsi che era avvenuto qualcosa di simile: mi trovavo di fronte alla rappresentazione, sempre su una superficie piana, del pensiero o, come suggerivo prima,
del suo referente ideografico. Ebbene, io credo legittimo affermare che questa scoperta abbia a che fare un po’ con tutto questo.