18/08/2026
Festival Carpino in Folk 2026, il Sud che pensa, dialoga e suona
“Pensiero Meridiano. Lentezza, dialogo, Mediterraneo”. È stata questa la traccia che ha attraversato l’edizione 2026 di Carpino in Folk, conclusasi dopo cinque giorni, dal 6 al 10 agosto, nel borgo garganico di Carpino (Fg).
Un tema che non è rimasto sullo sfondo come semplice dichiarazione d’intenti, ma ha orientato il programma e dato un significato comune a linguaggi diversi: musica popolare, ricerca, libri, cinema, memoria, danza e incontro tra generazioni e territori.
Il festival ha scelto quest’anno di interrogarsi sul significato stesso dell’essere Sud, partendo da un’idea cara al sociologo barese Franco Cassano: il Mezzogiorno non come periferia da raggiungere, correggere o omologare, ma come luogo dotato di una propria capacità di pensare, elaborare relazioni e guardare al mondo.
Da questa prospettiva, Carpino è diventato per cinque giorni un piccolo osservatorio sul Mediterraneo. Un luogo in cui la lentezza si è proposta come alternativa alla frenesia, il dialogo come pratica concreta di ascolto e il Mediterraneo come spazio di attraversamento, incontro e contaminazione, anziché come confine.
Dalle idee alle storie
Il festival ha aperto il 6 agosto con la parola e la riflessione. Il convegno “Pensiero Meridiano. E le storie che ci attraversano” ha messo al centro due pubblicazioni capaci di affrontare il rapporto tra Sud, territorio e memoria da prospettive differenti.
“Meridionalismo e Meridionalisti” di Michele Eugenio Di Carlo ha ripercorso la storia del pensiero meridionalista attraverso figure come Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci. Una storia che porta con sé una consapevolezza importante: la questione meridionale non è una faccenda esclusivamente meridionale, ma riguarda l’equilibrio economico, civile e democratico dell’intero Paese.
“Paesaggi cinematografici del Gargano. Cinema, memoria e territorio nella Carta di Calenella”, a cura di Teresa Maria Rauzino, Michele Eugenio Di Carlo e Claudia Zilletti, ha invece spostato lo sguardo sul paesaggio e sul modo in cui il cinema contribuisce a costruire e conservare l’immaginario di un territorio.
Due percorsi diversi che hanno finito per incontrarsi nella stessa domanda: come raccontare oggi il Sud? Non attraverso stereotipi o rappresentazioni immobili, ma attraverso la complessità delle sue storie, dei suoi paesaggi e delle sue comunità, come ha evidenziato il prof. Salvatore Ritrovato nelle conclusioni.
Matteo Salvatore, la memoria che diventa voce
Dalla riflessione alla musica il passaggio è stato naturale. La prima serata si è conclusa con l’omaggio a Matteo Salvatore, cantastorie capace di trasformare la memoria popolare in racconto, denuncia e poesia.
La presentazione di “Matteo Salvatore. 40 ballate. Analisi. Visioni”, di Nicola Contegreco, è stata accompagnata dal concerto dello stesso Contegreco al pianoforte, con Roberta Palumbo alla voce e Lello Basile alle percussioni.
La scelta di Matteo Salvatore è apparsa particolarmente coerente con il tema dell’edizione: nelle sue ballate il Sud non è un’immagine folkloristica, ma una realtà fatta di lavoro, povertà, emigrazione, ingiustizia, ironia e dignità. È una memoria che parla dal basso e che continua, proprio per questo, a interrogare il presente.
Il percorso del festival ha così cominciato a delinearsi: dalle idee ai paesaggi, dai paesaggi alle persone, dalle persone alle canzoni.
Una montagna che si racconta insieme
Il 7 agosto Piazza del Popolo ha dato voce alla musica del Gargano con “La Voce del Gargano – Suoni e canti della Montagna del Sole”. Festa Farina e Folk di San Marco in Lamis, La Matracatropa di San Nicandro Garganico, i Cantori di San Giovanni Rotondo, Tarantula Garganica e i Cantori di Monte Sant’Angelo hanno portato sul palco differenti espressioni della tradizione musicale garganica.
Qui il concetto di dialogo è diventato concreto. Non un’unica tradizione presentata come immutabile, ma una pluralità di voci che si riconoscono dentro uno stesso territorio.
È una delle caratteristiche più significative del “pensiero meridiano” applicato a un festival musicale: la valorizzazione delle radici non coincide con la chiusura. Conoscere la propria storia permette, al contrario, di metterla in relazione con quella degli altri.
L’Orchestra Popolare: le radici diventano un progetto comune
Il momento forse più emblematico dell’edizione 2026 è stato il debutto dell’Orchestra Popolare del Carpino in Folk, protagonista del Concertone dell’8 agosto.
Venticinque musicisti provenienti da tutto il Gargano, guidati dal Maestro concertatore Carmine Padula e sotto la direzione artistica di Antonio Pizzarelli, hanno dato vita a un ensemble che parte dalla tradizione musicale del promontorio per proiettarla verso nuovi linguaggi.
Chitarre battenti, tamburi a cornice, voci, fisarmoniche, mandolino, fiati, basso elettrico, batteria e archi hanno costruito un suono collettivo nel quale la dimensione popolare non è stata trattata come reperto del passato, ma come materia viva.
È probabilmente qui che il tema del festival ha trovato una delle sue espressioni più compiute: il dialogo non come semplice accostamento, ma come capacità di suonare insieme.
L’Orchestra è infatti una metafora efficace dello stesso festival: musicisti, provenienze e strumenti diversi, una storia comune e un progetto condiviso. Le radici restano riconoscibili, ma entrano in relazione. E quella relazione produce qualcosa di nuovo.
Dal Gargano al mondo: The Wailers e le “positive vibrations”
La stessa sera il festival ha aperto ulteriormente il proprio sguardo con The Wailers, protagonisti della tappa italiana del loro “50 Years of Positive Vibrations”.
La presenza di una formazione di respiro internazionale accanto alla musica popolare garganica ha rafforzato uno dei caratteri distintivi di Carpino in Folk: essere profondamente radicato nel proprio territorio senza rinunciare al confronto con il mondo.
È la dimensione mediterranea intesa non come geografia chiusa, ma come spazio storico di scambi, migrazioni, contaminazioni e incontri. Mettere sullo stesso palcoscenico le tradizioni del Gargano e una delle esperienze più riconoscibili della musica internazionale significa ribadire che una cultura locale non perde la propria identità quando dialoga con l’esterno. Può, al contrario, acquisire nuovi strumenti per raccontarsi.
La festa come forma di comunità
Il 9 agosto, con Rione Junno e The Wailers, e il 10 agosto, con Super Taranta e i Cantori di Carpino, il festival ha portato questa riflessione dentro la dimensione più immediata della festa.
Super Taranta ha riunito alcuni dei nomi più rappresentativi della musica popolare pugliese, da Mauro Durante ad Antonio Castrignanò, da Alessia Tondo a Emanuele Licci, in un incontro tra esperienze, stili e territori diversi.
A chiudere il programma sono stati i Cantori di Carpino, con “Stile, storia e musica alla carpinese”: un ritorno alle radici che ha ricondotto il viaggio al suo punto di partenza.
È significativo che il festival abbia scelto di chiudersi proprio con la tradizione carpinese. Dopo aver attraversato il Gargano, il Mediterraneo e la scena internazionale, il racconto è tornato a Carpino. Non per chiudersi, ma per ripartire.
La danza e la trasmissione della tradizione
Anche i laboratori dell’8 e 9 agosto, dedicati al passaggio “Dalla Tarantella del Gargano alla Pizzica pizzica salentina”, hanno contribuito a rendere concreto il tema del dialogo.
La danza è uno dei luoghi in cui la tradizione smette di essere soltanto memoria e diventa esperienza fisica, trasmissione, partecipazione. Il confronto tra tarantella garganica e pizzica salentina ha messo in relazione due forme fondamentali della cultura musicale pugliese, mostrando come le identità possano essere riconosciute e valorizzate senza trasformarsi in recinti.
Raccontare Carpino attraverso le immagini
La seconda edizione del Premio fotografico Rocco Draicchio ha aggiunto un ulteriore tassello al progetto del festival: raccontare attraverso le immagini non soltanto gli spettacoli, ma anche il territorio e le persone che lo abitano.
Anche la fotografia è diventata così uno strumento di memoria. Un modo per fermare ciò che normalmente scorre: un concerto, un volto, una piazza, una danza, un incontro.
È, ancora una volta, una forma di lentezza. Fermare un’immagine significa sottrarla per un momento alla velocità dell’evento e trasformarla in memoria.
Un festival che costruisce relazioni
A consuntivo, l’edizione 2026 di Carpino in Folk sembra aver trovato nel Pensiero Meridiano non soltanto un tema, ma un metodo.
La lentezza ha significato prendersi il tempo per ascoltare e raccontare. Il dialogo ha significato mettere in relazione musicisti, studiosi, artisti, generazioni e territori. Il Mediterraneo ha rappresentato lo spazio ideale nel quale questa relazione può svilupparsi, senza che l’identità debba trasformarsi in esclusione.
La nascita dell’Orchestra Popolare del Carpino in Folk è forse il simbolo più evidente di questa impostazione: una comunità musicale che nasce dalle radici del Gargano e sceglie di guardare oltre i propri confini.
E proprio la comunità è stata una delle parole più presenti nel racconto del direttore artistico Antonio Pizzarelli al termine del festival. Nel suo ringraziamento agli spettatori, agli artisti, ai musicisti, ai tecnici, ai volontari, alle istituzioni e ai partner emerge l’idea di un festival come organismo collettivo, nel quale ogni componente contribuisce alla riuscita dell’esperienza.
Un festival, dunque, non come semplice successione di concerti, ma come ecosistema culturale.
Il Sud non come periferia, ma come punto di vista
È questo, in fondo, il significato più interessante di Carpino in Folk 2026.
Il “Pensiero Meridiano” ha invitato a cambiare prospettiva: a non guardare il Sud soltanto attraverso ciò che gli manca, ma attraverso ciò che è capace di generare — relazioni, musica, memoria, cultura, paesaggi, pensiero.
Carpino, con la sua storia musicale e comunitaria, è diventato così qualcosa di più di una semplice cornice del festival. È diventato il punto da cui osservare un territorio e, attraverso quel territorio, il mondo.
La tarantella garganica, Matteo Salvatore, i Cantori, i gruppi del Gargano, l’Orchestra Popolare, la pizzica, gli ospiti internazionali, i libri, il cinema e la fotografia hanno raccontato, ciascuno attraverso il proprio linguaggio, la stessa possibilità: partire dal Sud senza sentirsi periferia.
Resta l’immagine di un festival capace di tenere insieme memoria e futuro, appartenenza e apertura, tradizione e contemporaneità.
E forse è proprio questa la lezione del “Pensiero Meridiano” che Carpino in Folk 2026 ha provato a trasformare in musica: non avere fretta di arrivare altrove, ma trovare nel proprio luogo il tempo e lo spazio per incontrare il mondo.
Il notevole afflusso di spettatori in tutte le serate testimonia che il pubblico ha recepito pienamente questo messaggio.