Stanza di Faber Carloforte

Stanza di Faber Carloforte All'Exme, in via XX Settembre, la LUC e l'UP Eventi aprono una stanza dove tutti possono ascoltare m

24 anni fa...
11/01/2023

24 anni fa...

18/04/2021

Quando il disco fu terminato Fabrizio se lo portò a casa e dopo qualche giorno mi telefonò. «Manca qualcosa, è tutto bello ma un po' troppo leggero, manca quello che pensiamo davvero di tutto questo, manca quello che purtroppo ci è accaduto».

Così qualche giorno dopo partimmo per la Sardegna, e dopo aver fatto il pieno di bottiglioni di Cannonau ci nascondemmo all'Agnata, la sua tenuta in Gallura. Faber tirò fuori uno dei suoi famosi quaderni, e le cento righe di appunti quasi casuali, raccolti in anni di letture di libri e quotidiani, in tre giorni diventarono la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza.
Credo che nel testo de La domenica delle salme ci sia tutta la grandezza di Fabrizio narratore. Ci sono tutti gli elementi per capire, ma tutto è raccontato, non ci sono sintesi o giudizi, che, come lui diceva spesso, nelle canzonette sono peccati mortali. La visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in quella ridicola tragedia. Nessuno punta il dito, tutto si spiega da sé.
E nell'elenco dei patetici fallimenti, come tutti i grandi, Faber non dimentica il proprio e quello dei suoi colleghi canterini, giullari proni e consenzienti di una corte di despoti arroganti e senza qualità.

Mauro Pagani (in foto insieme a De André)

Tanti auguri Faber! (nato a Pegli il 18/2/1940)
18/02/2021

Tanti auguri Faber! (nato a Pegli il 18/2/1940)

FABER E IL RAPPORTO CON LA SARDEGNA
Fabrizio e la Sardegna, un rapporto lungo, intenso, iniziato con un viaggio negli anni Cinquanta quando, con un aereo dotato di eliche, atterrò a Cagliari assieme alla sua famiglia. “Della Sardegna mi stregarono due cose: la natura e la gente. I sardi sono chiusi come noi liguri, ma con un tesoro dentro: quando lo scopri, come minimo lasci tutto e ti trasferisci là”. Proprio quello che avrebbe fatto a metà degli anni Settanta, in una casa presa in affitto nel centro di Tempio mentre ridava vita a un casolare che si sarebbe tramutato nel sogno dell’Agnata dando vita a un poema omerico – come lo aveva definito lui- perché alla trasformazione non c’era mai fine. Quel rapporto con l’isola è al centro del libro di Daniele Madau, docente di Lettere antiche, e di cui abbiamo riferito su questa pagina il 26 dicembre dello scorso anno; la novità è che il libro cartaceo, edito da Acanta, “Fabrizio De André e la Sardegna: le parole e il paradiso”, è stato pubblicato ora sotto forma di ebook ed è quindi facilmente reperibile. “Questo diventare davvero, non retoricamente, sardo ha fatto sì che, sfogliando le pagine dei diari, tra le bollette dell’Agnata e un biglietto di congratulazioni a Gigi Riva, si trovi un pensiero, una riflessione tra sé e sé, così: c’è chi ha il mal d’Africa, io ho il mal di Sardegna”. In realtà, Madau cerca di ricondurre la poetica di Faber all’interno delle correnti letterarie ma la riflessione scientifica sulle parole delle canzoni sta in parallelo con la Sardegna. Possiamo dire che i dischi dal Volume VIII in poi sono stati scritti in larga parte nell’isola in mezzo a quella natura che per Faber racchiudeva in sé il concetto di anarchia e di Dio; era la presa di distanza dal mondo di iperconsumo e di sovrastrutture culturali nel quale non si riconosceva. “Ama il consumo più di te stesso”, scrisse nella prima versione della Canzone del maggio. La natura era l’autenticità da contrapporre al falso e ai bisogni indotti. Faber si trasferì a Tempio in una casa presa in affitto dalla signora Lucia con l’intento di ristrutturare il casolare dell’Agnata attorno al quale c’erano solo un fico, un mandorlo, un leccio e una giovane quercia. Attorno rovi al posto dei quali avrebbe sistemato centinaia di piante cercate e selezionate dopo studi accurati. La casa fu avvolta nella vite canadese compresa la finestra da cui si affacciava lamentandosi per i gechi. Poi il trasferimento all’Agnata dove ebbe il coraggio di insediarsi prima che l’Enel gli avesse allacciato la corrente elettrica. È anche per quello che l’Indiano è un trattato di botanica; basta leggere i testi per trovare il rosmarino che fiorisce, il cisto come i capelli, la sughera, il letto del bosco, la quercia da cui viene spiata Franziska, una foglia di fiore, gli aranci e i limoni verdi. La fontana scura del “Servo pastore” è all’Agnata: volle costruirla per ascoltare il suono dell’acqua mentre stava dentro casa. La Sardegna è anche il mare della Gallura dove sul bagnasciuga si poteva vedere una v***a con un pesce in bocca. E in quella casa in riva al mare, una sera d’estate, il grande regista anarchico Marco Ferreri assieme a Ugo Tognazzi ebbe l’idea per una scena de La grande abbuffata. Come sempre si alternavano a casa De André grandi personaggi e persone “normali”. Fabrizio, del resto, ripeteva: “Noi siamo persone normali che ci ritroviamo a fare un mestiere eccezionale”. Magari, a seconda dei presenti, Paolo Villaggio calibrava l’intensità dei suoi proverbiali scherzi. Non so se ne abbia mai fatto uno al buon De Gregori che, mentre collaborava con Fabrizio, scriveva Rimmel senza dire niente di quel che stava producendo. E Rimmel è uno dei suoi lavori migliori: sarà stata la vicinanza di Fabrizio? Insomma, il rapporto tra Faber e la Sardegna è ancora da approfondire. Qualche serata nei bar di Calangianus ad ascoltare le gare dei poeti improvvisati, le visite a casa del fattore-amico la cui madre ha insegnato il gallurese a Fabrizio mentre gli cucinava la carne di pollo. Il cane Nodo, un enorme pastore maremmano: “E’ molto affettuoso”, gli dissi, “come ho fermato la macchina mi ha spinto in casa”. E Fabrizio, garbatamente sarcastico, alludendo a quanto avvenne nell’agosto del 1979: “Almeno una volta avrebbe dovuto essere meno affettuoso”. La festa del patrono durante la quale comprò molti biglietti della lotteria locale allo scopo di aiutare gli organizzatori della manifestazione; fu una mossa non calcolata: essendo in possesso di troppi tagliandi ricevette la maggior parte dei premi in palio, tra cui il prediletto tonno in scatola ma anche i prodotti inutili di una farmacia. La caccia al cinghiale, registrata con un apparecchio Nagra allora in dotazione anche ai giornalisti della Rai, che pesava 20 chili e che mandò gambe all’aria Massimo Bubola al quale era toccato il peso dello strumento. Tante sono le pagine del Fabrizio sardo. Genova era sua moglie ed era la città di tutte le prime volte ma la Sardegna gli ha permesso di vivere come voleva, nella natura, tra quegli elementi che hanno ispirato almeno tre dischi: la campagna (L’Indiano), il mare (Creuza) e il cielo (Le nuvole). E qualche volta l’isola gli ha anche consentito di soffiare la tristezza nel fiume vestendo di foglie il proprio dolore. (A.F.)

03/02/2021

IL DIZIONARIO GIOCOSO DI FABRIZIO CON RISPOSTE ARGUTE A TEMPO DI RECORD
Per Fabrizio le parole avevano un peso specifico e le manovrava sempre con accortezza. Una volta ebbe anche la tentazione di scrivere un dizionario: accadde quando progettò Creuza de ma. L’intenzione era quella di inventare una lingua, una sorta di esperanto con parole “trasversali”, sicuramente di origine mediterranea. Poi, si sa, scartò l’idea e fece ricorso al genovese. È noto quanto ponderasse la scelta di un vocabolo sino a portarlo a dire: “E’ meglio buttare via un’intera frase che sostituire una sola parola”. Ci sono parole, infatti, che per uno scrittore danno equilibrio a un’intera pagina e che hanno la stessa funzione del palo della giostra, quando lo levi cadono tutti i seggiolini. Ma Fabrizio nella vita quotidiana era una persona gioviale e persino giocherellone; spesso si cimentava in piccoli calembour, autentici giochi di parole e scioglilingua inventati da lui sul modello di “sotto la panca la capra canta”. A proposito di divertissement, a metà degli anni Settanta, gli capitò di fare un giochino assieme a due amici. Erano i tempi di Re N**o e delle prime radio private. Si trattava di sorteggiare alcuni vocaboli e lui doveva dare una risposta secca, senza pensarci. Trenta secondi per rispondere, come al Rischiatutto. Vi presentiamo quel gioco da cui scaturisce un piccolo vocabolario sarcastico che abbiamo voluto ordinare in rigoroso ordine alfabetico. Buon divertimento.
A
Altruismo. È un’inguaribile forma di egoismo epicentrico.
Anestesia. Pallini rossi, pallini blu per una volontà sopraffatta.
Angelo. Un raro pennuto, sconsigliabile a chiunque cercasse un rapporto che non fosse omosessuale ma eterosessuale.
Amante. Mi pare la condizione di una lunga e piacevole attesa prima di essere messi da parte.
Amicizia. Continua a essere una forma di mutuo soccorso.
B
Bontà. Nobilissimo sentimento che non deve essere mai confuso con la paura di essere cattivi.
C
Calza. Non vorrei darmi del vecchio ma dico che rappresenta un feticcio.
Canzone. Vocabolo adatto per rendere la vita difficile…
Chitarra. Oggetto contundente da usarsi contro chiunque lo consideri uno strumento di lavoro.
Cielo. Posto da cui si vede scendere la neve, la pioggia, i paracadutisti e anche gli anatemi.
Cocomero. Mi rifaccio a Esopo: è una mela che è diventata rossa per la vergogna dopo essere diventata grossa per presunzione.
Coltello. Arma bianca che nelle definizioni più cruente si tinge di rosso.
Cuore. Una volta era considerato il ricettacolo di qualsiasi sentimento, poi è stato rivalutato come un muscolo indispensabile e ora è pure trapiantabile.
D
Dente. Come sentirsi un tricheco nella sala del dentista.
Diavolo. Un individuo oberato dalle corna.
Dittatore. Un prolifico padre di famiglia alla cui vita si attenta di solito da parte dei figli minori.
G
Ghigliottina. Un posto dal quale sconsiglierei a chiunque di sporgere la testa.
L
Lavoro. Parola orrenda, la definirei come tortura più o meno crudele e redditizia a seconda della qualità e quantità in cui la si adopera. Crudele per tutti e redditizia per pochi.
M
Mamma. Perché per informazioni più dettagliate non chiedi al piccolo Edipo?
Maniglia. Con un’interpretazione moderna direi che è uno strumento per aprire le porte ministeriali.
Miseria. Una condizione esistenziale necessaria alla ricchezza per provocare nei ricchi il terrore di conoscerla.
P
Pattumiera. Ti do una definizione poliziesca: potrebbe essere il punto di raduno e di complotto di qualsiasi genere di rifiuto.
Porta. Potrebbe essere l’orgoglio dei falegnami o il poliziotto della nostra intimità. Si può sempre scardinare.
Pelle. Involucro più o meno aderente al corpo umano di cui madre natura ci ha dotati pare soprattutto per sensibilizzarci ulteriormente alla differenza tra i colori.
Psichiatra. Un astuto stregone del nostro tempo che diventa tanto più importante quanto più diventa pigra la nostra volontà di conoscerci.
T
Turpiloquio. Un modo volgare di esprimere le proprie opinioni, tanto volgare che la gente bene se ne serve esclusivamente quanto è nuda.
U
Unghie. Un piccolo artiglio dimenticato da Dio.
W
Whisky. Lo definirei un ritrovato agevolante chimico dell’espandersi della coscienza e anche dello sconfinamento del fegato.

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11/01/2021

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Il 5 agosto
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17/02/2020

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Indirizzo

Exme Via XX Settembre
Carloforte
09014

Orario di apertura

Lunedì 20:00 - 23:00
Martedì 20:00 - 23:00
Mercoledì 20:00 - 23:00
Giovedì 20:00 - 23:00
Venerdì 20:00 - 23:00

Telefono

3495325321

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