18/02/2021
Tanti auguri Faber! (nato a Pegli il 18/2/1940)
FABER E IL RAPPORTO CON LA SARDEGNA
Fabrizio e la Sardegna, un rapporto lungo, intenso, iniziato con un viaggio negli anni Cinquanta quando, con un aereo dotato di eliche, atterrò a Cagliari assieme alla sua famiglia. “Della Sardegna mi stregarono due cose: la natura e la gente. I sardi sono chiusi come noi liguri, ma con un tesoro dentro: quando lo scopri, come minimo lasci tutto e ti trasferisci là”. Proprio quello che avrebbe fatto a metà degli anni Settanta, in una casa presa in affitto nel centro di Tempio mentre ridava vita a un casolare che si sarebbe tramutato nel sogno dell’Agnata dando vita a un poema omerico – come lo aveva definito lui- perché alla trasformazione non c’era mai fine. Quel rapporto con l’isola è al centro del libro di Daniele Madau, docente di Lettere antiche, e di cui abbiamo riferito su questa pagina il 26 dicembre dello scorso anno; la novità è che il libro cartaceo, edito da Acanta, “Fabrizio De André e la Sardegna: le parole e il paradiso”, è stato pubblicato ora sotto forma di ebook ed è quindi facilmente reperibile. “Questo diventare davvero, non retoricamente, sardo ha fatto sì che, sfogliando le pagine dei diari, tra le bollette dell’Agnata e un biglietto di congratulazioni a Gigi Riva, si trovi un pensiero, una riflessione tra sé e sé, così: c’è chi ha il mal d’Africa, io ho il mal di Sardegna”. In realtà, Madau cerca di ricondurre la poetica di Faber all’interno delle correnti letterarie ma la riflessione scientifica sulle parole delle canzoni sta in parallelo con la Sardegna. Possiamo dire che i dischi dal Volume VIII in poi sono stati scritti in larga parte nell’isola in mezzo a quella natura che per Faber racchiudeva in sé il concetto di anarchia e di Dio; era la presa di distanza dal mondo di iperconsumo e di sovrastrutture culturali nel quale non si riconosceva. “Ama il consumo più di te stesso”, scrisse nella prima versione della Canzone del maggio. La natura era l’autenticità da contrapporre al falso e ai bisogni indotti. Faber si trasferì a Tempio in una casa presa in affitto dalla signora Lucia con l’intento di ristrutturare il casolare dell’Agnata attorno al quale c’erano solo un fico, un mandorlo, un leccio e una giovane quercia. Attorno rovi al posto dei quali avrebbe sistemato centinaia di piante cercate e selezionate dopo studi accurati. La casa fu avvolta nella vite canadese compresa la finestra da cui si affacciava lamentandosi per i gechi. Poi il trasferimento all’Agnata dove ebbe il coraggio di insediarsi prima che l’Enel gli avesse allacciato la corrente elettrica. È anche per quello che l’Indiano è un trattato di botanica; basta leggere i testi per trovare il rosmarino che fiorisce, il cisto come i capelli, la sughera, il letto del bosco, la quercia da cui viene spiata Franziska, una foglia di fiore, gli aranci e i limoni verdi. La fontana scura del “Servo pastore” è all’Agnata: volle costruirla per ascoltare il suono dell’acqua mentre stava dentro casa. La Sardegna è anche il mare della Gallura dove sul bagnasciuga si poteva vedere una v***a con un pesce in bocca. E in quella casa in riva al mare, una sera d’estate, il grande regista anarchico Marco Ferreri assieme a Ugo Tognazzi ebbe l’idea per una scena de La grande abbuffata. Come sempre si alternavano a casa De André grandi personaggi e persone “normali”. Fabrizio, del resto, ripeteva: “Noi siamo persone normali che ci ritroviamo a fare un mestiere eccezionale”. Magari, a seconda dei presenti, Paolo Villaggio calibrava l’intensità dei suoi proverbiali scherzi. Non so se ne abbia mai fatto uno al buon De Gregori che, mentre collaborava con Fabrizio, scriveva Rimmel senza dire niente di quel che stava producendo. E Rimmel è uno dei suoi lavori migliori: sarà stata la vicinanza di Fabrizio? Insomma, il rapporto tra Faber e la Sardegna è ancora da approfondire. Qualche serata nei bar di Calangianus ad ascoltare le gare dei poeti improvvisati, le visite a casa del fattore-amico la cui madre ha insegnato il gallurese a Fabrizio mentre gli cucinava la carne di pollo. Il cane Nodo, un enorme pastore maremmano: “E’ molto affettuoso”, gli dissi, “come ho fermato la macchina mi ha spinto in casa”. E Fabrizio, garbatamente sarcastico, alludendo a quanto avvenne nell’agosto del 1979: “Almeno una volta avrebbe dovuto essere meno affettuoso”. La festa del patrono durante la quale comprò molti biglietti della lotteria locale allo scopo di aiutare gli organizzatori della manifestazione; fu una mossa non calcolata: essendo in possesso di troppi tagliandi ricevette la maggior parte dei premi in palio, tra cui il prediletto tonno in scatola ma anche i prodotti inutili di una farmacia. La caccia al cinghiale, registrata con un apparecchio Nagra allora in dotazione anche ai giornalisti della Rai, che pesava 20 chili e che mandò gambe all’aria Massimo Bubola al quale era toccato il peso dello strumento. Tante sono le pagine del Fabrizio sardo. Genova era sua moglie ed era la città di tutte le prime volte ma la Sardegna gli ha permesso di vivere come voleva, nella natura, tra quegli elementi che hanno ispirato almeno tre dischi: la campagna (L’Indiano), il mare (Creuza) e il cielo (Le nuvole). E qualche volta l’isola gli ha anche consentito di soffiare la tristezza nel fiume vestendo di foglie il proprio dolore. (A.F.)