Maestra Liliana

Maestra Liliana Voglio condividere la mia smisurata passione per l'insegnamento: i miei 43 anni passati a fare la MA

26/08/2025

L'adulto servile: quando l'amore non educa. La visione di Maria Montessori per genitori coraggiosi

Il genitore di oggi si trova a un bivio: da un lato, l'amore profondo per il proprio figlio e il desiderio di vederlo felice e di successo; dall'altro, una pressione sociale e interiore che lo spinge a un'indulgenza eccessiva. È questa la figura dell'adulto servile, un genitore che, pur animato dalle migliori intenzioni, finisce per privare il figlio di un'opportunità di crescita fondamentale: quella di affrontare le difficoltà, di sviluppare l'autonomia e di diventare una persona resiliente.

Questa situazione, così comune oggi, è stata anticipata con lucidità da Maria Montessori. La sua visione non si limitava a un metodo didattico, ma era una profonda filosofia di vita, incentrata sul rispetto del bambino come individuo. Per la Montessori, il ruolo del genitore non è quello di un servo, pronto a soddisfare ogni capriccio e a risolvere ogni problema, ma di una guida silenziosa e attenta. Il genitore, come l'educatore, deve essere una figura di supporto che allestisce un ambiente adatto e poi si fa da parte, permettendo al bambino di esplorare, sbagliare, e imparare in autonomia.

La visione Montessoriana: non un'indulgenza, ma un sostegno alla crescita
L'errore che l'adulto servile compie è quello di confondere l'amore con l'assenza di confini. Si teme di frustrare il figlio, di non essere un "buon genitore" se non si è sempre disponibili a esaudire ogni richiesta. Questa dinamica, tuttavia, è un ostacolo allo sviluppo del bambino.
Montessori ci insegna che il bambino ha una naturale tendenza all'azione e all'auto-costruzione. La sua mente assorbente e la sua curiosità innata lo spingono a interagire con l'ambiente per capirlo e adattarsi. Se l'adulto interviene costantemente, prestando servizi non richiesti, risolvendo problemi che il bambino potrebbe affrontare da solo, non fa altro che soffocare questa spinta vitale.

Per esempio, quando un bambino prova a vestirsi da solo e incontra difficoltà, l'adulto servile è tentato di intervenire immediatamente per velocizzare l'operazione. Un approccio montessoriano, al contrario, suggerisce di resistere a questo impulso. Il genitore attende, osserva, e interviene solo se necessario, magari con un gesto di incoraggiamento o un piccolo suggerimento, lasciando però al bambino il tempo e lo spazio per riuscire con le proprie forze. La soddisfazione che il bambino prova nel riuscire, anche dopo una piccola lotta, è un'esperienza educativa di valore inestimabile.

Come riappropriarsi del proprio ruolo genitoriale

Diventare un genitore-guida e non un genitore-servo è un atto di coraggio e di fiducia. Significa credere nelle capacità del proprio figlio e riconoscere che le difficoltà non sono ostacoli da eliminare, ma tappe necessarie per la sua maturazione. Prima di intervenire, osservate attentamente ciò che il bambino sta facendo. È davvero in difficoltà o sta solo esplorando un nuovo modo di fare le cose? Spesso, la nostra fretta o il nostro bisogno di controllo ci spingono a intervenire dove non serve.

Non serve eliminare ogni ostacolo, ma rendere l'ambiente a misura di bambino. Organizzate gli spazi in modo che possa raggiungere i suoi giocattoli, vestiti e utensili in autonomia. Un ambiente che incoraggia l'indipendenza è il primo passo per un figlio autonomo.
Imparare a dire di no: dire "no" in modo calmo e coerente non è un atto di crudeltà, ma un modo per definire dei confini sicuri. I confini rassicurano il bambino e lo aiutano a comprendere le regole del mondo.
Resistere all'impulso di risolvere senza sentirsi sbagliati: permettete al bambino di sperimentare le conseguenze naturali delle sue azioni, sempre in un contesto di sicurezza. Se dimentica il suo giocattolo, non correte a riportarglielo. La sensazione di averlo perso per un po' di tempo è una lezione molto più efficace di qualsiasi rimprovero.

Essere genitore non significa essere perfetti, ma essere presenti in modo autentico e rispettoso. Il compito di un genitore è aiutare il bambino a spiccare il volo, non tenerlo saldamente a terra.

Abbandonare il ruolo di servo e abbracciare quello di guida è il regalo più grande che possiamo fare ai nostri figli: l'opportunità di diventare adulti liberi, sicuri di sé e capaci di affrontare la vita.

26/08/2025

C’era una volta un maestro che non amava seguire regole rigide. Non era un ribelle per capriccio, ma perché credeva che insegnare significasse parlare al cuore delle persone, non limitarsi a ripetere parole scritte su un foglio. Alla prima puntata del suo programma televisivo, Non è mai troppo tardi, gli misero davanti un copione. Lui lo prese in mano, lo sfogliò e, senza pensarci troppo, lo strappò. “Io insegno a modo mio”, disse con fermezza. E così fece.

Dal 1960 al 1968, milioni di italiani si sedettero davanti alla TV per seguirlo. Per molti di loro, era la prima volta che qualcuno spiegava l’alfabeto con semplicità e rispetto. Con i suoi gessetti, la lavagna e un linguaggio diretto, riuscì a trasformare la televisione in una vera aula scolastica. Più di un milione e mezzo di persone imparò a leggere e a scrivere grazie a lui. Ma non era solo scuola: era dignità, era riscatto, era la possibilità concreta di cambiare vita.

Alberto Manzi divenne famoso, amato, riconosciuto in tutta Italia. Avrebbe potuto sfruttare quella popolarità per guadagnare, per viaggiare, per dedicarsi al mondo luccicante della televisione. Invece no. Scelse di tornare nella sua classe, con i suoi alunni di scuola elementare. Continuò a insegnare a quei bambini con la stessa passione con cui aveva parlato a milioni di adulti.

E non si fermò lì. Ogni volta che poteva, prendeva un aereo per andare lontano, tra i contadini più poveri dell’America Latina. Portava con sé la sua lavagna e la sua determinazione, perché sapeva che leggere e scrivere significava aprire porte, dare strumenti per difendere la propria dignità. Non insegnava solo l’alfabeto, ma la libertà.

Alberto Manzi ha dimostrato che l’ignoranza non è una colpa, ma una condizione che può essere superata. Ha insegnato che la conoscenza non è un privilegio per pochi, ma un diritto di tutti. E soprattutto ha mostrato che un vero insegnante non riempie soltanto la testa dei suoi studenti, ma accende anche il loro cuore.

Il suo esempio resta vivo ancora oggi. Ogni volta che qualcuno si siede sui banchi, ogni volta che una persona adulta decide di riprendere in mano i libri, ogni volta che qualcuno supera un ostacolo grazie allo studio, c’è un po’ di Alberto Manzi in quell’atto di coraggio.

Perché davvero, come ci ha insegnato lui, non è mai troppo tardi per imparare.

È urgente un cambiamento nel nostro Sistema!!
26/08/2025

È urgente un cambiamento nel nostro Sistema!!

Fin da piccoli, i bambini giapponesi imparano una verità potente: il talento senza lavoro non vale nulla, e la vera genialità nasce dalla costanza.

Mentre in molti paesi si premia l’intelligenza con medaglie, in Giappone si premiano l’umiltà e lo sforzo costante. Laggiù, non è raro vedere un bambino di sei anni andare a scuola da solo, attraversare strade, prendere treni... perché fin da subito vengono educati a essere responsabili e autosufficienti.

Non si tratta di iperproteggerli, ma di prepararli alla vita. I genitori giapponesi non fanno i compiti al posto dei figli, non li giustificano... li guidano, ma insegnano loro che il cammino è il loro. Gli studenti giapponesi puliscono le loro aule, spazzano i corridoi, lavano i bagni. In molte scuole elementari non c’è personale di pulizia. Perché?

Perché educare non significa solo riempire la mente di informazioni, ma formare il carattere, l’umiltà e il rispetto. E questo dà loro una forza unica. Vuoi un figlio brillante? Insegnagli a essere disciplinato, paziente, curioso. Non proteggerlo dal fallimento: lascia che impari da esso. Perché, alla fine, non si tratta solo di crescere figli intelligenti... ma di formare esseri umani che brillino di luce propria.

Nastase Adrian

26/08/2025

Questa mattina, alcune persone hanno visto mia figlia andare a scuola a piedi, mentre io la seguivo da lontano. Alcuni mi hanno chiesto il perché. Altri si sono limitati a lanciarmi quello sguardo.
Sì, ha solo dieci anni. E sì, stava camminando perché gliel’ho chiesto io.
Aveva dimenticato cosa significa parlare con rispetto agli adulti, così le ho detto di camminare.
Aveva iniziato a confondere la sua altezza con l’autorità, così le ho detto di camminare.
Il suo atteggiamento verso di me e verso gli altri adulti aveva superato il limite, così le ho detto di camminare.
Finché non capirà il valore di essere accompagnata ogni giorno, camminerà.
Finché non capirà che il rispetto si guadagna, ma si deve anche dare, camminerà.
E mentre lo fa, io resto abbastanza vicina da sapere che è al sicuro, ma abbastanza lontana da lasciarla riflettere.
Non sono qui per essere sua amica. Sono sua madre. E mi sta bene se a volte si arrabbia con me.
Il mio compito non è proteggerla da ogni emozione scomoda, ma prepararla a un mondo che non le regalerà nulla.
Alcuni genitori hanno paura di ferire i sentimenti dei figli. Io ho più paura di crescerne una che da grande si senta in diritto di tutto.
Non stiamo crescendo figli per diventare nostri amici. Li stiamo crescendo perché diventino persone che valga davvero la pena avere come amici.
Quindi sì, stamattina ha camminato. E mentre lo faceva, ha pensato. Ha riflettuto. È cresciuta.
E io l’ho osservata. ❤️

Un giretto ce lo vorrei fare!!!
26/08/2025

Un giretto ce lo vorrei fare!!!

25/08/2025

La scuola non è una gara di tuffi.
Il sistema basata su premi e punizioni è n'inefficace scorciatoia, ammesso che il fine della scuola sia l'apprendimento e lo sviluppo del potenziale di ogni bambino.
Quando un bambino non riesce, quando attua comportamenti disfunzionali sarebbe saggio chiedersi il perchè .
I perchè possono diversi e diverse quindi le strade per sostenerlo, stimolarlo ed eliminare il comportamento disfunzionale.
Uno dei perchè piu' diffusi è la mancanza di amor proprio, di autostima, il dischetto che suona nella testa e che dice '' non meriti di essere felice''.
Pensare che un brutto voto possa cambiare la situazione è follia.

25/08/2025

"L’insegnante non ha perso autorevolezza, la scuola sì"
Una frase lucida e tagliente di Dacia Maraini, che accende i riflettori su una crisi che non è individuale, ma sistemica.

Gli insegnanti ci sono. Resistono. Fanno la loro parte.

E tu cosa ne pensi?

18/08/2025

«Due mesi fa, un bambino di 7 anni mi disse che non servivo a niente.»
Fu così che iniziò il mio ultimo giorno da maestra elementare in una scuola pubblica.
Non lo disse con cattiveria, né con rabbia. Solo con quella voce semplice e diretta che i bambini hanno quando ripetono quello che hanno sentito a casa.

— «Lei non sa fare i video su TikTok. Mia mamma dice che le maestre anziane dovrebbero andare in pensione.»

Sorrisi. Finsi che non mi facesse male. Ma dentro, qualcosa si incrinò.

Mi chiamavano tutti solo “maestra”.
Per 36 anni avevo insegnato ai più piccoli, i bambini di prima elementare.
E due mesi fa, mentre la scuola era ancora aperta, chiusi la porta della mia classe per l’ultima volta.

Quando avevo iniziato, alla fine degli anni ’80, insegnare era una vocazione.
Non si guadagnava molto, ma c’era rispetto.
Le famiglie ci guardavano con fiducia, spesso con gratitudine.
Alle recite i genitori portavano torte, biscotti, pasticcini fatti in casa.
I bambini ci regalavano disegni con soli sorridenti e scritte storte:
«Maestra, ti voglio bene».

E quando qualcuno, dopo tanti sforzi, riusciva a leggere la sua prima frase ad alta voce, era una gioia che nessuno stipendio poteva eguagliare.

Ma lentamente le cose cambiarono. Anno dopo anno.
Fino a che, due mesi fa, la scuola non era più quella che avevo conosciuto.

Non era solo per le nuove tecnologie — le LIM, i tablet, i registri elettronici.
Era la stanchezza.
La mancanza di rispetto.
La solitudine.

Un tempo passavo i pomeriggi a ritagliare cartoncini colorati per decorare le pareti con lettere e numeri.
Negli ultimi anni, li passavo a compilare moduli, relazioni e piattaforme online.
Non c’era più spazio per la fantasia, solo per i documenti.

Capitava che i genitori mi urlassero davanti alla classe.
Uno mi disse: «Lei non è capace di insegnare. Ho visto un video sul cellulare di mio figlio: non ha idea di come si trattano i bambini».
Quel video era stato registrato di nascosto, mentre cercavo di calmare un alunno in crisi.
Nessuno mi chiese come stavo io. Nessuno si domandò quanto fosse difficile gestire tutto da sola.

Anche i bambini erano diversi.
E non era colpa loro.
Arrivavano stanchi, svuotati da troppe ore davanti agli schermi.
Alcuni arrabbiati, altri spaventati.
Molti non sapevano più nemmeno come tenere una matita, come aspettare il proprio turno o dire un semplice “per favore”.
E a noi maestre veniva chiesto di sistemare tutto.
In sei ore. Senza aiuti. Con classi da quasi trenta alunni.

Ricordo quando la mia aula era un rifugio.
C’era l’angolo lettura con i cuscini.
Cantavamo ogni mattina.
Imparavamo ad essere gentili, prima ancora di imparare a fare le addizioni.

Ora, invece, ci chiedevano solo di concentrarci su “obiettivi misurabili” e “risultati”.
Il mio valore di insegnante si riduceva a quanto bene un bambino di sei anni riusciva a riempire le caselle in un test standardizzato.
Un dirigente una volta mi disse:
«Lei è troppo affettuosa. A noi interessano i risultati.»
Come se il legame umano fosse un difetto.

Eppure, andavo avanti.
Perché c’erano sempre quei piccoli momenti che mi salvavano.
Un bambino che mi sussurrava: «Maestra, con lei mi sento al sicuro».
Un altro che mi lasciava un bigliettino: «Lei è come una nonna per me».
O quel bambino timido che, dopo settimane di silenzi, finalmente mi guardò negli occhi e disse: «L’ho letto da solo.»

Mi aggrappavo a quei momenti come a scialuppe di salvataggio.

Ma quest’ultimo anno… mi ha spezzata.
Le tensioni erano aumentate.
Un bambino lanciò una sedia in classe.
Un altro mi minacciò: «Vedrà cosa porto da casa».
Il telefono dell’aula squillava continuamente, sempre emergenze, sempre lamentele.
La psicologa scolastica si dimise in autunno.
Le supplenti sparirono già a novembre.
E l’aria si riempì di un senso di stanchezza e disperazione.

Così, due mesi fa, sistemai la mia aula per l’ultima volta.
Staccai i disegni ormai sbiaditi dalle pareti, alcuni conservati da decenni.
Trovai una scatola con vecchi biglietti dei miei alunni.
Uno diceva: «Grazie maestra, perché mi vuoi bene anche quando mi comporto male».

Lessi e piansi.
Perché a quei tempi, essere maestra significava davvero qualcosa.
Adesso, invece, sembrava una professione per cui doversi quasi scusare.

Non ci fu festa.
Nessun discorso di addio.
Solo una stretta di mano frettolosa del dirigente, che nel frattempo controllava il cellulare.

Lasciai lì i miei adesivi, la mia sedia a dondolo, le mie energie.
Ma portai via con me tutti gli sguardi dei bambini che, almeno una volta, mi avevano vista come porto sicuro.
Quelli nessuno potrà mai togliermeli.

Non so cosa farò adesso.
Forse mi offrirò come volontaria in biblioteca.
Forse imparerò a fare il pane da zero.
Forse mi siederò semplicemente in veranda, con una tazza di tè, a ricordare un mondo che era più gentile.

Perché sì, mi manca.
Mi manca quando fare la maestra significava alleanza, non conflitto.
Quando genitori e insegnanti erano una squadra.
Quando educare voleva dire crescere insieme, non solo ottenere voti alti.

Se anche tu sei stato insegnante, lo sai.
Non l’abbiamo fatto per le vacanze estive.
L’abbiamo fatto per il bambino che alla fine imparò ad allacciarsi le scarpe.
Per quello che sorrise dopo settimane in silenzio.
Per chi aveva bisogno di noi in modi che nessuna scheda o esame potrà mai misurare.

L’abbiamo fatto per amore.
Per speranza.
Perché credevamo in un futuro migliore.

Quindi, se incontri una maestra — di ieri o di oggi — ringraziala.
Non con una mela o con una tazza, ma con rispetto.
Perché in un mondo che corre troppo, loro sono rimaste ferme accanto ai bambini.
In un sistema che crollava, hanno resistito.
E in una società che spesso le ha dimenticate… loro non hanno mai dimenticato nessuno.

Piccole Storie

25/01/2025

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