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25 aprile: Liberazione dal nazifascismo, ma anche delle donne dagli stereotipi del modello patriarcale rinforzato dal re...
24/04/2026

25 aprile: Liberazione dal nazifascismo, ma anche delle donne dagli stereotipi del modello patriarcale rinforzato dal regime.

Il 25 aprile insieme alla memoria della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo ricorda anche un’altra liberazione, meno raccontata e altrettanto decisiva: la liberazione delle donne da un sistema che le voleva mute, invisibili, obbedienti.
Il fascismo non ha solo imposto una dittatura politica, ma una dittatura dei ruoli, dei corpi, delle identità.
Il rapporto di Mussolini con le donne è problematico e contraddittorio, segnato da misoginia, paura e bisogno di dominio. Pur circondandosi di numerose amanti, il Duce — come osserva Mirella Serri — non amava le donne, ma le temeva, cercando in loro «l’amica devota» e la consolatrice, mentre le trattava come oggetti sessuali e negava loro autonomia e diritti.
Mussolini considera le donne incapaci di decidere, inadatte al voto, utili solo come madri e custodi della casa. «La donna deve obbedire… nel nostro Stato essa non deve contare».
Mussolini teme che il lavoro delle donne fomenti l’indipendenza delle donne e le distragga dal loro compito principale che è quello di proliferare.
Sulla scia di Giovanni Gentile e di teorici come Loffredo, che sostengono la “minore intelligenza” femminile e che la donna «sia del marito», il modello fascista è quello di un uomo padrone e una donna proprietà.

Il regime costruisce dunque la figura della donna muliebre e prolifica, madre di molti figli, moglie devota, lavoratrice agricola sotto il controllo del marito.
Una donna che non deve pensare, ma servire.
Una donna che non deve scegliere, ma obbedire.
Una donna che non deve partecipare alla vita pubblica, perché la politica secondo il Duce «è cosa da uomini».
Eppure, mentre il fascismo tenta di rinchiuderle nel focolare, le donne italiane vivono una realtà ben diversa. Lavorano nelle fabbriche, durante la guerra sostituiscono gli uomini al fronte, si organizzano, scioperano contro il carovita, protestano per il pane.
A Cagnano Varano, Giovannina Paolino, col diploma di maestra non insegna nella scuola pubblica per non sottomettersi al rituale della tessera fascista. Scuola che, negli anni del regime, è antidemocratica e classista (prefigurando il liceo classico per formare la classe dirigente), militarista (gerarchica), fascista (xché sopprime la libertà d’insegnamento ed esclude dall’insegnamento chi non ha la tessera del partito fascista).
Nel 1946, Giovannina partecipa alle elezioni amministrative come candidata nella lista unitaria PCI-PSI ed è la prima assessora di Cagnano, ma anche una delle prime in Italia dato che le donne riescono ad esercitare il diritto di voto solo in quell’anno. (comizio)
Sono donne che non accettano di essere ridotte al silenzio. Sono donne che resistono, donne che rompono la cornice disegnata dalla tradizione patriarcale.
Altre donne resistono in silenzio e, pur di ingoiare una briciola, a testa bassa, portano il peso senza esibirne la fatica.
E dal 1943, molte donne diventano partigiane. Combattono, rischiano, salvano vite, portano messaggi, nascondono armi, si oppongono alla violenza e alla paura. La Liberazione non sarebbe stata possibile senza di loro. Senza il loro coraggio, senza la loro disobbedienza, senza la loro visione.
Il 25 aprile è anche questo: la fine di un progetto politico che vuole cancellare la libertà femminile e l’inizio di un cammino nuovo, sancito dalla Costituzione, che riconosce finalmente la donna come persona, come cittadina, come soggetto di diritti.
Un cammino lungo, faticoso, non ancora concluso. Perché gli stereotipi e i pregiudizi sedimentati nel Ventennio hanno continuato a pesare per decenni. E ancora oggi, in forme diverse, li vediamo riemergere.
Per questo il 25 aprile non è una ricorrenza da celebrare una volta l’anno. È un impegno quotidiano. È la scelta di stare dalla parte della libertà di pensare, agire, manifestare, libertà dai condizionamenti, libertà per poter concretamente, essere se stessi, partecipare e trasformare la società in nome della dignità e dell’uguaglianza.
Uguaglianza che non è omologazione ma valorizzazione delle differenze. Il 25 aprile è la promessa di non tornare mai più a un tempo in cui la donna era considerata un ingranaggio della nazione, un corpo da controllare, una voce da zittire.
Oggi ricordiamo la Liberazione. E ricordiamo che la libertà delle donne è parte essenziale della libertà di tutti. Perché un Paese non è libero se le donne non sono libere.

Riflessioni tratte da "Vi potete mangiare anche l'erba", 2023

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