07/05/2026
La ruota del criceto
Quando internet ha cominciato a diffondersi, ha portato con sé una promessa affascinante: chiunque avesse una passione, un mestiere, una conoscenza poteva finalmente trovare il proprio pubblico nel mondo, trasformare quello che amava fare in una fonte di sostentamento. Era un’idea seducente. E ci ho creduto anch’io.
Quello che è successo, però, è sotto gli occhi di tutti, anche se non sempre lo diciamo con chiarezza. La vera crescita economica non l’hanno avuta le persone con le conoscenze — pittori, musicisti, artigiani, insegnanti, ricercatori. L’hanno avuta le piattaforme che offrivano loro la vetrina: YouTube, Facebook, Instagram, TikTok.
I creatori invece di diventare imprenditori di se stessi si sono trovati a lavorare gratis, a ritmo quotidiano, come schiavi, a produrre quelli che nel gergo si chiamano “contenuti di valore”, mentre le piattaforme monetizzavano la loro attenzione aggregata vendendola agli inserzionisti.
Non è stato un malinteso. C’è una letteratura ormai abbondante che documenta come queste piattaforme siano state progettate deliberatamente per catturare l’attenzione — delle slot machine digitali costruite per tenere le persone incollate agli schermi. E i creatori sono stati messi su ruote di criceto: più corri, più produci, più alimenti il sistema — ma la ruota non porta da nessuna parte che sia tua.
Anch’io ci sono finito dentro. Per un periodo ho pubblicato su Twitch, ho cercato follower, ho guardato i like. E a un certo punto mi sono accorto di qualcosa di scomodo: stavo scivolando in un personaggio. Il vecchio pittore che sa stare al gioco con i ragazzi, simpatico, accessibile, che sa fare spettacolo. Non era una maschera completamente falsa — era una versione di me, ma distorta. Costruita per piacere, non per cercare.
Il problema non era l’essere in pubblico. Il problema era che quel personaggio occupava lo spazio che avrei dovuto dedicare alla ricerca. Disegnare e dipingere non sono per me attività di intrattenimento. Sono strumenti di indagine della realtà, un percorso di approfondimento che ha bisogno di silenzio, concentrazione, onestà. Ogni volta che mi preoccupavo inconsciamente di blandire il pubblico, stavo sottraendo energia a quello che mi importava davvero.
La svolta è arrivata quando ho capito una cosa semplice: non stavo usando le piattaforme, erano le piattaforme a usare me.
Allora ho cambiato approccio. Ho smesso di chiedermi cosa volesse l’algoritmo e ho ricominciato a documentare il lavoro. Un disegno al giorno. Le note sui perché di certe pratiche. I filoni di ricerca aperti. Non per costruire un pubblico, ma perché la documentazione di un percorso autentico ha un valore in sé — per me prima di tutto, e forse anche per chi mi legge.
Ho scoperto che esiste una bussola interna molto più affidabile di qualsiasi metrica social. Quando sono immerso nei miei filoni di ricerca sto bene. Quando ricomincio a ragionare di like e follower sto deviando. È un segnale semplice, ma preciso.
E c’è qualcosa di paradossale in tutto questo: le piattaforme ti portano fuori strada facendo leva su un bisogno umano reale, il desiderio di essere apprezzati. Ma quell’apprezzamento esterno, quando diventa l’obiettivo, non soddisfa niente. Anzi, svuota. L’unica cosa che mi fa stare bene è fare la cosa vera.
Gli algoritmi non possono competere con questo.
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La Svolta è Capire che Non Stavi Usando lo Strumento, Ma che Era lo Strumento a Usare Te