Sardismo Liberale

Sardismo Liberale Network di indipendentisti, federalisti & sardisti liberali, per rinnovare e innovare la politica in Sardegna.

Network di liberali, conservatori, federalisti & sardisti liberali, per rinnovare e innovare la politica in Sardegna.

Indipendentisti vincono in Scozia e Galles, mentre in Sardegna scompare il brand sardista.Che cosa sta succedendo? E che...
10/05/2026

Indipendentisti vincono in Scozia e Galles, mentre in Sardegna scompare il brand sardista.

Che cosa sta succedendo? E che differenze ci sono tra isole britanniche e Sardegna?

Nel Regno Unito l'indipendentismo europeista e pro-ucraino tiene a bada l'ondata populista di Reform UK: l'SNP scozzese ottiene la maggioranza contro le forze unioniste, e nel Galles gli indipendentisti del Plaid Cymru archiviano un secolo di governo locale laburista.

La destra di Farage vince inequivocabilmente in Inghilterra, sebbene oggi riesca ad affacciarsi sia a Edimburgo che a Cardiff, e con minore intensità nell'Irlanda del Nord guidata dagli indipendentisti dello Sinn Féin.

Paradossalmente, l'indipendentismo delle isole britanniche rappresenta l'ultimo muro di difesa contro il dilagare del populismo nazionalista anglocentrico.

Una difesa che, ancor più incredibilmente, riguarda i diversi contenuti programmatici promossi dagli indipendentisti, di cui faremo qualche cenno.

La situazione è decisamente diversa in Sardegna, dove il populismo dei 5 Stelle governa l'isola dal 2024 con la complicità del “laburismo” targato PD, mentre l'indipendentismo si trova falcidiato in due tronconi, entrambi elettoralmente alle corde.

L'indipendentismo “istituzionale”, ossia il Partito Sardo d'Azione, il più antico d'Italia, è addirittura scomparso dal Consiglio Regionale, rimanendo attivo solamente in diverse amministrazioni locali. Mentre le restanti sigle indipendentiste appaiono quasi del tutto assenti dal tessuto socio-politico isolano.

Quali sono le ragioni di questo disastro elettorale?

Invero, non è la prima volta che il sardismo alterna alti e bassi, e negli ultimi anni è passato da buoni successi (il ritorno nel Parlamento italiano con Christian Solinas e poi alla guida della Regione dopo decenni di assenza), ad una completa sparizione persino dall'opposizione consiliare. Mentre negli ultimi mesi una numerosa fronda interna al partito contesta a Solinas il flop elettorale e il mancato dibattito interno al problema.

Ed è su questo aspetto che cogliamo già le prime differenze rispetto al contesto britannico: il PSD'AZ, notate bene, non ha mai seriamente messo in discussione il bipolarismo inteso, non solamente in termini di legislazione elettorale, ma come pura strategia di raggiungimento e di detenzione del potere.
Esso creava una propria lista nella fase storica in cui esisteva un sistema di voto proporzionale (come tra 1949 e 1994), salvo poi comunque allearsi con partiti italiani per comporre una giunta di governo. Successivamente, il PSD'AZ ha ritenuto “inevitabile”, nel quadro di un sistema maggioritario, presentarsi in coalizioni di centrodestra o centrosinistra italiane, pur di ottenere un posizionamento politico-amministrativo nelle istituzioni locali.

L'SNP ha invece governato interamente da solo la Scozia, sia come governo di minoranza (2007-2011) che con una maggioranza assoluta (2011-2016).

In altri termini, il sardismo interpreta il conseguimento del potere in un'ottica di esclusiva sottomissione strategica alla partitocrazia italiana, indipendentemente dalle leggi elettorali, mentre gli scozzesi hanno scelto una responsabilità identitaria, programmatica e amministrativa alternativa a quella unionista. Una scelta che oggi in Italia potrebbe essere intrapresa da forze liberali e moderate che si pongono in aperta polemica col bipolarismo italiano. Si pensi al “Partito Liberaldemocratico” di Marattin, ad “Azione” di Calenda o ad “Ora!”. Malgrado queste sigle non abbiano una precipua cultura federalistica del paese, e, come il sardismo, potrebbero necessitare di anni e fallimenti per accrescere i propri consensi.

Questa diversa dinamica ha spesso portato il nostro sardismo ad essere interpretato in termini analoghi alla Lega Nord: un partito puramente clientelare, e che - non a caso - anche nelle sue fasi di governo, ben raramente ha promosso, conseguito o attuato una qualche riforma dell'Autonomia locale.

Questa è anche la ragione principale per cui il brand sardista, ossia la storica bandiera dei 4 Mori listata a lutto, ha perso il suo proverbiale appeal presso l'elettorato sardo, che ha cessato di considerare il PSD'AZ come esclusivo e autorevole “partito dei sardi”. Un ideale che purtroppo sopravvive, per la maggiore, in una minoranza di elettori dai capelli bianchi, e che oggi si trova ad un bivio critico della propria storia, in cui dovrà ben valutare come posizionarsi per poter sopravvivere.

Ben più grave tuttavia la sorte delle altre minoritarie sigle indipendentiste sarde, i cui contenuti ricalcano spesso tematiche fotocopiate dalla sinistra radicale italiana, ed espongono contenuti totalmente diversi rispetto alle forze indipendentiste scozzesi e gallesi.

La maggior parte dei nostri indipendentisti appare chiaramente euroscettica, non ha una concreta politica di amministrazione del territorio (sanità, scuola o finanza pubblica); né una politica energetica definita (si abbina alla galassia NIMBY), e non ha neppure una credibile posizione di politica estera e di sicurezza (supporta dittature quali Russia, Iran e Cuba). Mentre gli scozzesi hanno maturato una linea pro-NATO ed a vantaggio dell'industria delle armi nel proprio territorio.
Persino gli indipendentisti gallesi hanno espresso una posizione pro-Ucraina, e verosimilmente presto si allineeranno all'SNP (ma anche ai catalani) nella necessità di sviluppare credibili politiche di sicurezza per il proprio territorio.

Notare inoltre che l'SNP e i gallesi vincono contro Reform proponendo pure maggiore immigrazione come strumento in grado di contrastare sia l'invecchiamento demografico, che l'inaridimento del mercato del lavoro. Che posizione hanno invece al riguardo le sigle sarde? La domanda è retorica, non hanno una risposta o una proposta percorribile.

In conclusione, nonostante la democrazia britannica appaia ben più rodata di quella italiana, la sua cultura politica rende maggiormente possibile effettuare proposte oltre uno schema bipolare dell'agone politico. Mentre in Italia e in Sardegna manca ancora la capacità, l'audacia, la competenza (o il personale politico), per proporre una seria alternativa non ideologica al bipolarismo italiano.

Un'alternativa europeista, liberaldemocratica, filo-occidentale e progressista. Pensiamoci.

https://www.sanatzione.eu/2026/05/indipendentisti-vincono-in-scozia-e-galles-mentre-in-sardegna-scompare-il-brand-sardista/

L’altro 28 aprile: Giovanni M. Angioy, George Washington e Thomas Jefferson.Si celebra oggi la festa nazionale dei sardi...
28/04/2026

L’altro 28 aprile: Giovanni M. Angioy, George Washington e Thomas Jefferson.

Si celebra oggi la festa nazionale dei sardi, quando il 28 aprile di due secoli fa partirono dei moti popolari, il cui apice conclusivo fu l'idea di creare una Repubblica indipendente aperta allo sviluppo del commercio internazionale e in linea con lo spirito illuminista dei tempi.
Un progetto, poi naufragato, che vide la partecipazione dell'intelligence e del governo francese dell'epoca.

Tra i vari protagonisti che animarono quella stagione riformista, Giovanni Maria Angioy ne fu il più celebre, e incredibilmente la sua figura ha diversi connotati comuni con due ben più celebri protagonisti di fine Settecento: George Washington e Thomas Jefferson.

Cosa avevano in comune questi eminenti personaggi del passato?

Quella americana viene definita da vari storici come una “rivoluzione conservatrice”, nella misura in cui i coloni si batterono per preservare i propri liberi commerci rispetto alle pretese, anche e soprattutto fiscali, della Corona inglese. Circostanza per cui nacquero gli attriti.

Ed è su questi aspetti che subentrano le analogie col nostro Giovanni Maria Angioy, perché l'eroe sardo non è affatto – secondo alcuni luoghi comuni del presente – il classico rivoluzionario che dal basso si erge a rappresentare le istanze delle popolazioni oppresse.

Angioy era un magistrato della Reale Udienza, e venne persino insignito dal potere sabaudo della carica di Alternos, ossia capace di esercitare il potere vicereale. E ciò al fine di sedare e ricomporre i disordini popolari.
Ma sarà proprio la progressiva conoscenza delle ragioni di quei disordini a portarlo alla testa stessa dei moti di rivolta.
Angioy rappresenta dunque il potere e l'autorità dell'epoca, esattamente come George Washington, che fu deputato, giudice e militare. Due uomini che, muovendosi dall'alto, a un certo punto si fanno interpreti delle istanze socio-economiche del territorio. E nel caso USA sarà Thomas Jefferson una delle figure apicali di riferimento.

Perché? E cosa avevano in comune anche Jefferson con Angioy?

Si tratta di un aspetto molto interessante che attiene alle affinità e alle divergenze della struttura economica dell'epoca tra Regno di Sardegna ed ex Colonie americane.

Da un lato, il nostro Angioy, inizialmente sostenuto pure da dei feudatari, si rende conto che ampia parte dei problemi economici del territorio derivano proprio dal modello feudale; dall'altro lato, Jefferson si pone sulla stessa linea di pensiero: in Virginia, questi si rende conto che la ricchezza derivante dai commerci può essere preservata ed espansa abbattendo i retaggi feudali importati nelle Colonie dalle autorità inglesi.

Tanti ignorano infatti che, nonostante gli americani non avessero una struttura feudale sulla base di quelle ancora esistenti in larga parte d'Europa, sussistevano però diversi istituti e costumi di gestione delle terre di derivazione feudale. Qualche esempio contestato da Jefferson? Si pensi ai “quitrents”, che obbligavano i proprietari terrieri a versare una tassa di concessione o un pagamento diretto alla Corona per la titolarità della terra. O si pensi al cosiddetto “entail”, una clausola legale per cui non si potevano vendere o dividere i grandi latifondi, danneggiando lo sviluppo della proprietà privata e dunque degli investimenti, a vantaggio dei protetti della Corona. E ciò, ricordiamolo, avveniva in un'America che, a differenza dei sardi, aveva già conosciuto i vantaggi della proprietà privata e del libero commercio. In altre parole, del capitalismo.

Ed è a questo punto che le vicende di Angioy si separano da quelle di Washington e Jefferson, proprio a causa dei diversi fondamenti economici esistenti.

Perché a un certo punto i feudatari sardi comprendono che seguire Angioy sino in fondo significa perdere rendite economiche certe, in una realtà dove “su connottu” delle terre comuni prevale nella struttura economico-sociale del territorio. Ed ecco che Angioy inizierà a perdere la fiducia di quanti non compresero la lungimiranza delle sue idee, e che lo porteranno più tardi a morire da ospite in Francia.

Ben diversa la sorte di Washington e Jefferson, perché dove già si erano conosciuti i benefici della proprietà privata, alimentare una battaglia politica (e poi militare) contro i privilegi dell'aristocrazia coloniale portava benefici diffusi a chi già materialmente controllava le terre e commerciava manifatture legate ad esse, consentendo di ampliarne i successi economici.

Ma attenzione: i signorotti sardi giungeranno ad analoghe conclusioni di quelli americani diversi decenni dopo la fine dell'avventura angioyana. Avverrà all'epoca delle famose “chiudende”, che demoliranno il feudalesimo. Un processo che, tuttavia, non essendo gestito da un potere repubblicano, a differenza degli USA, si trasformerà in un parziale saccheggio delle terre pubbliche, con cui pochi riuscirono ad arraffare varie terre, forti delle posizioni di privilegio ereditate dal passato. Sarà comunque nell'Ottocento, con ampio e disastroso ritardo rispetto agli americani, che i sardi inizieranno a conoscere autonomamente i benefici del libero commercio derivante da una razionalizzazione privata dell'uso delle terre, e dall'export (anche internazionale) dei loro prodotti.

In definitiva, Angioy ai suoi tempi perde perché le sue istanze creano una cesura netta tra establishment e istanze di cambiamento, per cui tanti sardi preferiscono annaspare ne “su connottu”. Viceversa, Washington e Jefferson vincono invece perché le loro istanze sono già parte del DNA economico locale, e si tratta solamente di tutelarle espellendone le scorie che ne impediscono la crescita.

Notiamo dunque che entrambe le rivoluzioni, quella americana e quella mancata sarda, nascono su basi conservatrici, evolvendosi rapidamente su istanze riformiste e progressiste, ben diversamente dalla rivoluzione francese, che pure ispirò i sardi.
E ciò perché i sardi non parlano subito di “Repubblica sarda”, inizialmente pongono solamente domande al potere regio d'oltremare per stabilire un riequilibrio senza mettere in discussione la titolarità della sovranità. Parimenti, anche gli americani non parlano immediatamente di indipendenza, chiedono al potere regio d'oltreoceano di ristabilire un equilibrio (“no taxation without representation”).

Le conseguenze di quegli eventi le conosciamo benissimo: gli USA sono divenuti la maggiore potenza al mondo, mentre i sardi non hanno neppure un PIL paragonabile a quello di altre note e sviluppate isole-Stato di fama internazionale.

https://www.sanatzione.eu/2026/04/laltro-28-aprile-giovanni-m-angioy-george-washington-e-thomas-jefferson/

Oltraggio a Gramsci: revocare cittadinanza onoraria di Ales ad Angelo d’Orsi.Chiederemo la revoca della cittadinanza ono...
26/04/2026

Oltraggio a Gramsci: revocare cittadinanza onoraria di Ales ad Angelo d’Orsi.

Chiederemo la revoca della cittadinanza onoraria di Ales conferita oggi ad Angelo D'Orsi.

Un'iniziativa, ricordiamolo, patrocinata pure dalla Regione Sardegna, che evidentemente avvalla la scelta della scriteriata amministrazione di Ales, paese natale di Gramsci.

Perché scriteriata? Perché Angelo d'Orsi, prima che uno storico, è un noto propagandista delle tesi del regime russo volte a giustificare la guerra di aggressione contro l'Ucraina.
Un propagandista, come ci ha ben ricordato il giornalista Francesco Nocco, presente ai gala di Putin a Mosca e presente nella sua TV di Stato, come quella condotta da Solovyev, seguace del pensiero duginiano e recentemente distintosi per gli insulti alle istituzioni italiane. In tale occasione d'Orsi diffamò i vertici europei definendo Kaja Kallas “erede biologica dei nazisti”.

Mentre scriviamo queste righe, altre donne, uomini e bambini ucraini sono morti nei quotidiani lanci di droni e missili del Cremlino contro la popolazione civile inerme. E mentre diversi russi si trovano oggi detenuti nelle prigioni postsovietiche del fascista russo, esattamente come Gramsci, che patì in prima persona la violenza di chi odia la libertà e la democrazia.
Ve lo dice un liberale, lontano tanto dal fascismo quanto dalle peggiori e sanguinarie espressioni del comunismo, di cui Gramsci, da grande intellettuale e cofondatore del PCI, non fece parte.

Ecco, conferire la cittadinanza ad un personaggio come d'Orsi, come se si possano distinguere i singoli (e presunti) meriti storiografici dai suoi miserabili e sistematici applausi a Putin, fa comprendere come il sindaco e la maggioranza di Ales abbiano una visione totalmente distorta dell'etica, del concetto di opportunità e del senso di misura che dovrebbe contraddistinguere una pubblica amministrazione che ha il dovere di promuovere i valori della democrazia.

Anche il centrosinistra è responsabile della situazione, poiché esercita la propria influenza sull'ANPI, che in Sardegna ha promosso il tour di d'Orsi. Un'associazione partigiana ormai tristemente svuotata della sua missione originaria, e troppo spesso – come mostrano le cronache italiane, incluso l'ultimo 25 aprile – foglia di fico di frange settarie, estremiste ed intolleranti che circolano indisturbate nelle nostre città. Un degrado culturale accompagnato da un chiaro e vergognoso supporto politico, in un'Italia peraltro chiaramente esposta all'influenza della criminalità russa nei media pubblici e privati.

E poco importa che Ales sia un piccolo paese di cui i sardi stessi, prima che gli italiani, conoscono poco, conta il messaggio politico e simbolico che consegniamo ai cittadini, e i valori che intendiamo offrire loro per un futuro migliore.

Adriano Bomboi.

https://www.sanatzione.eu/2026/04/oltraggio-a-gramsci-revocare-cittadinanza-onoraria-di-ales-ad-angelo-dorsi/

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03/04/2026

Da Hormuz alla Sardegna, che piange, ma ha gas nel sottosuolo.

Le Nazioni Unite si apprestano a votare al Consiglio di Sicurezza un documento del Bahrein che potrebbe approvare un'azione per rendere libera la navigazione nello Stretto di Hormuz, a fronte dei gravi rischi in arrivo sul mercato energetico.

L'esito del voto non è scontato come si potrebbe pensare, ma si sta verificando ciò che abbiamo sempre sostenuto: l'impasse della guerra in Iran può essere aggirato solamente tramite un'iniziativa per il rispetto del diritto internazionale e dunque per garantire la libera navigazione.

Questo offrirebbe a diversi paesi una copertura legale per addentrarsi nelle iniziative militari necessarie a far cessare le minacce iraniane alla circolazione dei navigli.

Ma ciò che non è scontato, oltre al voto dell'ONU, sono i risultati di un'ipotetica coalizione internazionale per la sicurezza di Hormuz.
L'intelligence americana stima che Teheran possieda ancora migliaia di lanciatori di missili e droni. E, come noto, in una simile guerra asimmetrica, i Pasdaran non hanno bisogno di sfidare la potenza di fuoco americana o di altri paesi in modo diretto, ma la necessità di mostrare che anche solo una petroliera può essere colpita.

Il capitale della paura si trasforma automaticamente in un capitale del rischio per le compagnie assicurative che coprono i navigli, e pertanto esiste la possibilità che la navigazione non torni mai più libera come un tempo.

Intendiamoci, lo Stretto è stato già bloccato ed è stato già liberato in passato, ma all'epoca non esistevano droni né un simile divario di costo tra strumenti di attacco e strumenti di difesa. Oggi ci troviamo in uno scenario completamente inedito. Almeno per chi ha avuto la superbia di non trarre lezioni dalle peculiarità di quattro lunghi anni di conflitto in Ucraina.

E se la crisi non dovesse finire presto, interi territori del nostro paese ne pagheranno le conseguenze. A partire da quelli con le economie più fragili, come la Sardegna, dal tessuto produttivo scarsamente diversificato e scarsamente specializzato. Dove monoculture a basso valore aggiunto, come il turismo, danno ossigeno a centinaia di migliaia di famiglie.

Le ricadute sui prezzi del greggio, e in particolare anche della quota di idrocarburi destinata ai voli aerei di tutta Europa, rischiano di determinare una pesante flessione del settore, con le conseguenze che possiamo immaginare. Ryanair e Lufthansa, nei loro comunicati, reputano fondamentale la finestra di tempo per gli approvvigionamenti che osserveremo da aprile a giugno.

L'iniziativa americana, per quanto lodevole nell'idea di abbattere un regime sanguinario come quello iraniano, è stata chiaramente gestita in modo vergognosamente dilettantesco, denotando l'insipienza dell'amministrazione USA, perché ha generato problemi che oggi obbligano l'intera comunità internazionale a farvi fronte.

Ma come farvi fronte in merito al mercato energetico?

Nel breve termine non esistono rapide soluzioni, nel medio-lungo termine invece potremmo indubbiamente riprendere il tema della diversificazione energetica: trivellazioni/prospezioni su gas e petrolio, nucleare ed ovviamente anche rinnovabili.

La Sardegna paga il suo declino economico anche in ragione degli alti costi energetici, aspetto di cui numerosi comitati ambientalisti non tengono conto. Eppure la presenza di gas, petrolio, nucleare e/o grandi impianti eolici e solari – ovviamente se tutti collocati entro serio rispetto paesaggistico – potrebbero apportare fondamentali ricadute economiche ed occupazionali.

Ricordate il “Progetto Eleonora”? Nel 2009 la Regione Sardegna avviò l'iter per procedere alla ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi nell'oristanese, a favore della Saras S.P.A., ma l'opposizione popolare fece saltare tutto.

Probabilmente oggi dovremmo riprendere tali intendimenti, oltre ad occuparci di import in un mondo sempre più instabile, e cercare un punto di accordo tra popolazioni locali e aziende del settore.

Perché in Svizzera riescono a far convivere centrali atomiche con verdi pascoli ed agricoltura di grande pregio ambientale senza che a numerosi “comitati civici” venga il mal di pancia?

Ovviamente è una domanda retorica, ma dato il contesto internazionale, è del tutto evidente che nel nostro futuro serviranno meno chiacchiere ideologiche e più pragmatismo. E se vogliamo realmente apportare benefici ai cittadini di territori interessati da infrastrutture energetiche, al posto di immaginare improbabili soluzioni “sovietiche” con fallimentari aziende parapubbliche, dovremmo iniziare a ridiscutere i criteri di determinazione del PUN (il prezzo unico nazionale dell'energia), in termini seriamente federalistici.

Diciamo meno “no” e più “sì”.

Diciamo “meno assistenzialismo” e “più mercato”.

https://www.sanatzione.eu/2026/04/da-hormuz-alla-sardegna-che-piange-ma-ha-gas-nel-sottosuolo/

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