Sardismo Liberale

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Caro carburanti: La leggenda delle accise Saras sulla produzione.La guerra in Iran ha immancabilmente contribuito a gene...
27/08/2026

Caro carburanti: La leggenda delle accise Saras sulla produzione.

La guerra in Iran ha immancabilmente contribuito a generare un rialzo dei prezzi del carburante, soprattutto il diesel, necessario per tutte quelle attività produttive i cui trasporti sono una componente imprescindibile del proprio business.
Gli effetti di questi costi sono resi ancor più gravi in un paese come l'Italia, in cui le accise rappresentano una componente di peso nella formulazione del prezzo finale ai consumatori.

E in Sardegna è tornata di moda una vecchia leggenda metropolitana: l'idea che in qualche modo lo Stato stia “fregando ai sardi” le accise generate dalla produzione del petrolchimico Saras di Sarroch.

Iniziamo col dire che non c'è alcun complotto contro i sardi e nessuno sta sottraendo loro risorse al riguardo.

Il motivo è molto semplice: le “accise alla produzione”, pretese da molti indipendentisti, non esistono né in tutta Italia e né in Europa. Ed ovviamente nessun'altra raffineria italiana o straniera paga delle fantomatiche “accise alla produzione”.

Le leggi sono molto chiare: sia il Testo Unico delle Accise (D.Lgs. 504/1995), e successive modificazioni, e sia la Direttiva UE 2020/262, con particolare riferimento alla Direttiva 2003/96/CE sui prodotti energetici, precisano che l'accisa non si paga nel
luogo in cui la risorsa viene estratta, lavorata o prodotta, ma esclusivamente nel luogo in cui il carburante viene immesso in consumo.

L'accisa è un'imposta che si manifesta unicamente nel luogo in cui il prodotto della raffinazione si mette in vendita, come per esempio nei distributori di carburante.

Questo vale per i sardi, per i siciliani (che a loro volta ospitano siti di raffinazione), e per tutti i cittadini delle regioni interessate dalla presenza di infrastrutture dedite alla lavorazione degli idrocarburi.

Pertanto, benché l'imposta nasca virtualmente nel momento della produzione, questa diventa concretamente esigibile solamente nel momento della vendita. Tutti i precedenti passaggi e trasporti vari, tra raffinerie e depositi fiscali, sia in Italia che in Europa, sono coperti da “sospensione dell'imposta”. Ossia, si tratta di fasi in cui non può essere pagata tale imposta. Ed ovviamente, nel nostro caso, il prodotto si esporta e si vende per la maggior parte oltre il solo piccolo mercato sardo, lasciando alla Regione Autonoma la sola propria quota regionale dei 9/10' di introiti che lo Statuto speciale sardo ci consente di trattenere. Sono i soldi derivanti dai consumatori locali e dai turisti che ogni anno si recano alla p***a nelle nostre stazioni di servizio.

Come aggirare questo presunto limite per ottenere pure i soldi di ciò che viene venduto nella pen*sola e nel resto d'Europa?

E qui arriviamo alla proposta degli amici indipendentisti di “A innantis”, secondo cui esisterebbe un sistema per aggirare tale normativa: Cherchi propone che la Saras “dichiari tranquillamente il prodotto in commercio prima di imbarcarlo sulle navi.[...] Non c’è una norma che obblighi a farlo. Ma nemmeno che impedisca di farlo. […] Si tratta di anticipare la dichiarazione in commercio sull’isola, prima che i prodotti prendano il mare.”

Sembra una bella favola, ma nel mondo reale non è possibile per alcune ragioni alquanto ovvie: per esempio, il proponente confonde “messa in commercio” con “immissione al consumo”. Ma un deposito a Sarroch non potrà mai dichiarare “in commercio” una nave di benzina in partenza per la pen*sola o per la Spagna, perché tecnicamente questa sarebbe già “immessa al consumo” in Italia.

Cosa significa esattamente?

Due ulteriori cosucce, forse di non poco conto:

- la prima è che la Saras, o qualsiasi altra raffineria e i loro clienti che dovessero avviare una simile iniziativa, andrebbero presto in bancarotta, perché:
A) l'azienda dovrebbe pagare le imposte per un prodotto che non ha ancora venduto, magari profetizzando quando, quanto e quanti automobilisti useranno il suo carburante. E tutto ciò sborsando centinaia di milioni di euro con mesi di anticipo rispetto alla vendita finale del prodotto.
B) Inoltre, i distributori che acquistano da Saras il carburante andrebbero anche loro in rovina, dovendo sborsare più soldi per ottenere il prodotto già compreso di accisa. Ed è ovvio che, per evitare il problema, costoro si rivolgerebbero a terze raffinerie che non praticano tale follia, abbandonando la Saras al proprio destino.

- La seconda motivazione è che, per esempio, il carburante esportato in Spagna diventerebbe invedibile e più costoso. Perché oltre alle accise italiane “già pagate”, si sommerebbero quelle dello Stato spagnolo, rendendo ogni litro alla p***a decisamente più oneroso di quello prodotto dai concorrenti. Bisogna infatti considerare che ogni Stato pratica un proprio regime di accise, ed è una delle ragioni per cui si effettua la sospensiva dell'accisa durante il trasporto verso il mercato di destinazione, per non parlare delle dogane nei mercati extra-UE.

In conclusione, A Innantis, ma anche SNI e Mauro Pili che trattarono il tema, dovrebbero pertanto orientare la loro comunicazione politica nella (legittima) pretesa di far ottenere ai sardi prezzi più bassi, in ragione dei costi ambientali decisamente presenti nel nostro territorio per tali siti produttivi, ma evitando questi improbabili giochini delle tre carte.

Per risollevare le sorti dell'isola non esistono trucchetti o ricette magiche, esiste solamente un'ardua strada costellata di riforme molto serie che non possiamo evitare: una riforma della scuola, una riforma del fisco, della burocrazia e di altri settori che incidono nella bassa produttività e nell'incompetenza del nostro tessuto aziendale, e della sua scarsa capacità di creare ricchezza.

Tutto il resto sono favole, e perdite di tempo ed energie dietro battaglie populiste e immaginarie, che purtroppo a noi sardi piacciono tantissimo.

Di questa e altre mitologie ne ho già ampiamente parlato nel libro “Problemi economico-finanziari della Sardegna. L'isola può farcela da sola?” (Condaghes, Cagliari 2019). Ne consiglio la lettura a chi ancora non l'avesse fatto, è la prima e rimarrà per lunghi anni a ve**re una bussola per l'agenda delle riforme da portare avanti. Soprattutto un vademecum per separare i luoghi comuni dalla serietà delle iniziative politiche che dobbiamo intraprendere.

https://www.sanatzione.eu/2026/08/caro-carburanti-la-leggenda-delle-accise-saras-sulla-produzione/

Dal Trentino storica picconata allo Stato centrale, un esempio per tutti.Arriva il “principio dell'Intesa”: il Trentino-...
21/08/2026

Dal Trentino storica picconata allo Stato centrale, un esempio per tutti.

Arriva il “principio dell'Intesa”: il Trentino-Alto Adige Sudtirol ha ottenuto una storica riforma autonomistica che riaccende le speranze federaliste per una futura riforma dello Stato.

Mentre le attenzioni mediatiche dell'Italia erano tutte rivolte a faccende di secondo piano, dal caso Ranucci all'immobilismo della giunta 5 Stelle sarda, e l'indipendentismo sardo inseguiva delle pale eoliche, a Trento e Bolzano si siglava con Roma la prima destrutturazione del potere centrale.

Di cosa si tratta esattamente?

La novità non riguarda tanto le seppur importanti conquiste di nuove competenze in materie quali la tutela ambientale, il commercio e la valorizzazione delle minoranze linguistiche, quanto, notate bene, la limitazione delle prerogative statali nella vita giuridica e politica dell'autonomia territoriale.

Per la prima volta nella storia d'Italia è divenuto operativo il principio dell'intesa, che introduce un vero e proprio diritto di veto dell'Autonomia rispetto alle scelte dello Stato centrale.

Per capirne meglio la portata e i contenuti è necessario un piccolo excursus giuridico: lo scorso 23 giugno è entrata in vigore la Legge Costituzionale n. 2/2026 ("Modifiche allo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol").

Al suo interno è stato reso operativo il principio dell'Intesa, introdotto, è bene precisare – più simbolicamente che sostanzialmente – nel lontano 2001, con l'allora riforma del Titolo V° della Costituzione, vedasi art. 116, comma terzo.

Con l'introduzione della clausola dell'intesa, la modifica dello Statuto richiede l'effettivo consenso degli organi territoriali (il Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige e i Consigli provinciali di Trento e Bolzano). Di conseguenza, attenzione: oggi il Parlamento centrale non può più ridurre unilateralmente i livelli di autonomia senza l'accordo locale.

Cosa cambia dunque rispetto al passato?

Che il principio della sovranità inizia ad assumere concretamente basi condivise, perché se prima l'audizione delle autonomie territoriali era puramente consultiva, oggi diventa obbligatoria e vincolante, in quanto il loro consenso cancella l'unilateralità del legislatore statale. Lo Stato non potrà più procedere autonomamente rispetto alla volontà delle istituzioni locali.

Il lettore più attento avrà intuito che questo nuovo potere consentirà pure di superare più agevolmente lo scoglio della Corte Costituzionale di fronte a determinate controversie.

I nuovi poteri inoltre, nella fattispecie, si articolano su tre nuovi pilastri:

1. Eliminazione del limite delle "norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica".
Come funzionava prima: Tradizionalmente, le leggi provinciali approvate nelle materie di competenza autonoma dovevano comunque rispettare i principi posti dalle leggi di riforma economico-sociale dello Stato. Questo rappresentava un forte vincolo, poiché lo Stato poteva limitare l'autonomia locale semplicemente qualificando una nuova legge statale come "riforma economico-sociale".
Cosa cambia adesso: Questo limite viene completamente eliminato. Lo Stato non potrà più usare la leva delle riforme economico-sociali per imbrigliare o scavalcare l'autonomia legislativa della Provincia.
2. Riduzione del limite dei "principi dell'ordinamento giuridico" ai "principi generali".
Come funzionava prima: La Provincia doveva conformarsi all'insieme indistinto dei "principi dell'ordinamento giuridico dello Stato", una nozione molto ampia che consentiva spesso alla Corte Costituzionale di annullare leggi provinciali ritenute non in linea con norme dello Stato.
Cosa cambia adesso: Il vincolo viene circoscritto e ridotto ai soli "principi generali". Si tratta di una formulazione più restrittiva e meno invasiva, che lascia maggiore margine di manovra e flessibilità al legislatore provinciale per approvare norme a misura del proprio territorio.
3. Definizione della competenza primaria come "esclusiva".
Come funzionava prima: La potestà legislativa provinciale veniva solitamente definita come "potestà primaria".
Cosa cambia adesso: La competenza primaria viene esplicitamente qualificata dal punto di vista giuridico come "esclusiva". Questo rafforza l'idea che, nelle materie di propria spettanza (come quelle elencate negli altri punti della riforma, ad esempio ambiente o commercio), la Provincia ha un dominio riservato e pieno in cui la legge statale ordinaria non può interve**re.

Tutto bene dunque?

Non proprio. Per due ordini di motivi: uno attinente alla cultura statale, ed uno attinente alla cultura del regionalismo italiano.

Il primo è chiaro a tutti, Roma è ancora ben lontana dall'immaginare una riforma dell'architettura dello Stato in chiave federale, anche se oggi ne ha posato un primo piccolo mattone.
La cultura politica centralistica affonda le radici nella storia del nostro Paese e, per la maggiore, continua a prevalere l'idea che il successo delle nostre comunità passi inevitabilmente da uno Stato centrale forte in grado di coordinare ed imporsi nelle articolazioni periferiche. Queste ultime interpretate non come entità territoriali da valorizzare nella loro diversità, ma da omogeneizzare al centro. Un retaggio ottocentesco del nazionalismo italiano, come se da Bolzano a Lampedusa potessero funzionare ricette identiche partorite a Roma: fiscalità, contrattazioni collettive, etc.

Il secondo attiene alla cultura politica delle classi dirigenti operanti nelle nostre regioni, che non vanno interpretate come un corpo distinto rispetto a quelle centrali, ma ne sono conseguenza e complemento.

In altri termini, non ignoriamo che oggi parte dei gravi problemi dell'Italia non derivano unicamente dalle scarse riforme centrali, incluse quelle mancate nella riqualificazione della spesa pubblica, ma nell'azione delle inefficienti e assistenziali politiche regionali.

La Sardegna esprime al meglio tutta l'evidenza di questo deficit di sviluppo, poiché la sua classe dirigente, di destra e sinistra, appare culturalmente protesa – non a lavorare su politiche di crescita della ricchezza e di limitazione dei trasferimenti di risorse dal centro – ma appare irresponsabilmente impegnata a conservarne il carattere assistenziale per tutelare il proprio potere.
Uno Stato centrale produce inevitabilmente classi politiche locali deresponsabilizzanti nei confronti di imprese, servizi e cittadini, poiché le seconde non sono strutturalmente obbligate ad operare per un'allocazione più intelligente, e destinata al libero mercato, delle risorse pubbliche. Basti pensare, un settore su tutti, ai disastri della sanità, tra spaventose voragini di bilancio e pericolosi disservizi per la salute pubblica.
O pensiamo ancora alla diffusa cultura NIMBY, dove le grandi infrastrutture vengono spesso osteggiate in nome di farfugliati particolarismi, ben poco utili sia all'economia locale che al generale benessere dei popoli della Repubblica.

A ciò si aggiunge anche la totale inconsistenza delle politiche “nazionaliste” locali, nella misura in cui, ben diversamente da catalani o scozzesi, gli esponenti del sardismo e dell'indipendentismo sardo, come ben osservato da Mario Carboni (PSD'AZ), tendono ad occuparsi di battaglie di retroguardia al posto di sviluppare un serio percorso riformista di governo.

Oggi l'azione dei sudtirolesi dimostra che gli spazi e i margini per un sano riformismo di governo esistono. Non è più utopico o improbabile pensare di approcciarsi con profitto alle grandi riforme.

https://www.sanatzione.eu/2026/08/dal-trentino-storica-picconata-allo-stato-centrale-un-esempio-per-tutti/

Make Sardinia great again: l’ultima illusione di un popolo allo sbando.Tenete i bimbi lontani dalle finestre e chiudete ...
10/08/2026

Make Sardinia great again: l’ultima illusione di un popolo allo sbando.

Tenete i bimbi lontani dalle finestre e chiudete le tende, il popolo degli algoritmi marcia in strada al passo dell'oca. Si odono latrati imperativi: “Vincere, e vinceremo!”. Mancano solo le torce in fiamme, al loro posto si usa la luce degli smartphone.

Prendo spunto da un'immagine satirica di Massimo Aresu per sviluppare un ragionamento sulla drammatica situazione politica che stiamo attraversando. Ma prima di parlare della Sardegna è necessaria una premessa.
Ricordo bene quando SaNatzione nel 2005 contestava il folk-ribellismo, invitando i politici indies ad indossare giacca a cravatta, ad aprire qualche libro e ad uscire da ideologie post-marxiste. Ma nell'era dei social MAGA, forze neppure troppo occulte operano per destabilizzare l'Europa: gli algoritmi penalizzano la stampa ed esaltano i reels dell'uomo qualunque che vanno in tutt'altra direzione. E ne avremo per almeno altri due anni o più.
L'uomo qualunque nella propria cameretta teorizza improbabili complotti di Bruxelles a danno del popolo vergine e immacolato.
Sedicenti congiure a base di “vaccini supportati da Bill Gates” contro uomini e bovini, orde di migranti africani sorosiani, pale eoliche “sioniste”, scie chimiche, riarmi “neonazisti” che sottraggono risorse alla sanità e vorrebbero colpire una “Russia pacifista” altrimenti disposta a regalarci gas per cucinare a fuoco lento i nostri prosciutti. Quelli che mettiamo sugli occhi tutti i giorni per fingere che non stia accadendo nulla di rilevante.
Solo in parte partono da problemi reali, amplificandoli e deviandone ogni idonea soluzione, o evitando problemi ben più prioritari.

Sul web dilagano gruppi, bot e pagine varie che incitano alla ribellione contro l'ordine costituito. Tra i titoli: “Uniamoci tutti!”, “Prendiamo i forconi” e altre stupidaggini senza pari. Rappresentano la chiamata alle armi per una media borghesia impoverita, e dei giovani senza futuro aggrappati alla spesa pensionistica dei loro tutori, e non certo a causa di qualche fantomatico complotto ebraico, ma dall'assenza di riforme e della capacità di rimanere competitivi con le economie più avanzate del globo. Economie che sarebbero abbastanza felici di disarticolare un big geopolitico come l'Unione Europea, pur di controllare meglio Stati altrimenti minori e alla loro mercé: chi per ragioni di imperialismo economico, e chi per ragioni di imperialismo militare a danno dei nostri vicini.
Ultimamente, persino l'Iran, la Cina e la Corea del Nord hanno iniziato ad impestare i nostri smartphone di contenuti “simpatici” sui loro paesi. Forme moderne di soft power.
I reels sul dramma di Gaza servono a coprire le impiccagioni dei giovani iraniani nelle pubbliche piazze, mentre quelli sulle donne nordcoreane che giocano a palla servono a coprire decenni di fame e dittatura tuttora presenti. Servono per incutere in noi il germe del dubbio e relativizzare i successi delle nostre democrazie rispetto ai disastri dei loro regimi.

Tutti lavorano per complicare la vita alle politiche moderate, centriste e riformiste del nostro vecchio continente, al fine di supportare i fondamentalisti di destra e sinistra che vivono tra noi, e che sfruttano questa fantastica finestra d'opportunità in termini di visibilità.
Una minaccia senza precedenti alla nostra stabilità e sicurezza che non si palesava neppure ai tempi della guerra fredda.

In questo quadro la Sardegna non viene affatto risparmiata, ma anzi, dato il nostro tasso di dispersione scolastica e di bassa alfabetizzazione in una varietà di argomenti, siamo divenuti la prima linea di questi attacchi ibridi al nostro territorio. Ci troviamo sul fronte di una nuova forma di guerra, ma non ce ne siamo ancora resi conto.
Gli influencer si moltiplicano come funghi, nascono gruppi più o meno interessati ad una determinata vertenza, totalmente privi di contenuti, ma utilizzati unicamente per diffondere chiasso e indignazione sociale, a prescindere dal tema trattato, giusto o sbagliato che sia.
Non conta come risolvere un problema, conta semplicemente esserci e inveire contro le autorità. E se il problema non c'è, o non esiste nei termini in cui lo si auspica, lo si crea a base di disinformazione. Basti pensare al progetto “Einstein Telescope” previsto a Lula, nel nuorese. Un progetto di caratura internazionale, i cui pro e contro andrebbero discussi, non con le bombe né simpatizzando con chi le mette, ma attorno ad una tavola rotonda tra esperti, amministratori e cittadini. Un lavoro che oggi cerca giustamente di argomentare Giuseppe Melis Giordano (UNICA), per disinnescare sciocchi complottismi.

Ultimamente si sta sviluppando persino un'avversione ad un progetto di Data Center nel Sulcis, ossia di infrastrutture fondamentali per la competizione globale, da cui non possiamo rimanere tagliati fuori. E c'è chi sta diffondendo la bufala che questi sarà costituito da “10 GW”, una dimensione colossale rispetto invece ai 100 MW previsti.

Il populismo nell'era della manipolazione digitale ha però un antico collante: il nazionalismo su base etnocentrica.
Non a caso, per il sardo medio che segue i vari Savonarola del XXI° secolo, qualsiasi investitore giunto dal mare va considerato un turpe “speculatore”. Si è richiamato l'antico adagio “furat chie benit dae su mare”.
E in un contesto del genere, non solo diventa molto difficile combattere democraticamente contro le consolidate consorterie politiche che hanno devastato il nostro territorio a suon di assistenzialismo, ma risulta ancor più difficile parlare di riforme nel momento in cui si moltiplicano questi nuovi demagoghi orientati a proporre lo stesso assistenzialismo e la stessa desertificazione economica, seppur in salsa identitaria.

Intendiamoci, i registi di queste operazioni non mirano necessariamente a portare i loro utili idioti nella poltrona più alta di un governo centrale o di un governo locale: mirano ad influenzare le logiche bipolari che sottendono al posizionamento elettorale. Non bisogna sostituirsi a partiti che viaggiano sul 20% dei consensi, conta semplicemente influenzarli affinché facciano o non facciano determinate scelte politiche. E le logiche NIMBY, nel nostro caso, possono riuscirci, frenando o arrestando del tutto un'evoluzione economica del nostro territorio.

Apro il video di un noto indipendentista sardo su Facebook, e questi dice: “Solo tramite la lotta del presidio territoriale possiamo condizionare la politica al rispetto dei nostri interessi”.

Il pensiero rappresenta un classico dell'ideologia movimentista che permea le sigle identitarie sarde.
Vi è l'idea, molto ingenua, che una manifestazione da sola possa risolvere problemi strutturali, i quali invece richiedono organiche riforme.
Una manifestazione potrebbe pure vincere una battaglia su un determinato argomento, come a Cala Finanza, ma la “guerra” si vince nella capacità di governare e di riformare la pubblica amministrazione, il fisco, la scuola, e soprattutto, i nostri poteri autonomistici.
Il movimentismo, pertanto, dovrebbe essere solamente un corredo ad un'ampia strategia riformista, e non l'elemento dominante della sua azione politica.

Lo scienziato cognitivo Donald T. Hoffman, nel suo saggio “The case against reality” (2019), ci ha insegnato che la natura ha impostato anche le percezioni umane nella capacità di ignorare dati e fatti reali. E questo spesso ci porta ad inseguire chimere, dedicando tempo ed energie a falsi problemi, o problemi secondari. Un fenomeno che nella prima linea della guerra ibrida subita in Sardegna conosciamo benissimo.

Movimenti come “Surra” e mille altre piccole formazioni collettive locali, nate per lo più sulla scia delle reti social, devono condurre un riesame al proprio interno, aprendosi alla responsabilità di usare la popolarità ottenuta senza diffondere fake news o messaggi insidiosi capaci di incendiare la già latente tensione sociale spingendola verso linee autolesioniste.
Agli osservatori esterni, invece, spetta il compito di elaborare proposte politiche in grado di incanalare il dissenso verso percorsi condivisi e riformistici.

https://www.sanatzione.eu/2026/08/make-sardinia-great-again-lultima-illusione-di-un-popolo-allo-sbando/

Angioy, un'avventura sarda - Intervista alla saggista Adriana Sabouret.Adriana Valenti Sabouret è la protagonista della ...
29/06/2026

Angioy, un'avventura sarda - Intervista alla saggista Adriana Sabouret.

Adriana Valenti Sabouret è la protagonista della riscossa storiografica della Sardegna.
Il suo lavoro ed i suoi libri hanno incredibilmente svelato decenni di inerzia attorno alle vicende avvenute tra Parigi e l'isola sulla fallita rivoluzione sarda e gli eventi di portata internazionale che la riguardarono, tra Settecento ed Ottocento.

Per oltre due secoli in Francia sono rimasti depositati importanti documenti che testimoniano i rapporti diplomatici, politici e di intelligence intercorsi tra i protagonisti di quei moti, il governo francese e la società parigina, inerenti la lotta al feudalesimo e al potere sabaudo. Una battaglia evolutasi sino all'idea di creare un'autentica repubblica sarda, ma tramutatasi in esilio per Giovanni Maria Angioy e la sua cerchia.
Diverse le iniziative di presentazione del lavoro di Sabouret già intraprese, tra cui quella al Circolo Culturale “Sardegna” di Monza, e quelle nelle città di Sassari e Bono.

Ne parliamo con l'autrice, a cura di Adriano Bomboi e Gianraimondo Farina.

- Quando pensiamo al tramonto di Giovanni Maria Angioy, una vecchia bibliografia ci ha abituati a pensare ad un uomo perito in esilio e in solitudine.
Cosa accadde realmente?

Allorché Angioy ottenne il passaporto per la Francia, che gli fu rilasciato dalla Repubblica di Genova, era un uomo di quarantadue anni già provato dagli eventi della Sarda rivoluzione conclusisi con la sua fuga dall’Isola.
Giunto a Parigi dopo varie soste in Italia e nel sud della Francia, divenne il responsabile dei rifugiati politici sardi in Francia. Il Direttorio gli concesse un assegno da capo dei patrioti sardi, assegno che gli bastava appena per sopravvivere. A Parigi, Angioy non cessò di redigere memoriali per chiedere al Direttorio e a Napoleone Bonaparte un intervento militare in Sardegna al fine di abbattere il feudalesimo e la monarchia per costituire una Repubblica sarda sotto il protettorato francese.
Intessè e rinforzò altresì relazioni diplomatiche e politiche con personaggi di spicco come Talleyrand, Coffin, Ginguené… Nel frattempo, gli giungevano dalla Sardegna drammatiche notizie come il fallimento dell’audace impresa del sacerdote di Torralba Francesco Sanna Corda, cappellano della madre di Napoleone, e del notaio cagliaritano Francesco Cillocco. Entrambi furono trucidati e perirono come martiri.
L’amarezza per la feroce repressione sabauda dei suoi seguaci ad opera del giudice Giuseppe Valentino in Sardegna era grande e contribuì a rendere tristi i suoi ultimi anni di vita.
A Parigi, Angioy visse in armonia con la maggior parte dei rifugiati sardi nella capitale francese. Aiutò finanziariamente personaggi come il grande professore in medicina nativo di Arbus Pietro Antonio Leo.
Fu a sua volta aiutato da una giovane vedova francese, Catherine Dupont, che gli anticipò molte spese di vitto, alloggio, medicinali e fatture infermieristiche, senza dimenticare i costi del suo funerale e della sua tomba, sempre da lei sostenuti.
Non mancarono momenti difficili e cocenti delusioni.
Angioy morì sereno ma allettato e reso cieco dalla malattia. Le sue ultime parole furono dedicate alla sua amata Sardegna.

- Proprio su questi temi, il suo libro "Rivoluzionari sardi in Francia" è un capolavoro di aggiornamento storiografico sulla "sarda rivoluzione" e sul tramonto, in terra francese, dei personaggi che la animarono.
Uno degli uomini chiave, che funse da raccordo coi nostri connazionali, fu indubbiamente Antoine Coffin. Che ruolo ebbe in quegli eventi?

Ringrazio, innazitutto, per il lusinghiero apprezzamento sul mio saggio. E anche per aver evocato un personaggio, Antoine François Constantin Joseph Coffin, di cui sarebbe bello saperne di più. Fu Console francese a Cagliari, ammirò e strinse legami di amicizia con Giovanni Maria Angioy, al punto da diventarne l’esecutore testamentario. Molto attivo nella vita politica francese, fu oggetto di una campagna denigratoria, in quanto giacobino, volta a distruggergli la carriera.
Coffin, che aveva conosciuto bene la Sardegna, perorò la causa di Angioy e dei suoi seguaci, redigendo un Memoriale che ho rinvenuto presso gli archivi della città di Lyon, negli incartamenti del cardinale Fesch, zio di Napoleone Bonaparte, insieme al Memoriale di Francesco Sanna Corda.
Ritroviamo le tracce di Coffin, come preannunciato, nel testamento di Angioy che lo definisce suo amico e lo prega di accettare, quale suo ricordo, un diamante del valore di settantadue franchi.
Angioy, alla sua morte, lasciò alla vedova Catherine Dupont tutte le sue carte che la donna fece recapitare all’esecutore testamentario Coffin.
Quest’ultimo, tuttavia, si spense nello stesso anno - il 1808 - a soli 39 anni, appena 9 mesi dopo la morte di Angioy. E nulla sappiamo della sorte delle preziose carte angioyane.
Il 2 marzo del 1808 Coffin dedicò al suo amico sardo un commosso e vibrante elogio che traduco dal francese: «Signore - scriveva rivolgendosi al redattore del “Courrier de l’Europe et des spectacles“- ho appena perso un amico sincero, la società un uomo virtuoso, la Sardegna un distinto cittadino, che ha sacrificato i suoi beni e la sua vita per migliorare la sorte della sua Patria».
Per concludere, Coffin fu uno dei personaggi-chiave che introdusse Angioy in Francia, insieme ai “cittadini“ Belleville, Faypoult, Ginguéné, Jacob, Laurier, Guys, Thainville, Saliceti, Pietri e parecchi altri. Tutti loro si fecero garanti presso la Repubblica francese, del grande senso civico di Angioy, degl’immensi sacrifici che aveva prodigato per la Sardegna, al fine di procurare la libertà alla sua amata patria.
Senza il sostegno e l’appoggio di tali personaggi, la vita di Angioy e degli altri esuli a Parigi sarebbe stata ancora più grama.
Alla morte del capo carismatico della Sarda rivoluzione, Catherine Dupont dichiarò di aver inviato la partecipazione di morte contenente l’invito a partecipare ai funerali e alla sepoltura di Angioy, ai numerosi “ministri“ che gli avevano recato visita durante la malattia e l’agonia. Fra questi, il nome di Coffin avrà senza dubbio spiccato.

- Segnaliamo che in questo periodo arriva la sua ultima fatica letteraria, cosa ci attende nel nuovo libro?

Il mio nuovo romanzo è la storia di Pietro Antonio Leo, un bambino precoce e di raro acume che, grazie alla sua intelligenza e alla forza di volontà, trascese le tradizioni agricole dei genitori e di Arbus, per assurgere a professore di Medicina nella Cagliari sabauda.
Il romanzo, come indicato dal titolo, illustra i viaggi da lui compiuti “in continente“ e in Francia, tracciando la storia dei progressi medici in epoca illuminista.
Nel romanzo, l’intimo incontra la storia poiché ogni notizia è il frutto di ricerche storiche archivistiche.
Numerosi i temi affrontati come l’amicizia, l’amore, la libertà, i conflitti interiori, la medicina, il progresso sociale...
Il libro contiene la descrizione delle molteplici città visitate dal Leo, ma il paesaggio principale è quello dell’anima che ho esplorato tentando di fornire un’interpretazione della condizione umana.
Mi auguro di aver saputo dosare il lirismo e la verità storica per offrire una piacevole lettura a chi desidererà accostarvisi.

- Facciamo un passo indietro, in che modo è venuta a contatto per la prima volta con la Sardegna?

Il mio primo contatto fisico con la Sardegna risale al 2007, data di un viaggio alla scoperta dell’isola che mi incantò istantaneamente. Provai la sensazione ambivalente di scoprire un luogo nuovo con un’anima antica, un’anima che mi combaciava alla perfezione. La Sardegna piacque anche alla mia famiglia e, da allora, tornammo ogni anno fino a fissarci ad Alghero. Dal punto di vista letterario, lessi molti libri sulla Sardegna, classici e contemporanei, ne studiai la storia, visitai anche e soprattutto i luoghi studiati e non battuti dai sentieri turistici.
Così, dal 2007, la Sardegna fa parte integrante della mia vita: mi informo, ne scrivo, frequento amici sardi. A Parigi, partecipo attivamente alla vita dell’associazione Sardos in Paris con cui co-organizzo eventi relativi alle mie ricerche; naturalmente, partecipo alle loro interessanti manifestazioni culturali il cui scopo è creare un ponte fra l’Isola e la Francia.
In Sardegna, sono legata a molte altre associazioni, fra le quali Assemblea Natzionale Sarda che ha molto a cuore la Sarda rivoluzione.

- Torniamo ad Angioy: ritiene plausibile un futuro ritrovamento della tomba di Angioy? Come si è sviluppata sinora la sua ricerca storica negli archivi francesi?

Considerando il numero di anni che ho dedicato alla ricerca della sepoltura di Angioy, mi sento in grado di dire che il ritrovamento della tomba di Angioy sarebbe quasi un evento miracoloso.
Ciò che posso affermare, invece, alla luce dei documenti rinvenuti e delle ricerche effettuate, è che Giovanni Maria Angioy non fu mai sepolto al Père-Lachaise, in quanto esistono i registri cimiteriali per l’anno 1808.
Data l’area geografica parigina in cui si spense, il cimitero di riferimento potrebbe essere Montmartre, ma i registri di quest’ultimo cominciano solo a partire dal 1825.
La mia ricerca storica si è effettuata in forma del tutto personale e volontaria.
Gli Archivi, le biblioteche, i registri parrocchiali e cimiteriali da me visitati e interrogati sono molto numerosi e indicati proprio nella bibliografia del mio saggio “Rivoluzionari sardi in Francia. Personaggi e documenti“.

- In mancanza della salma dell'Alternos, sarebbe opportuno portare a Parigi eventi come "In sos logos de Angioy"? E a suo avviso in che modo le vicende del nostro celebre esule potrebbero essere valorizzate dal mondo dell'emigrazione sarda?

Sì, ritengo che iniziative come “In sos logos de Angioy“ troverebbero a Parigi un luogo assolutamente adatto, poiché sia Angioy che molti altri esuli sardi, suoi amici e seguaci, vi vissero gli ultimi anni di vita, agendo per la Sardegna, e vi morirono.
Il mondo dell’emigrazione sarda va coinvolto - proprio come i sardi che vivono ancora nella propria isola - in tutte le iniziative concernenti la memoria storica della Sarda rivoluzione. Celebrazioni, eventi letterari, festeggiamenti per Sa Die de Sa Sardigna, convegni...dovrebbero coinvolgere tutti i Circoli e le Associazioni sarde sparse nel mondo in modo da mantenere viva la memoria storica della Sardegna anche fra le nuove generazioni.

- Ritiene che il pensiero ed il movimento angioyano possano essere d'attualità per la Sardegna e l'Italia del presente?

Domanda molto stimolante, grazie.
Benché l’attualizzazione di un pensiero e movimento del passato risulti spesso operazione difficile da realizzare, ritengo che, nel caso di Angioy e dei suoi seguaci, sia
possibile.
Studiando il Memoriale del capo carismatico della Sarda rivoluzione, sono sempre stata colpita da una sua citazione che vi sintetizzo: «La Sardegna ben amministrata sarebbe uno degli Stati più prosperi d’Europa.»
Ai tempi di Angioy, ciò significava che, malgrado le numerose risorse dell’Isola vantate
nello stesso Memoriale del 1799, il feudalesimo ostacolava lo sviluppo dell’agricoltura, dell’industria e del commercio, opprimendo il popolo.
Ai nostri giorni, è possibile continuare ad affermare che la Sardegna possieda grandi risorse che andrebbero rispettate, curate e valorizzate tramite una maggiore conoscenza dell’Isola, dei suoi abitanti e delle loro esigenze e priorità.
Traslando la riflessione su un piano più prettamente morale, il valore di giustizia sociale e di uguaglianza che tanto preoccupavano Angioy, rimangono temi attuali e dibattuti nel cuore della politica, direi anche mondiale. La stessa critica al governo che attribuiva gl’impieghi di lavoro più prestigiosi ai piemontesi potrebbe essere comparata al nepotismo che affligge la politica odierna.
L’amore, l’abnegazione che Angioy e i suoi seguaci mostrarono alla Sardegna e ai sardi, sacrificando le famiglie, il benessere morale e materiale e le loro stesse vite, sono valori che ancora oggi ammiriamo.
Angioy e la maggior parte dei suoi sodali lottarono per una classe sociale a cui non appartenevano, avendo come scopo il progresso della Sardegna.
Considero quindi il pensiero angioyano estremamente moderno e applicabile oggi, momento storico in cui si desidera più che mai una classe politica sensibile, attenta ai bisogni del popolo e mirante al progresso sociale del Paese.

https://www.sanatzione.eu/2026/06/angioy-unavventura-sarda-intervista-alla-saggista-adriana-sabouret/

Indirizzo

Cagliari
09121

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