18/03/2020
Grotowsky è stato una delle figure di spicco del Teatro del Novecento. Il suo teatro è definito “Teatro Laboratorio” e rappresenta un vero e proprio centro di ricerca introspettiva. Dunque, “laboratorio” è inteso non tanto come luogo quanto come lavoro, dal momento che rappresenta un’occasione per crescere nella certezza che l’aspetto più importante dell’esperienza teatrale sia da rintracciare nel processo e non nel prodotto finale (Oliva, 1999). Per il regista polacco il fulcro della prospettiva è una ricerca della verità di sé stessi, espressione autentica del potenziale umano. Formare un attore non significa insegnargli qualcosa ma togliergli qualcosa, utilizzando la “via negativa”. Significa rimuovere le sue barriere psichiche e fisiche. Per arrivare a questo risultato, l’attore deve compiere una serie di esercizi, che gli consentano di entrare in contatto diretto con il proprio corpo. Gli esercizi sono formulati come strumento per attivare la creatività dell’attore e per liberarlo da tutta una serie di cliches che nascondono la sua vera natura. Per Grotowski le forme del comportamento corrente e “naturale” non permettono alla verità intrinseca, di ciascuno, di emergere. Per dimostrare questo, riporta l’esempio di una persona che quando si trova in una situazione limite, come ad esempio una situazione di terrore o di contentezza smisurata, non si comporta “naturalmente” ma utilizza una serie di segni ritmicamente articolati che sfuggono ai confini della normalità convenzionale. Questi “segni” non sono dei semplici gesti banali, sono delle espressioni integrali, degli sprazzi di verità. In breve, l’obiettivo a cui aspira il regista polacco, è quello di svelare la purezza dell’impulso. Nello sforzo di liberarsi della maschera imposta dalla società e dalla vita, il teatro diventa il mezzo per lacerarla, sfidando le immagini i sentimenti e i giudizi stereotipati comunemente accettati, e permettendo di mettere a n**o se stessi. Questo è il Teatro povero. Dove “povertà” si identifica nel suo contrario. Si, perché il teatro povero, in realtà, è ricco di essenza. L’essenza della verità interiore. È proprio qui che possiamo scorgere la funzione terapeutica del teatro per la civiltà attuale. Una civiltà caratterizzata da tensioni, ritmi frenetici, dove si assumono una quantità di maschere che celano le motivazioni più profonde del nostro essere. Una società ricca di cliches, di ruoli da assumere, dove vi è l’abitudine alla razionalità ma al contempo si è portati a soddisfare le pulsioni irrazionali più profonde…