31/08/2026
Per la rubrica Cultura a Vapore, oggi vi presentiamo Anais Noir, cantante, frontwoman e bassista dei Poison Garden. La sua intervista ha un sapore speciale perché Anais esprime dolcezza, sicurezza, fascino e profondità non solo attraverso la musica ma anche tramite le sue parole.
I Poison Garden, dal 2013, regalano sonorità rock vestite di eleganza gotico-vittoriana unita alla stravaganza e all’esplosività dello steampunk.
I Poison Garden, iniziando da Roma, si sono esibiti su importanti palchi in giro per il mondo: l’Aethercircus Festival di Amburgo, lo Steampunk World Fair di New York, il Beaumonde Festival di Zurigo, l’Asylum di Lincoln, portando non solo la loro musica ma anche un intrigante spettacolo.
Ringraziamo tantissimo Anais Noir dei Poison Garden per il grande entusiasmo con cui ha accettato l’intervista e, soprattutto, per il cuore che ci ha messo.
Correte sulle loro pagine a godervi la loro musica!
-Parlaci di te e dei Poison Garden. Come vi siete conosciuti e come avete definito la vostra estetica e il vostro sound? Chi ha proposto lo steampunk al vostro gruppo?
Il progetto Poison Garden è nato in modo molto spontaneo dalla collaborazione artistica e personale con il precedente chitarrista Damiano Bianchi. Ci siamo incontrati nella vita attraverso la musica e, soprattutto, attraverso un immaginario comune: la fascinazione per ciò che è decadente, romantico, teatrale e fuori dal tempo. All’inizio non c’era l’idea di “fare steampunk” a tavolino; c’era piuttosto il desiderio di creare un mondo sonoro particolare e un live show unico ed evocativo.
Lo steampunk è arrivato come linguaggio perfetto per esprimere quella fusione tra eleganza vittoriana, inquietudine gotica ed energia rock.
Anche il nostro sound nasce da questa miscela: melodie evocative, atmosfere cinematiche, momenti aggressivi e altri molto intimi. Non ci interessa appartenere rigidamente a un genere, ci interessa costruire esperienze.
-Come si è evoluto il tuo stile musicale, qual è stato il tuo percorso nel mondo della musica?
Il mio percorso è stato molto vario. Ho studiato, lavorato in contesti molto diversi e collaborato con artisti appartenenti a mondi musicali differenti. Questo mi ha insegnato tantissimo: tecnica, adattabilità, ascolto.
Per anni ho lavorato per altri artisti, imparando a entrare in universi sonori non miei e a comprenderli profondamente ma, a un certo punto, ho sentito il bisogno di costruire qualcosa che avesse una mia identità precisa.
Credo che il mio stile oggi sia il risultato di tante contaminazioni: rock, darkwave, musica teatrale, cantautorato emotivo, suggestioni cinematografiche. Col tempo ho smesso di avere paura di essere “troppo”. Troppo intensa, troppo estetica, troppo emotiva. E lì ho trovato davvero la mia voce e il mio universo artistico.
-Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con la tua musica e, in questo senso, qual è il pezzo che ci riesce meglio? Com’è nato questo brano?
La mia musica parla spesso di trasformazione. Del fatto che anche le fragilità, le ossessioni e le ferite possano diventare qualcosa di bello, potente, persino elegante.
Penso che uno dei brani che rappresenti meglio questo concetto sia “Fragile as Porcelain”. È un pezzo molto introspettivo, nato in un periodo in cui riflettevo molto sulla differenza tra il modo in cui mi vedono gli altri e come invece io mi sento nel mio intimo. Decisa e determinata ma anche e soprattutto fragile e delicata.
-C’è stata un’esibizione o un concerto nel quale hai sentito che il pubblico fosse sulla tua stessa lunghezza d’onda, un momento in cui hai sentito una vera connessione con chi ti ascoltava?
Sì, ed è una sensazione molto difficile da spiegare. Succede quando smetti di percepire il palco come una separazione e senti che si crea una specie di rituale.
Mi è capitato di suonare in festival molto grandi con 5 o 10 mila persone ma amo particolarmente i concerti acustici in location intime, in cui c’è uno scambio più diretto con le persone. Ricordo una recente esibizione nella quale, a un certo punto, non so per quale motivo ho avuto istintivamente l’idea di chiedere alle persone del pubblico di prendersi per mano. Nel brano che stavo cantando il testo diceva “è tempo di darsi le mani”, nel senso che due persone fragili possono sostenersi a vicenda e improvvisamente tutti si sono presi per mano. È stato come assistere a un’opera di arte contemporanea nata lì, in quell’istante: la canzone aveva smesso di essere solo musica ed era diventata realtà.
In quei momenti capisci che le persone non stanno semplicemente ascoltando musica: stanno entrando nel tuo mondo e ti stanno permettendo di entrare nel loro.
Per me quella è la parte più preziosa del live.
-C’è stato, invece, un episodio negativo o buffo durante un concerto?
Ovviamente sì, credo sia inevitabile. Una volta, in occasione del mio primissimo tour nel 2012 mi sono rivolta al pubblico menzionando la città dove avevamo in realtà suonato la sera precedente suscitando qualche risata anche tra gli altri membri della band. Non ero ancora abituata a suonare in posti così lontani tra loro in un tempo così ravvicinato.
Ma in realtà mi piacciono anche questi momenti, perché rompono la perfezione e ti ricordano che il live è qualcosa di vivo, imprevedibile e umano.
-Tu sei un’insegnante di canto. Come reagiscono i tuoi studenti quando scoprono la tua anima vittoriana?
All’inizio spesso rimangono sorpresi, soprattutto le persone che mi conoscono prima nel contesto didattico. Poi però credo capiscano che le due cose sono assolutamente compatibili.
Per me insegnare canto non significa solo trasmettere tecnica ma aiutare le persone a trovare una voce autentica. E credo che il fatto di avere un’identità artistica così forte renda anche il mio approccio più sincero e umano.
In fondo il messaggio è: non abbiate paura di essere come siete, nella voce e nella vita.
-Il 1800 era un’epoca di profonde restrizioni per le donne. Senti mai la responsabilità di riscattare le donne attraverso la reinterpretazione ucronica che è possibile con lo steampunk o vivi la tua musica con leggerezza?
Personalmente vivo la musica come un manifesto politico esplicito ma inevitabilmente dentro lo steampunk esiste la possibilità di riscrivere certi ruoli sociali.
Mi affascina l’idea di prendere un’estetica legata a un’epoca rigidissima e trasformarla in uno spazio di libertà creativa. Le figure femminili steampunk spesso sono inventrici, capitane, scienziate, rivoluzionarie. Questo ribaltamento mi ispira molto.
Quindi sì, c’è anche una sottile forma di riscatto simbolico. Ma senza perdere il piacere del gioco, della fantasia e della teatralità.
-Continuiamo a parlare di femminilità. Come vivi il tuo essere donna nel panorama musicale? Per te è una forza o un impedimento?
È una forza, anche se a volte il mondo musicale può ancora avere dinamiche complicate. Ho imparato però che la femminilità non deve necessariamente adattarsi alle aspettative degli altri.
Mi piace poter essere elegante e aggressiva, romantica e inquietante, tecnica e istintiva allo stesso tempo. Non sento il bisogno di scegliere un solo modello.
Anzi, credo che proprio questa complessità, insita in ogni identità di genere e non solo nell’universo femminile, sia la nostra forza più grande.
-Cosa c’è nello steampunk che riesce a darti ispirazione?
La contaminazione. Il fatto che nello steampunk convivano modernità e tradizione, tecnologia e manualità, bellezza e caos.
È un immaginario che lascia enorme spazio alla creatività perché non è solo estetica. Ogni dettaglio sembra raccontare una storia. Nello steampunk puoi essere chi desideri: un inventore visionario, una regina decadente, una strega vittoriana o un esploratore di mondi impossibili. È un universo in cui l’identità diventa gioco, racconto e libertà di immaginarsi oltre i confini della realtà, Per chi ama creare universi artistici è una fonte inesauribile.
-Trovi più ispirazione nello steampunk o nel vittoriano?
Direi nella tensione tra i due. Il vittoriano da solo mi affascina per l’eleganza, il romanticismo e l’ossessione per il mistero. Lo steampunk invece introduce la ribellione, l’anomalia, l’immaginazione alternativa.
È proprio il contrasto che mi ispira: la raffinatezza che incontra un universo alternativo e meno “rigido”.
-La domanda finale di rito per Cultura a Vapore: qual è la tua personale definizione di steampunk?
Per me lo steampunk è la capacità di reinventare il passato per parlare del presente.
È un’estetica che usa ingranaggi, vapore e abiti vittoriani che rimandano al passato, certo, ma che consente di affrontare temi profondamente moderni, come il rapporto con la tecnologia, immaginandola come uno strumento al servizio dell’essere umano e non come una forma di schiavitù. Attraverso quell’immaginario rétro e fantastico possiamo parlare di libertà, identità, progresso e del bisogno di restare umani anche in un mondo che per certi aspetti sta diventando sempre più artificiale, riscoprendo proprio in questa dimensione immaginifica la possibilità di scegliere consapevolmente chi vogliamo essere e come vogliamo vivere le nostre vite.