Bussana Vecchia

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La collinetta ripida è piena di case addossate aggrappate le une alle altre; quelle in basso, verso sud e ponente, mante...
12/09/2012

La collinetta ripida è piena di case addossate aggrappate le une alle altre; quelle in basso, verso sud e ponente, mantengono l’aspetto di mura alte con poche finestre. La “Montà” è l’unica entrata del paese, con una porta in basso e una in cima, la vecchia porta del comune. Subito fuori la cinta ora c’è anche la nuova chiesa. Intorno ad essa olivi e vigna, qualche antico casale.
La popolazione è di circa 300 abitanti.
Appena iniziata la salita della “Montà”, ora delimitata da case da una parte e dall’altra, un vicoletto si staccava perpendicolarmente a sinistra e dava accesso al primo piano delle case che sorgevano sulla piazza della chiesa, ma avevano da questa solo l’ingresso al piano terreno.
Nella prima casa, cioè appena iniziato il vicoletto, c’era la sede del comune con le finestre sulla piazza; a fianco una stanza era la sede della Confraria dello Spirito Santo. Sotto di essa v’era un forno, sempre di proprietà comunale affidato alla Confraria.
Queste case avevano l’ingresso dal dentro della porta che chiudeva la “Montà” alla base; esse costituivano dunque una seconda cerchia di mura.

Al principio del secolo XVI l’inizio in basso alla Montà non aveva ancora una sicura porta che ne sbarrasse l’accesso. Funzionava solo quella detta del Comune in cima alla Montà, dove cominciava la via Rocche e via Cisterna ai piedi della torre.
Qualche dato numerico sulla popolazione di questo periodo: il Giustiniani, che scrive nei primi decenni del secolo XVI ma è di scarsa importanza per noi che abbiamo dati più precisi, dice che Bussana ha 90 fuochi, indicazione generica che grossolanamente corrisponde a 400 abitanti.

In un consiglio comunale dopo l’accenno alle “invasioni dei barbari infedeli Turchi” il sindaco Stefano de Solerio proponeva “il ristoramento delle sue porte: quella del Comune e quella della Montà”. Una era in cima alla Montà, un po’ vecchia e rovinata; l’altra in basso, nuova ma ancora bisognosa di sistemazioni. Meglio chiuderle entrambe: gli abitanti della parte alta della Rocca sarebbero stato protetti da un duplice sbarramento. Era la sola difesa; è noto che la porta di ogni singola casa era spesso sprovvista di serratura a chiave. Un semplice saliscendi era sufficiente a tenerla chiusa contro il vento; ai ladri neppure si pensava.

Il trasferimento delle antiche famiglie dalle zone costiere e dalla valle Armea alla cima della collina Rocca, presso il...
12/09/2012

Il trasferimento delle antiche famiglie dalle zone costiere e dalla valle Armea alla cima della collina Rocca, presso il castello fu certo ostacolato dal fatto che lassù mancava l’acqua. Non vi era alcuna sorgente. Il rimedio allora usato a Bussana, come in molti altri paesi, era quello di incanalare in cisterne sotterranee le acque piovane dai tetti (o dai terrazzi) delle case. Con un secchio legato a una corda le molto economiche massaie, si procuravano così l’acqua da utilizzare. Per lavare la biancheria si recavano al fiume.
Una grande cisterna, forse la più antica, era situata all’ingresso del castello in cima a destra della strada appunto chiamata via Cisterna. Con l’aumento della popolazione e delle case ne furono costruite molte altre; al Borgo o Fascette ogni abitazione o gruppo di abitazioni possedeva la propria, anche piccola, per uso privato. Nei rifacimenti della chiesa parrocchiale la popolazione tenne conto di questa necessità e nello spazio sotterraneo tra i muri della chiesa e quelli della canonica costruì un’altra grande cisterna, detta del Prevosto.
Nei periodi di maggior siccità, quando l’acqua mancava a tutti, le donne con una conca di rame retta in testa con meraviglioso equilibrio si recavano in località Pozzi dove una sorgente, ancora esistente, permetteva la sopravvivenza di tutto il paese.
Dopo circa otto secoli di stentata, vita, cresciute le esigenze e aumentati gli abitanti, le autorità comunali decisero di affrontare il gigantesco lavoro, lungamente sognato, di far salire l’acqua al centro dell’abitato.
Era utilizzabile solo una sorgente situata più in alto del paese, in località “Colletta”, su una collina prospiciente ma abbastanza lontana. Nel 1868 i proprietari di quell’acqua (Flippo Calvini e il dottor Giovanni Soleri) si accontentarono di un modesto rimborso per la rinunzia a quella sorgente; per il Comune fu però costosissima impresa interrare i piccoli tubi in terracotta su di un percorso lungo alcuni chilometri, prima in discesa fino alla località pianelli e poi in ripida salita fino alla Bauda.
Per comodità, quasi necessità, in quell’occasione fu ingrandita la piccola piazza Bauda, larga sono quanto la facciata dell’oratorio di San Giovanni Battista. Fu allargata verso levante e allungata verso sud lungo il fianco dell’oratorio. Essendo il terreno di base molto in basso rispetto al piano della precedente piazzetta, la sede della nuova parte fu collocata su grandi arcate in mattoni. La nuova grande piazza Bauda (unica nel paese, perché quella della chiesa è solo un modesto slargo) fu raccordata mediante piccole arcate digradanti verso tramontana, con la salita proveniente dai Pozzi per sorreggere la tubazione dell’acqua che arrivo appunto da quel lato. Una modesta base in pietre e calce sorreggeva il corto tubo in ferro per l’uscita dell’acqua. Qui la popolazione sempre con le classiche conche di rame, ma con grande risparmio di fatica e di tempo, si riforniva giornalmente, pur utilizzando ancora il secolare sistema di raccolta nella antiche cisterne.
L’acqua sgorgava ininterrottamente dalla fontana; quella non prelevata scorreva in uno dei vani a volta sottostanti alla piazza dove fu costruito un lavatoio. Da qui, incanalata in modo un po’ precario, fluiva in un abbeveratoio per animali (ne restano i ruderi), situato all’ingresso sud dell’abitato. L’opera, su progetto del 1869 dell’ing. Pisano, eseguita dal geom. Moraglio di San Remo, fu terminata dopo un decennio di discussioni, di contrasti e di spese incredibili, per la grandiosità dell’impresa rispetto alle esigue entrate comunali. I bussanesi furono sempre fieri della coraggiosa iniziativa condotta a termine con sole proprie forze, senza attendere l’intervento dello Stato, come fecero molti ben più ricchi comuni italiani.

Nel secolo XV quando, per l’aumento della popolazione, le nuove case cominciarono ad aver sede nelle Fascette, i bussane...
12/09/2012

Nel secolo XV quando, per l’aumento della popolazione, le nuove case cominciarono ad aver sede nelle Fascette, i bussanesi provvidero a costruire un Ospedale accanto alla nuova chiesa. Era questa un istituzione necessaria e molto diffusa in tutti quei paese, certamente sorretta dalla predicazione di qualche ordine religioso, forse quello dei francescani.
E’ bene mettere subito in chiaro per evitare malintesi che si trattava di una modesta costruzione composta di un solo locale. Disponeva di povere attrezzature: uno o due sacconi di pag
lia con poche coperte, qualche utensile da cucina, alcuni rustici mobili. Serviva per dare ricetto e offrire qualche giorni di riposo ai viandanti e ai pellegrini che si spostavano di paese in paese o per necessità o per devozione.

Morto Oberto, gli succedevano il figlio Bonifacio conte di Badalucco e la figlia Veirana, moglie di Pagano marchese di C...
12/09/2012

Morto Oberto, gli succedevano il figlio Bonifacio conte di Badalucco e la figlia Veirana, moglie di Pagano marchese di Ceva la quale, con atto 24 Novembre 1239 vendeva tutti i suoi diritti su Bussana ossia la metà del feudo a Guglielmo Boccanegra capitano del popolo del comune di Genova, a cui gli abitanti di Bussana prestavano giuramento di fedeltà con atto del 16 dicembre 1259, anche per i beni che possedevano il territorio di Taggia ed in quello di Arma (Liber Jurum. Tom. I doc. 920, 926, 927).
L’altra metà del feudo di Bussana, toccata a Bonifacio, conte di Badalucco, con atto del 4 marzo 1261 (Liber Jurum Tom. I doc. 935 e Tom. II dpc. 24).
Il comune di Genova, divenuto così assoluto padrone di Bussana, concesse al paese la autonomia amministrativa a forma di governo comunale, con un podestà che veniva eletto ogni anno nelle calende di Maggio.

L’aumento della popolazione portò anche alla conseguente necessità di una più ampia sede comunale. Nei verbali delle delibere si legge spesso pomposamente la frase in palatio civitatis; a volte più modestamente in domo comunitatis; credo che sia la stessa cosa e si tratti di una povera stanza, due al massimo, con entrata all’inizio del Montà, con finestre sulla piazza della chiesa.
La necessità di una nuova sede comunale era da tempo avvertita, ma le continue spese per mura, per tasse imposte da Genova, per la costruzione del forte dell’Arma fecero ritardare l’ampiamento della “corte” al 1568 quando finalmente il parlamento ne decise la ricostruzione. Purtroppo la delibera non dice quali lavori furono progettati ed eseguiti; pare che esistesse una corte dove si riunivano i consoli, distinta dalla casa comunale. Per questa furono progettati alcuni lavori nel 1569, eseguiti poi nel 1571: consistettero nella fabbrica in piazza dalla chiesa di una casa con volti: gli Anziani pagarono al mastro muratore Pietro Bonvio lier 140 e inoltre lire 30 per legnami e ferri. In una delibera dell’anno seguente gli Anziani furono autorizzati a prendere a prestito altro denaro per terminare i lavori della casa comunale e pagare il mastro Giovanni Gandolfo che aveva costruito la scala e il portale, Altri lavori furono ancora eseguiti nel 1602.
La “corte” era necessaria ai consoli che dovevano amministrare la giustizia, cioè applicare le multe a norma degli Statuti e dirimere le controversie più semplice tra i cittadini. Essi dovevano pertanto avere una stanza separata e riservata a loro soli. Nel locale sottostante, o comunque annesso, vi era la stanza della prigione costruita, nel 1479. Questa però nel 1589 aveva la “crotta”, cioè la volta, pericolante. Con apposita adunanza dell’8 febbraio il parlamento diede l’incarico a mastro Sebastiano Cappone di rifarla, stanziando la somma di L. 70

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Una chiesa sia pur i modeste proporzioni doveva già esistere fin dall’inizio del secolo XIV forse anche prima sul luogo ...
10/09/2012

Una chiesa sia pur i modeste proporzioni doveva già esistere fin dall’inizio del secolo XIV forse anche prima sul luogo dove ancora oggi sorge. L’esatto orientamento non lo conosciamo: forse essa era su un livello più basso dell’attuale e sistemata su uno spianamento del terreno, ricavato da uno stretto a nord e un riempimento a sud per vincere il forte pendio della collina. Una antica tradizione ci tramanda che essa aveva la porta verso la Montà che conduceva alle Rocche il coro verso le attuali canoniche. Essa si innalzava dunque nei locali che poi servirono come scantinati delle canoniche; ne resta traccia dei muri di bella pietra squadrata che ancora si vedono sotto l’attuale piano della chiesa e delle canoniche, in locali poi adibiti a cantina e magazzino. Pure traccia di questa primitiva chiesetta è forse quell’archetto romanico che ancora resiste al tempo in un cortiletto delle canoniche presso la imboccatura della cisterna: evidente avanzo di precedente costruzione, poi inutilizzata, fortunatamente risparmiata dalla demolizione . Di questa chiesetta, che probabilmente fu costruita un secolo dopo il castello, non conosciamo altro.


E’ certo però che nel 1403 essa era in rovina: in quell’anno e precisamente il 9 settembre, cominciarono lavori di riparazione che durarono un anno: l’8 settembre 1404 veniva riaperta al pubblico con funzione solenne. Questi lavori erano documentati da un’epigrafe marmorea oggi perduta ma ancora esistente ne secolo scorso ; nel 1624 era scolpita su una colonna presso il presbiterio: “Incepta est reparatio huius ELLESIAE MCCCCIII VIII sept. Et adimpleta erigi MCCCCIIIII VIII septembris”. La scelta della data (8 settembre, festa de Nome di Maria) ci rende certi che la chiesa era già dedicata a S. Maria delle Grazie, titolo che conservò poi ancora per morti secoli, cui, in epoca posteriore, fu aggiunto quello di S’ Egidio, che divenne cos’ patrono di Bussana.
La chiesa restaurata manteneva il suo stile romanico: aveva una sola navata ed un unico altare, sul quale nel 1456 i Bussanesi si collocarono un quadro, purtroppo presto perduto, raffigurante S. Maria delle Grazie e S. Egidio.

Pochi decenni dopo la chiesa si rivelava insufficiente alla cresciuta popolazione; evidentemente i lavori del 1404 erano stati di restauro, non di ampliamento. Il paese si estendeva sempre di più: la chiesa, che sorgeva al limite sud dell’abitato, fuori dalla cerchia delle mura, con un ampio terreno intorno (specialmente verso sud ed est) dovette essere ampliata. Essendo ancora solido l’edificio, si penso di aumentare lo spianamento verso nord e servirsi del vecchio edificio come base e sostegno del muro verso sud; e su questa nuova, più ampia alta e larga sede, fu innalzata la nuova costruzione.


I lavori eseguiti a spese della Comunità terminarono, almeno nelle linee essenziali, nel 1488; l’11 settembre, cioè nei giorni festivi dedicati alla Madonna patrona della chiesa, il vescovo Leonardo Marchese ne festeggiava la consacrazione e la riapertura al popolo. Dice precisamente un antico documento: “Giovedì 11 settembre 1488; quindi anno del pontificato di papa Innocenzo VIII. Il Rev.mo Padre Leonardo Marchese, vescovo di Albenga, consacrò la chiesa parrocchiale del luogo di Bussana e in essa consacrò l’Altare maggiore dedicato a S. Maria e a S. Egidio, collocandovi una reliquia di S. Siro, vescovo di Genova e concedendo alle persone presenti in questa chiesa in quel momento e in futuro nel giorno dell’anniversario della consacrazione, quaranta giorni di indulgenza, dinanzi al Prevosto e uno dei Canonici della Collegiata di Sanremo”.
Mancavano probabilmente molte finiture; i lavori si protrassero ancora per qualche anno con gravi sacrifici della popolazione che, al duro lavoro quotidiano nei campi, aggiungeva spontaneamente la fatica di qualche ora di manovalanza per la chiesa.
All’unica navata furono aggiunte, una per parte, altre due, separate da quella centrale con una serie di colonne in pietra, forse strette ma sufficienti per aumentare un po’ la superficie.

Fu finalmente finita la ricostruzione della chiesa: presso il tetto della navata si leggeva una iscrizione con i numi di un massaro della chiesa, Pietro Cappone , e degli Anziani del comune sotto i quali l’opera aveva avuto termine. Domenico Boraxe, Francesco Carbone, Giacomo Calvino e Antonio Bernardo.
Nel rifacimento del 1488-1505 probabilmente era stato dedicato all’ampiezza della chiesa tutto lo spazio disponibile a scapito delle canoniche e della sacrestia; inoltre risultava troppo piccolo il campanile.

Già nel 1568 per diretto intervento del prevosto che aveva fatto presento che la chiesa era “in uno stato quasi rovinoso in molte cose, fra le quali è mancante del suo pulpito” erano iniziati i lavori di riparazione generali e della costruzione del pulpito; ma la solita mancanza di denaro tutto era rimasto sospeso.

Solo nel 1573 furono ripresi e quasi completati sotto la guida del maestro Tommaso Ramego di Riva.
Infatti nel maggio successivo il sindaco annunciava con soddisfazione in parlamento “Ora sta per terminare il lavoro del campanile della nostra chiesa parrocchiale. Resta ancora ad adoperarsi con le nostre fatiche la fabbrica del tetto della chiesa”.

Fu aggiunto un nuovo altare, vicino a quello di S. Giovanni Battista, dedicato a San Sebastiano. Fu eretto per dare una sede in parrocchia dell’antica cappelania fondata sin dal 1470 ma sistemata in una modesta ca****la campestre della zona detta dei Pozzi.

Con l’aumento della popolazione, si rese necessario un ulteriore ingrandimento della chiesa. I Bussanesi perciò decisero alla fine del secolo XVI di iniziare i lavori di allungamento. Non era possibile guadagnare spazio dalla parte bassa della facciata: il sacrato era piccolo e litato da una viuzza stretta in forte discesa, detta il carruggio del forno. Si doveva dunque spostare il coro verso levante, dove era il piccolo cimitero ormai contornato dalle case che sempre più si affollavano intorno alla chiesa. Si pensò di utilizzare quel terreno e spostare opportunamente il cimitero fuori dell’abitato.

Con delibera dell’8 marzo 1600 gli anziani del comune decisero di iniziare i lavori per un allungamento della chiesa rifacendo il coro e anche il campanile. Siccome il denaro in cassa era poco si accetto il prestito di L. 250 che due abitanti, Giulio de Solerio e Antonio Bernardo, offrivano gratuitamente.
In tutti gli anni successivi è un susseguirsi continuo di delibere che permettono un costante prelevamento di fondi dalla Confraria dello Spirito Santo che fungeva da manca comunale: talvolta contribuiscono, sia pure con piccole somme, anche altre opere pie: nel 1603 l’Ospedale versava L. 80 per il coro, ma sono sempre i priori dello S. Santo che versano centinaia di lire per il funzionamento della fornace di calcina, per l’acquisto di tavole, mattoni e altro materiale necessario alla costruzione del coro.

Viene aggiunto l’organo, sopra un poggiolo di legno che occupava il centro della navata di mezzo: ne sostenne la spesa, al solito, la Confraria dello Spirito Santo i cui priori pagarono L. 208, e Stefano lavagna che forse non era il costruttore ma l’installatore.

Alla fine del 1604 il campanile era ultimato, ma il lavoro del coro durava ancora.

Una grande tomba, destinata genericamente alla popolazione, era stata scavata verso il nuovo coro nel 1606. Il comune con delibera del 20 maggio aveva stanziato per quel lavoro L. 129; una tomba separata era per i sacerdoti. Ma si faceva strada nel cuore di alcune facoltose famiglie il desiderio di possedere una tomba familiare.

Solo nel 1612 i priori dello Spirto Santo versano L. 262 per i sedili del coro: il lavoro si avviava dunque alla fine.

Nel 1615, il 27 luglio, il parlamento deliberò ancora uno stanziamento, sempre prelevato dalla Confraria dello Spirito Santo, per lastricare con chiappe di ardesia il pavimento del coro: siamo ormai alle ultime spese, eseguiscono il pagamento Antonio Calvino e Giovanni Lepreri priori per gli anni 1615 e 1616.
Presso la base del campanile sul lato destro guardando l’altare maggiore fu costruita la sacrestia. Quel terreno era fino ad allora occupato dal cimitero, ma già con l’allungamento della chiesa se ne era resto necessario lo spostamento nella zona, ancora disabitata, a sud dell’oratorio San Giovanni Battista.

Finalmente nel 1617 il prevosto Antonio Bottino cantò la messa sull’altare maggiore spostato nel nuovo coro: grandi feste per tutto il paese; furono anche sparati i mortaretti!.

Il gusto barocco andava diffondendosi nei nostri paesi; si imponevano stucchi, volute e svolazzi. L’austerità del romanico con le sue linee semplici e diritte non piaceva più. Cominciarono le città a trasformare e anche a rifare le loro antiche chiese; i paesi entrarono presto nella inutile, anzi dannosa gara.
Anche i Bussanesi ritennero antiquata la loro chiesa a tre navate e per non essere da meno dei paesi vicini iniziarono profonde trasformazioni. Lasciarono intatto il coro, ma demolirono il tetto e parte dei muri; tolsero le colonne formate da bocchi di terra nera che segnavano e sorgevano le navate laterali. Sulle vecchie fondamenta innalzarono la nuova costruzione più alta e ariosa della precedente.
I due muri laterali, costruiti con nuova tecnica, contenevano ciascuno tre cappelle con l’altare, delineate verso l’interno della chiesa, lasciando in linea retta il muro esterno.
I grandiosi lavori durarono alcuni anni: erano incominciati con l’impianto di una fornace per mattoni nella terra comunale Bestagno; il popolo trasportò gratuitamente i mattoni dalla fornace alle vicinanze della chiesa. Fino al 1649 il lavoro consistette in preparativi di materiale, in confezione di mattoni e in una migliore sistemazione del terreno. Nel 1649 si discusse ancora su alcune riparazioni al tetto per difendere l’interno della chiesa dall’acqua piovana durante i lavori; poi fu iniziata la demolizione.
Quando già erano iniziati i lavori di demolizione, ma la chiesa era ancora funzionante, due giovani Egidio Ceriolo di Bussana e Battista Gandolfo di Poggio, si erano rifugiati in chiesa per evitare l’arresto, ma questo fatto non fermo i birri venuti a prenderli e uno dei due giovani rimaste ucciso o almeno ferito; la chiesa rimase perciò interdetta ai sacri uffici e fu sostituita dall’oratorio di S, Giovanni Battista. La pratica riconsacrazione fu lunga; nel febbraio del 1649 il parlamento inviò il rev. Francesco Cappone al vescovo di Albenga, ma la riconsacrazione fu concessa solo nel marzo del 1650.
Intanto continuavano i lavori di demolizione: non fu demolito il coro, fatto da poco tempo, e forse nemmeno il campanile: a questo i Bussanesi aggiunsero una campana nel 1650 in seguito a donazione di Pietro Soleri di una somma di denaro per l’acquisto di metallo necessario.

Negli ultimi mesi del 1651 l’edificio quattrocentesco era quasi completamente demolito nel suo complesso, specialmente verso la facciata; quasi contemporaneamente cominciò la ricostruzione dove era possibile.
Con una certa enfasi e soddisfazione il prevosto Pietro Bernardo Palmaro segnava sul II libro dei battesimi che nell’agosto 1652 veniva posta la prima pietra del nuovo edificio.
Finalmente il giorno di S. Egidio dello stesso anno il prevosto poteva celebrare la “Messa grande” sull’altare maggiore.
L’edificio però era ancora en lungi dal compimento: l’altare maggiore era ben protetto dal presbiterio e dal coro non demoliti, ma per il resto della chiesa c’era una copertura provvisoria forse in tavole e paglia, che riparava male la gente in chiesa.
Ancora nel giugno del 1659 il popolo lamentava la mancanza del tetto definitivo. Pensava di chiedere al governo genovese l’impiego di condannati alla galera per poter disporre con poca spesa del necessario aiuto. Il comune infatti si era già tassato ed aveva contribuito con ogni mezzo e a costo di gravi sacrifici: non sapeva più come provvedere alle sempre crescenti necessità di materia e di manodopera.

Il popolo diede un nuovo impulso al definitivo compimento della costruzione: riattivò una fornace di calce e riprese l’entusiasmo, ma l’anno seguente si ruppe la campana maggiore e il comune intentò lite contro il campanaro al quale, in quel momento di nervosismo, si doveva addebitare l’nere della costosa riparazione.
Prevalse il buon senso: il campanaro, Domenico Bianco è stato vittima di una disgrazia: pagherà solo due doppie! La campana fu calata con fatica dal campanile e si provvide alla sua funzione.

Appena rimediato questo, ecco un altro guaio: si guastò l’organo, che già si era stato rimosso per i lavori, e poi nuovamente rimontato nella nuova. Il trasloco l’aveva danneggiato: occorsero ben L. 100 per la riparazione delle canne e ai mantici

Gli Anziani del comune nel 1678 davano incarico al nuovo artista che ormai era considerato un bussanese, Gerolamo Comanedi, dipingere sulla facciata della chiesa un affresco raffigurante i titolari della chiesa: la Madonna della Grazie e S. Egidio. Circa dieci anni prima egli aveva già decorato con stucchi e pitture il pulpito; qualche anno dopo ne adornò il sopraccielo. Sempre in quel periodo lo zelante ed intelligente artista disegno la meridiana sul campanile nel lato verso mezzogiorno.
Nella primavera del 1688 finalmente il parlamento decretava di ultimare il campanile “con farlo alzare secondo il disegno dell’architetto Bartolomeo Molinari di Sanremo, essendosi che le campane ed il orologio non si sentano suonare se non dalla metà del luogo del paese di Bussana”.
Per accelerare il compimento, in via del tutto eccezionale, la calce fu acquistata a San Remo e sbarcata sulla spiaggia dell’Arma: 4 moggi in maggio e 4 moggi in giugno.
Il catasto del 1689, ci da anche notizia dei nuovi nomi di vie e di località ora molto usati per denominare i nuovi quartieri del paese ingrandito. Notiamo così la località “Borghi o Vallao” evidentemente a sud o sud – est del paese dove erano le case che formavano la via detta poi Donetti. Qui si dice che la comunità possiede un sito “alli Borghi nelle Ciappe” che è una strada a sud. Queste stessa denominazione di “Borgo ossia Chiappe” ricorre anche nel testamento di Giovanni Battista Rolando del 18 gennaio 1687, quando descrive la sua casa delimitata. Davanti la via pubblica e dietro da un sentiero vicinale.
In piazza, penso proprio sull’angolo della Montà, c’erano alcuni vani appartenenti ai nobili Lercari di Taggia, che in Bussana avevano molti beni (oltre l’ampio terreno acquistando della chiesa, dove poi costruirono la celebre villa, ora della Spinola) a loro pervenuti quasi certamente per ipoteche messe per prestiti di denaro, concessi nelle frequenti carestie, a persone che non poterono poi restituire le somme ricevute.
Sono anche elencati i due forni della Confraria dello Spirito Santo: uno nuovo, in piazza, con una stanza sopra, l’altro, poi vecchio, con casa, sede della Confraria, all’inizio della strada di Montà.
Nello stesso catasto del 1689 sono segnate anche diverse cappelle private: nel carruggio del Vallao c’era quella della famiglia Torre; all’inizio della strada delle Volte c’era quella della famiglia Torre; all’inizio della strada delle Volte c’era quella dei Cappono; nella piazza della chiesa, verso levante, quella fondata da Alessandro Bernardo; verso ponente, nell’inizio della vecchia via del forno, quella dei Calvini.
Nel 1689 la sacrestia detta vecchia, situata presso la base del campanile, fu dichiarata piccola: il parlamento nel rifacimento del corpo della chiesa aveva decretato la costruzione di un’altra a sinistra guardando l’altare maggiore. Era stata inserita bene nel perimetro della chiesa: era facile togliere il restringimento esterno per la curvatura dell’abside, e prolungare in linea retta il lato esterno verso levante della chiesa.


I Bussanesi ottennero così un vano sul quale nel 1690-91, quasi finiti i lavoro al campanile, se sovrapposero un altro con scala interna.
Finalmente in tale anno i Bussanesi ebbero la soddisfazione di vedere anche il loro campanile slanciato e solido come tanto tempo desideravano e due sacrestie, una a due piani per comodo deposito dei sacri arredi meno usati.
Cominciarono i lavori di sgombro delle macerie e di pulizia, che però dovette andare per le lunghe: nel giugno del 1691 la popolazione lamentava che la stanza dell’ospedale era ancora ingombra di materiale di costruzione. Il comune decise di utilizzarla, in caso di necessità, la vicina sede della Confraria dello Spirito Santo.
Finiti i lavori grossi cominciarono quelli di rifinitura: furono sistemate le due porte laterali: una che dava accesso alle canoniche, l’altra alla piazza lungo il fianco della chiesa. Quella principale, sulla facciata, con decisione parlamentare del 2 dicembre 1698, fu adornata di un portale di marmo: costò L. 60 radunate tra la popolazione a cura del priore dello Spirito Santo. Il lavoro fu eseguito dal mastro marmoraro Antonio de Ferrari di San Remo.
Nel 1690 la chiesa era dunque finita, anche se non tutto andava proprio….bene! In tale anno completò la sua visita il vescovo Botti che ne lascio una descrizione con le osservazioni sulle cose non ancora a posto. Gli altari sono sei in tutto compreso però il maggiore che è definito “sufficientemente ornato”, tre sul lato sinistro, due sul lato destro entrando, mancava ancora quello dedicato a S. Antonio nel 1677. Vanno bene salvo piccoli adeguamenti nei sacri arredi, anche gli altari del Rosario, Della S. Croce, di S. Giovanni Battista e della Beata Vergine del Suffragio. Non va bene il sesto altare quello di S. Sebastiano cui allora il comune aggiunse anche il culto di S. fabiano dato che la sua festa ricorre al 20 gennatio come quella di S. Sebastiano.
Già in una visita precedente era stata ordinata un’imbiancatura all’intera ca****la. Non essendo ancora stata eseguita il vescovo Botto ripeté l’ordine da eseguire entro sei mesi, pena interdizione a quell’altare.
Pure non approvate le vetrate, forse del coro perché non credo che ce ne fossero altre: o rifarle entro sei mesi, o interdetto a tutta la chiesa! Mancavano evidentemente i vetri: chissà che freddo il coro!
Se tutti gli altri lavori furono approvati anche dal vescovo vuol dire che erano stati ben eseguiti, almeno nelle linee essenziali al culto. Eppure non erano ancora soddisfatti i Bussanesi che desideravano qualcosa di più dle necessario: vollero curare anche l’estetica


Nel 700 cominciarono le costruzioni anche a fianco dell’Oratorio: si formava così una nuova strada fuori della porta Bauda.
Tutta la zona aveva già il nome generico di Vallao o anche di Borgo, ma ora assumeva l’aspetto di una nuova strada con case in costruzione e proseguimento del muro dell’Oratorio e fu chiamata strada dell’Arma o di S. Giovanni.
Le autorità comunali cominciarono a parlare di nuovo altare maggiore in marmo, intonato allo stile barocco della chiesa: con delibera del 20 settembre 1710 le autorità comunali decisero la costruzione di un nuovo altare maggiore e la rinuncia, per sopperire alle gravi spese, alla distribuzione del pane nelle feste di Pentecoste.
Poco dopo, il 20 aprile 1711 il comune autorizzava il prevosto Fenoglio a interessarsi della costruzione, prendendo contatti con il marmoraro Andrea Manni di san Remo.

Solo nel 171 i lavori per l’altare maggiore volgono al termine: per non interromperli i Bussanesi ricorrono al prestito di Lire 2000 ottenuto da Gian Giacomo Curlo di Taggia. La Confraria pagherà gli interessi.
Purtroppo proprio in quei momenti di spese e mancanza di denaro ancora una volta si ruppe una campana.
L’altare intanto veniva completato con rifiniture e addobbi; ma subito apparvero necessarie altre spese per evitare stonature tra il nuovo e il vecchi. Così fu necessario comprare un nuovo “sopracielo”, cioè quel baldacchino che, fissato alla volta del coro, restava appeso in alto, sopra l’altare.
Furono aperte le finestre o rifatte le tre vetrate del coro che davano luce al nuovo altare: costarono L. 52, più L.1.16 dal mastro Giuseppe Geva che le aveva sistemate.

Il certo è che i lavori erano andati per le lunghe: l’ultima quota di (L.104) per tutti lavori dell’altare fu versata dei priori della Confraria il 29 settembre 1723 e fu ritirata da Tommaso Manni a nome del padre Andrea morto qualche giorno prima.
Da quell’epoca non furono più eseguiti lavori di muratura.
Da allora furono eseguiti solo lavori di rifinitura e di abbellimento. Specialmente perché nel secolo XVIII il diffuso gusto barocco, amante degli stucchi, ricami, dorature, quasi costrinse il popolo a eseguire queste decorazioni, ritenute necessarie. La famiglia Comanedi continuava con genialità e abilità ad esercitare quest’arte di stuccatori e di pittori, proprio richiesta dai nuovi gusti. Perciò per quasi tutto il secolo XVIII nella chiesa parrocchiale i Comanedi e specialmente Gerolamo, nipote dallo steso nome del primo arrivato in Bussana, lavorò nella decorazione della ca****la e degli altari laterali, ora che finalmente il maggiore era a posto ed era veramente ammirevole.
Quelle costruzioni erano sorte su terreno parrocchiale, quindi soggette a “laudemio”, e venivano perciò elencate nell’inventario del 1750, separate da quelle antiche già descritte nei precedenti inventari dei beni ecclesiastici.
Cito solo queste nuove: sono 5: la prima, unita all’oratorio, appartiene a Vincenzo Torre q. Egidio (detto Menin), la seconda, appoggiata a questa con il muro nord, apparteneva a Sebastiano calvino q. Vittorio. La terza, sempre come le precedenti e seguenti, appoggi alla precedente, era degli eredi si Stefano Rolando q. Bartolometo (detto Giabello); l’ultima dei fratelli preti Gio. Domenico e Gio. Battista Frexione.
Curiosa è la denominazione data nello stesso inventario del 1750 alla nuova strada che scende dall’oratorio verso su fino alla casa dei roverendi Gio. Domenico e Gio Battista fratelli Frexione. Essa a quell’epoca è chiamata: “di S. Giovani Battista o sia dell’Arma, anticamente chiamata li Vallai, ora alli Borghi”.
Quanti nomi per una piccola strada!
Nello stesso elenco delle altre case situate dall’una e dall’altra parte del carruggio della chiesa vediamo citata la porta pubblica del Vallao, il carruggietto, la strada chiamata le Ciappe, le case di Domenico Crespo detto Nicò; ancora case degli eredi di Francesco Saverio Lercari, del mastro Gio. Batta Novella, di Antonio Cappone detto Remorchi, degli eredi di Giovanni Battista Lupi.
Il paese dopo questa data aumentò poco il suo perimetro urbano: solo qualche case del lato sud, attuale ingresso del paese, con la costruzione di una nuova porta, di cui ricordo di avere ancora visto i cardini. Ritengo che a questi lavori si riferisca la delibera del 26 dicembre 1720 con la quale le autorità comunali dichiarano finite le muraglie costruite dal mastro Antonio Leprero e incaricato Pietro Vincenzo Donetti a controllare e revisionare se tutto è stato ben eseguito.
Il vescovo Serra ordinò fra l’altro di imbiancare la chiesa e il comune vi provvide nel successivo gennaio.
Furono cosi coperti gli ultimi tratti degli affreschi lungo le pareti e nelle cappelle, eseguiti appena ricostruita la chiesa nel 1652-60, poi in parte rovinati per la sovrapposizione degli altari.
Innanzi tutto la chiesa fu dotata di nuove e numerose panche: ne esistevano poche, costruite e usate da alcuni privati.

Con le panche nuove sembrò più logoro e brutto il pavimento. Un lavoro tira l’altro. Il comune volle fare sparire quella stonatura e nell’estate del 1778 fece rifare la pavimentazione. In quella occasione furono portate fuori tutte le panche, sia quelle nuove, fatte dalla comunità, sia quelle vecchie fatte dai privati. Al momento di rimetterle a posto, sorse qualche malumore e difficoltà, sì che il parlamento decise, con delibera del 10 agosto 1778 di abolire tutte quelle private e di costruirne eventualmente ancora qualcuna a spese pubbliche.
Nel 1797 passo a far parte della Repubblica Ligure, e dopo il trattato di Vienna del 1815, fu con la provincia di Nizza, aggregata alla monarchia Sabauda; e, smembrata nel 1860 dalla provincia di Nizza, venne assegnata a quella di Porto Maurizio, della quale ha seguito da allora in poi diverse vicende.

Nel 1802 sulle pareti laterali vennero affissi, in cornici ancora ben visibili, sei grandi dipinti a olio su tela del pittore Antonio Storace di Sampierdarena. Raffiguravano episodi della vita e delle opere di S. Giovanni Battista; la sua nascita, la sua predicazione del deserto, la morte e il battesimo di Nostro signore.
Nel 1861 intorno ai quadri furono applicati stucchi dorati, che ne favorivano la leggibilità.
La facciata della chiesa fu restaurata nel 1807 dai fratelli Adani di Como.

La massima sventura colpiva il nostro vecchio paese per il 23 febbraio 1887 alle ore 6.25.
Il campanaro aveva suonato da poco la chiamata dei fedeli alle sacre funzioni. Quell’umile squillo di campane segnava di consueto l’inizio della giornata lavorativa per l’intero paese; molti, prima di recarsi al lavoro dei campi si soffermavano almeno per alcuni minuti, in chiesa; quel mattino, ricorrenza delle “Ceneri”, la gente stava affluendo più numerosa del solito, sebbene alcuni, al contrario, dormissero ancora profondamente per aver vegliato più a lungo la sera precedente, l’ultima di Carnevale.
Era ancora buio; i ragazzi ed i bambini dormivano nelle strette stanze, su comuni pagliericci di foglie.
Il cataclisma arrivò improvviso: solo un cupo boato, una furiosa ventata, un misterioso rombo annunziarono che qualcosa di spaventoso stava accadendo; fu un vano avvertimento che solo aumentò il terrore: una scossa tellurica di 20 secondi seminò immediatamente la morte su tutto il paese.
Per questa prima scossa, forse ondulatoria, cadde un pesante muro che si ergeva per cinque metri sopra la facciata della chiesa: il cupo rimbombo di quel crollo, cui si aggiungevano tanti altri disastri, atterrì le persone che erano in chiesa. Il parroco Don Lombardi aveva appena terminato la distribuzione delle Ceneri; compreso il pericolo, urlò ai fedeli di salvarsi nelle cappelle laterali, accompagnando il consiglio con invocazioni alla Divina Misericordia. Ma nel frattempo una seconda scossa sussultoria: la volta della chiesa, spinta verso l’alto, si fessurò in tutta la sua lunghezza; nel richiudersi non combaciarono bene le parti che si erano aperte: di schianto tutta la pesante volta sprofondò a terra.
Non tutti i fedeli in quei pochi istanti erano riusciti a fuggire nelle cappelle; alcuni furono travolti e sommersi dai calcinacci; fortunatamente le robuste panche, sotto le quali istintivamente essi si rifugiarono, contribuirono alla salvezza di molt

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