10/06/2026
10 GIUGNO 1924: L’AGGUATO FASCISTA E IL MARTIRIO DI MATTEOTTI
Sono passati undici giorni dal memorabile discorso con cui Giacomo Matteotti aveva denunciato alla Camera i brogli, le violenze e le intimidazioni avvenute durante le elezioni del 6 aprile.
Alle 16:30 il deputato socialista lascia la sua abitazione per dirigersi alla fermata del tram. Tiene stretta una busta bianca, colma di appunti e documenti; prevede giusto un paio d'ore di impegno alla Camera prima di tornare a casa per la cena.
Improvvisamente, una Lancia Kappa nera vira bruscamente verso il Lungotevere. Matteotti intuisce il pericolo e prova a scartare di lato, ma un fascista gli blocca un braccio. Tenta di resistere, ma un colpo violento sferrato da un secondo complice lo scaraventa a terra. Viene sollevato di peso, afferrato per le estremità e trascinato a forza dentro l'abitacolo.
Il fragore incessante del clacson soffoca le sue grida d'aiuto, mentre l'auto sfreccia via, lasciandosi alle spalle il Lungotevere e puntando verso la campagna, lungo la via Flaminia.
Matteotti lotta con ogni briciolo di forza, deciso a non arrendersi ai suoi aguzzini, finché il suo corpo non cede sotto i colpi di due coltellate che lo colpiscono al cuore.
Percorsi una ventina di chilometri, gli assassini fermano l'auto e trasportano il ca****re dentro il bosco della Quartarella, dove inizia il disperato tentativo di cancellare le tracce del crimine.
Gli squadristi frugano febbrilmente nella cassetta degli attrezzi dell'auto: ne estraggono una leva cavacopertoni, un cric, un martello e una lima. Con questi strumenti di fortuna, graffiano la terra fino a ricavare una buca profonda appena mezzo metro.
Il corpo di Giacomo Matteotti viene brutalmente ripiegato su sé stesso per farlo entrare in quella fossa angusta. In un ultimo, cinico tentativo di rendere il ca****re irriconoscibile, lo spogliano, lasciandolo in mutande e maglietta.
Coperto da un velo di terra e rami, il corpo di Matteotti resterà prigioniero del bosco per oltre sessanta giorni, fino al tragico ritrovamento del 16 agosto.
I responsabili dell’assassinio rimangono ufficialmente ignoti, ma è risaputo il coinvolgimento di un gruppo di fascisti milanesi composto da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.
Questi uomini costituiscono un corpo speciale composto da violenti e criminali squadristi, agli ordini del vertice fascista e diretto contro avversari particolarmente ostili.
A organizzare e far funzionare questo gruppo sono:
il capo ufficio stampa della Presidenza del consiglio, Cesare Rossi e il segretario amministrativo del Partito fascista, Giovanni Marinelli.
L’attività di questo corpo speciale, tuttavia, non può avere luogo senza l’ausilio di uomini di vertice, quali il capo della polizia Emilio De Bono, il quale fornisce documenti falsi, garantendo coperture e impunità.
Le responsabilità vanno estese anche a Mussolini che di tutti è referente e superiore.