23/07/2025
A Salvino non piacevano i saluti. Li evitava, li accorciava, come un clamore superfluo, estraneo al suo modo di stare al mondo. Non era uomo da abbracci lunghi,
fitti convenevoli, ma da stretta di mano concisa e congedo consumato a passi lenti.
Era un uomo di serietà discreta e riservatezza pudica, che si manifestavano nella misura con cui sceglieva di aprirsi agli altri. Chi lo conosceva bene lo sapeva, come non poteva non conoscere ognuno di quei piccoli dettagli che svelavano la sua essenza di uomo che non amava farsi notare, eppure non passava mai inosservato.
Come i suoi mocassini, sempre gli stessi, un simbolo di eleganza sobria a cui non rinunciava nemmeno nelle afose giornate d’agosto, quando raggiungeva le lezioni del Ddomadi Greko di cui era insegnante di lingua.
Le camicie: ogni giorno noi ragazzi ci domandavamo per gioco quale avrebbe scelto. La bianca, immancabile, semplice e pulita, sempre troppo larga. La blu, sempre sbottonata con noncuranza. La rosa, più rara, che indossava ogni tanto come una piccola concessione poetica.
Poeta era Salvino, di sensibilità non comune e lingua ancor più rara. Il greco di Calabria, la nostra lingua antica e vivente, era la voce delle sue poesie, dei suoi libri, dei suoi pensieri più intimi. Per anni ci ha fatto dono di questo tesoro.
Ogni anno diceva che non sarebbe potuto essere dei nostri, che la stanchezza lo vinceva. Eppure, puntualmente, tornava, perché sapeva che lo attendevamo: la sua presenza era imprescindibile per noi. Sapeva quanto gli volevamo bene, sapevamo quanto ce ne volesse lui.
Se oggi potessimo parlargli, se potessimo dargli l’ultimo saluto, borbotterebbe qualcosa in greko, accompagnata da quella sua gestualità unica, come a dirci che non c’è bisogno, con quel suo garbato imbarazzo.
Ci pare ancora di sentirlo.
Ma anche il silenzio, a volte, reclama delle voci. È per questo che noi tutti ci sentiamo chiamati a ricordarlo con sobrietà, senza grandi proclami, come lui stesso avrebbe preferito. Non per adempiere a una formalità, ma per esprimere autentica gratitudine, mossi dal rispetto profondo che si deve a un maestro. Per onorare un affetto profondo che non si diceva, ma restava con noi, ascoltava e tornava ogni anno.
I ragazzi della Settimana Greka
Ta pedìa tu Ddomadìu Greku