06/10/2026
LA SCELTA.....
FRANCESCO NON È UN SANTINO
Come direttore artistico di BolsenArte 26/27 – sessione invernale, ho deciso di non accettare proposte di spettacoli teatrali o musicali dedicati a San Francesco o al Cantico delle Creature. Una scelta forse impopolare, ma che nasce proprio dal desiderio di prendere Francesco sul serio. E' IMPOPOLARE? Boh forse si....forse no.... ne porto anche il nome ed è dedicato a lui il principale teatro di Bolsena. Quindi in teoria vado contro il mio interesse.... Ma non mi interessa. Prima i princìpi ...poi il resto.
In questi anni di celebrazioni degli anniversari francescani — il 2026 ricorda gli 800 anni dal Transito di Francesco, avvenuto il 3 ottobre 1226, mentre gli 800 anni del Cantico delle Creature sono ricorsi nel 2025 — assistiamo spesso a una progressiva trasformazione di Francesco in un'immagine dolce, rassicurante, ecologista, universalmente buona. Un Francesco-santino.
Ha ragione Massimo Cacciari quando lo ricorda pubblicamente in televisione: Francesco non è un santino. È una figura radicale, e proprio per questo scomoda.
Quando Francesco scrive «Laudato sie, mi’ Signore, cm tucte le tue creature», non sta semplicemente celebrando la natura secondo una moderna sensibilità ecologista. Sta lodando il Creatore attraverso le creature. Il sole, l'acqua, il fuoco, la terra sono fratelli e sorelle perché creature. Togliere Dio dal Cantico significa, inevitabilmente, modificarne il significato profondo.
Ancora più radicale è la sua idea di povertà. La paupertas francescana non è la beneficenza, non è semplicemente essere buoni con chi ha meno. È spogliarsi. È rinunciare al possesso, alla centralità dell'io, alla pretesa di affermarsi sugli altri. Francesco non si limita ad aiutare il povero: sceglie di farsi povero.
Ed è qui che Francesco diventa terribilmente contemporaneo.
Viviamo in una società fondata sull'affermazione permanente del sé: successo, denaro, visibilità, potere, consenso, competizione. Una società nella quale ciascuno è spinto a diventare protagonista, a costruire la propria immagine, ad occupare spazio.
MA SE PENSATE CHE UNO CHE NON VEDEVO DA TEMPO MI HA CHIESTO TEMPO FA...."CHE AUTO HAI ADESSO?" ..tra tutte le cose che poteva chiedermi...
Francesco propone il movimento opposto: svuotarsi.
NON possedere, ma lasciare. Non imporsi, ma servire. Non mettere se stessi al centro, ma fare spazio all'altro.
In una società del Grande Fratello permanente, dove tutto deve essere mostrato e l'io continuamente celebrato, la radicalità francescana diventa quasi sovversiva.
Per questo non voglio aggiungere un'altra rappresentazione rassicurante di Francesco alla lunga processione delle celebrazioni. Non perché Francesco non abbia più nulla da dirci, ma perché ha ancora troppo da dirci.
Ho già rifiutato tre proposte artistiche dedicate a Francesco o al suo Cantico. E continuerò a farlo.
Non per censura, né per disinteresse, ma per rispetto verso la sua radicalità.
Perché forse, prima di continuare a mettere Francesco in scena, dovremmo chiederci se siamo ancora capaci di ascoltare ciò che ci chiede. MA CHI LO ASCOLTA? Il Grande Fratello? Amici? Tempetion Island.... e altri programmi tv trash con "istigazione alla prostituzione"?
E ciò che ci chiede è una cosa semplicissima e terribile:
svuotare noi stessi per fare spazio all'altro. Rinunciare all'accumulo, rinunciare alla ricchezza materiale per lo spirito...... NON E' IL CASO
Il resto, per quest'anno, lasciamolo ad Assisi.
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il DIPINTO è la “Rinuncia ai beni terreni” o “Spoliazione di San Francesco” di Giotto, uno degli episodi del ciclo delle Storie di San Francesco nella Basilica Superiore di Assisi dove si sono sposati mia madre e mio padre. NOtate la MUSICALITA' di questo affresco: la scena è costruita proprio attraverso una serie di tensioni e risposte. La critica storico-artistica sottolinea normalmente la divisione in due gruppi contrapposti — il padre e il mondo civile da una parte, Francesco e la Chiesa dall'altra — e la presenza di un vuoto centrale che separa le due parti. Ma si può fare un passo ulteriore e leggere questa costruzione quasi come una partitura visiva. È quasi una frase musicale che parte dalla materia e cerca la trascendenza. Per questo direi che la vera “melodia” dell'affresco non è Francesco: è il gesto della rinuncia. La rinuncia non è rappresentata come una semplice perdita, ma come un movimento. Si parte dal possesso, dal conflitto, dalla materia; si attraversa il vuoto; si arriva allo sguardo rivolto verso l'alto. E poi ci sono le architetture. Quelle due quinte laterali, apparentemente immobili, fanno da solido impianto armonico alla scena.
Quasi una frase musicale.
Tema. Contrappunto. Pausa. Risposta. Risoluzione.
E allora forse non è casuale che questo affresco mi sembri così lontano dalle tante rappresentazioni dolcificate di Francesco che oggi vediamo circolare.
Qui Francesco non è il santo rassicurante della natura e degli animali.
È un uomo che si spoglia.
E Giotto, quasi sette secoli prima che noi cominciassimo a parlare di musica come struttura, sembra aver dipinto quella spoliazione con qualcosa che assomiglia terribilmente a una partitura visiva.