19/04/2026
Meraviglioso Vangelo di Luca
LC 24,13-35 – Quante volte avete sentito dire cose tipo “le radici cristiane dell’Europa”, “sono cristiana/o, madre/padre”, “i nostri valori cristiani”, “ci vogliono togliere il presepe” e poi fare le cose più crudeli, terribili e sanguinarie. In questo passo dell’incontro verso Emmaus fra Alberto Maggi ci ricorda qual è l’unico vero valore assoluto dell’identità cristiana, e non sono le “fregnacce” di cui sopra, ma è spendere la propria vita il bene dell’uomo. Poi, fate voi.
LA DELUSIONE, IL DUBBIO. CI SIAMO SBAGLIATI?
I discepoli di Gesù sembrano essere più delusi della sua risurrezione che della sua morte. Gesù era morto nella maniera più infame per un ebreo, e la sua fine era la prova che non era il Messia di Dio, perché questi non avrebbe mai incontrato la morte. Pazienza, vorrà dire che i discepoli si erano sbagliati, che non era lui l’Atteso, colui che doveva ve**re, e ora c’era solo da stare in attesa di un altro. A quel tempo ogni tanto sorgevano individui che asserivano di essere i liberatori d’Israele. C’era stato Tèuda, al quale si aggregarono circa quattrocento uomini, ma anche lui “fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla” (At 5,36). Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, pure lui indusse la gente a seguirlo “ma anche lui finì male e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero” (At 5,37), come i discepoli di Gesù, che rischiano ora di disperdersi e di finire nel nulla, in attesa del prossimo Messia, quello che avrebbe finalmente restaurato il defunto regno del re Davide.
IN FONDO, CHI ASPETTAVA UN MESSIA VOLEVA SOLO UN CONDOTTIERO CAPACE DI DOMINARE IL MONDO E RENDERE SCHIAVI GLI ESTRANEI
Ma se Gesù è risuscitato, significa che non c’è da aspettare un altro Messia, e allora addio sogni di gloria, addio alle profezie della supremazia di Israele sui popoli pagani. Se Gesù è risuscitato significa che bisogna abbandonare l’illusione del ritorno del regno d’Israele, il tempo in cui ci sarebbero stati “estranei a pascere le vostre greggi e figli di stranieri saranno vostri contadini e vignaioli”, quello in cui Israele si sarebbe nutrita “delle ricchezze delle nazioni” e avrebbe “succhiato le ricchezze dei re” (Is 61,5.6. 60,16).
ALLA DIASPORA DEI DISCEPOLI SARA’ IL RISORTO A REECUPERARLI UNO AD UNO
Alle prime voci della possibile risurrezione del Cristo, la sua comunità dà prova di confusione e di dispersione, e i suoi discepoli lo vanno a cercare nella direzione sbagliata. Le donne lo cercano nel sepolcro, e trovano la strada sbarrata da due uomini “in abito sfolgorante”, che chiedono: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,4.5). Gesù, “il Vivente” (Ap 1,17), non si trova nel luogo della morte. I discepoli, come un gregge senza pastore, si sono dispersi, ognuno va per conto suo, e sarà Gesù, il pastore, che dovrà andarli a cercare e recuperarli a uno a uno.
Per questo si avvicina, non riconosciuto, ai discepoli che se ne vanno verso Èmmaus, villaggio carico di storia e di ricordi, luogo che vedono come un balsamo per la loro cocente delusione.
I DISCEPOLI CERCANO RIFUGIO NEL PASSATO…
È là, infatti, che circa due secoli prima “i pagani furono sconfitti” da Giuda Maccabeo, vittoria che avrebbe fatto capire a tutte le nazioni “che c’è chi riscatta e salva Israele”, e venne celebrata come il “giorno di grande liberazione per Israele” (1 Mac 4,11.25). Èmmaus ricordava loro i gloriosi trascorsi d’Israele, il passato al quale non rinunciano e che alimenta i loro sogni. Ma il Signore “che fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5) non lo si può cercare nel passato.
Gesù si affianca ai discepoli, “ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo” (Lc 24,16). Essi guardano indietro, al passato, al regno di Israele, e non possono percepire la presenza di Gesù, che li vuole aprire a orizzonti più vasti, al regno di Dio. Piangono il morto, non possono riconoscere colui che è vivo.
…E DIMOSTRANO DI NON AVER CAPITO NIENTE DI GESU’
I discepoli sono tristi, e alla domanda di Gesù di che cosa stiano parlando, uno di loro, Clèopa, gli risponde stupito: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme? Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?” (Lc 24,18). E racconta al forestiero di quel che è accaduto a Gesù, il Nazareno, “che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo” (Lc 24,19). Da quel che il discepolo gli sta dicendo, Gesù si rende conto che i suoi seguaci hanno capito poco o niente di lui. Per essi è un profeta, come Giovanni (Lc 20,6), un “grande profeta”, come pensava la gente (Lc 7,16), ma nulla di più. Continuando a narrare allo sconosciuto i fatti di quei giorni, Clèopa gli racconta di come “i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso” (Lc 24,20).
ANCORA UNA VOLTA SPERAVANO CHE GESU’ GLI AVREBBE CONDOTTI AL DOMINIO SUL MONDO
I discepoli non hanno rotto con un’istituzione religiosa assassina, e continuano a riconoscere i capi religiosi come le loro autorità. E Clèopa, nell’aggiornare il forestiero che, a quanto pare, è digiuno dei fatti accaduti, dà sfogo a quella che era stata la frustrazione di tutti i discepoli: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele” (Lc 24,21).
Ecco il motivo della grande frustrazione e dell’incomprensione di Gesù. I discepoli lo hanno seguito nella convinzione che lui fosse il liberatore di Israele, una sorta di novello Giuda Maccabeo che avrebbe sconfitto i pagani.
IL REGNO DI DIO E IL REGNO DI ISRAELE SONO DUE COSE DIVERSE
Inutilmente Gesù ha parlato loro del regno di Dio. Quel che a essi interessa è il regno di Israele. “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” (At 1,6) sarà la richiesta dei discepoli dopo che il Cristo risorto, durante quaranta giorni, parlò loro “delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3).
È sconsolato Clèopa, ha perso le speranze, e sono già passati tre giorni da quando tutto questo è accaduto. È vero, ammette, che alcune delle loro donne, recatesi al sepolcro e non avendo trovato il corpo di Gesù, “sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo” (Lc 24,22-23), e qui il racconto del discepolo si fa reticente: omette di dire che le parole di quelle donne “parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse” (Lc 24,11). La testimonianza di una donna non era credibile, figuriamoci se annuncia un fatto strabiliante come la risurrezione di un morto. Comunque alcuni dei discepoli sono andati alla tomba, “ma lui non l’hanno visto” (Lc 24,24). Non lo possono vedere. Non si può cercare chi è vivo nel luogo dei morti.
“STOLTI E LENTI DI CUORE”, IL DURO RIMPROVERO PIU’ BELLO MAI SENTITO
A questo punto le informazioni raccolte dal forestiero sono sufficienti per farlo interve**re, e lo fa apostrofando i due con severità: “Stolti e lenti di cuore” (Lc 24,25). Per Gesù quella dei suoi discepoli non è altro che stupidità e testardaggine. Come non hanno potuto capire che la sua fine non era stato un fallimento, ma il compimento del disegno d’amore di Dio sull’umanità, un progetto d’amore che era stato rivelato nella Sacra scrittura, che Gesù ora ricorda ai discepoli (“E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).
SPENDERE LA PROPRIA VITA PER IL BENE DELL’UOMO
È Gesù la chiave di interpretazione della Scrittura. Questa si rivela nel suo più vero e profondo significato solo se letta nell’ottica dello Spirito, ovvero l’amore incondizionato di Dio verso l’uomo. Se non si pone come valore assoluto della propria vita il bene dell’uomo, la Scrittura non si rivela, è come se un velo fosse steso sulle parole, impedendo agli uomini di comprenderle (2 Cor 3,14).
E POI FINALMENTE “PRESE IL PANE, BENEDÌ, LO SPEZZÒ E LO DIEDE LORO…”
Giunti verso la mèta dove i discepoli erano diretti, il forestiero “fece come se dovesse andare più lontano”(Lc 24,28). Gesù si dirige verso il nuovo, non verso il passato, ma lui è anche il pastore che non abbandona le pecore che rischiano di perdersi, e accetta di fermarsi con essi, accogliendo la loro richiesta: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” (Lc 24,29). È sera, il momento della cena, e il forestiero, a tavola con loro, “prese il pane, benedì, lo spezzò e lo diede loro…” (Lc 24,30). Sono gli stessi gesti compiuti da Gesù nell’ultima cena con i suoi discepoli, e finalmente “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31). Torna loro la memoria. Riconoscono Gesù quando si fa pane, nutrimento di vita per i suoi. Ma nello stesso istante nel quale i discepoli si rendono conto della sua presenza, lui diventa invisibile: non c’è più nulla da vedere, se non un pane spezzato da condividere.
GESÙ NON SCOMPARE, MA SARÀ SEMPRE VISIBILE OGNI VOLTA CHE IL PANE SARÀ SPEZZATO PER FARNE ALIMENTO DI VITA E DI CONDIVISIONE.
È ormai notte, ma nonostante siano calate le tenebre, i discepoli “senza indugio fecero ritorno a Gerusalemme” (Lc 24,33). Clèopa e il compagno erano “col volto triste” (Lc 24,17), e “lenti di cuore” quando hanno incontrato il forestiero di Gerusalemme. Sedendosi a tavola e condividendo il pane, alimento di vita, essi hanno fatto esperienza del Risuscitato e hanno compreso la Scrittura. Ora in loro il cuore arde, la luce che è in essi è più forte dell’impedimento dell’oscurità, e possono andare ad annunciare agli altri discepoli che Gesù è vivo, e di “come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24,35).
È IL GIORNO IN CUI “IL PASSATO” È PASSATO
La loro non è un’esperienza relegata al passato, ma una possibilità per il presente, non è legata alla storia, ma alla fede, e ovunque il pane sarà spezzato e condiviso, là il Signore si manifesterà.