02/06/2026
In un paese dove il tasso di occupazione femminile supera di poco il 50%, dove quasi una donna su due è inattiva dal punto di vista lavorativo, dove il continua a produrre dipendenza economica e , dove l’educazione finanziaria resta profondamente segnata dal genere, non stupisce che l’occupazione femminile dopo la gravidanza sia in uno stato di crisi paradigmatica.
I dati raccolti negli anni dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro raccontano una situazione tanto nota quanto strutturale. In Italia, tra i 20 e i 49 anni, in presenza di figli lavora l’83,5% degli uomini e solo il 55,2% delle donne: oltre 28 punti percentuali di differenza. Nel 2022 le dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate nei primi anni di vita dei figli sono state più di 61mila; oltre il 72% ha riguardato donne. Quando poi le motivazioni fanno riferimento ai servizi di cura, il dato si polarizza ulteriormente: oltre il 90% delle dimissioni legate alla difficoltà di conciliare lavoro e cura è femminile.
Le ragioni si ripetono con impressionante regolarità: costo troppo alto dei servizi per l’infanzia, assenza di reti familiari di supporto, rigidità degli orari di lavoro, impossibilità di modificare tempi e luoghi della prestazione lavorativa, salari troppo bassi perché lavorare continui a essere sostenibile dopo la maternità. Mentre gli uomini si dimettono prevalentemente per cambiare azienda, per le donne la motivazione principale continua a essere la gestione della cura. In questo scenario, chiamarle “dimissioni volontarie” sembra soprattutto un modo per neutralizzare linguisticamente un problema politico.
Il progetto è stato commissionato a CHEAP dal Piano per l’Uguaglianza della Città metropolitana di Bologna.
con il contributo di Regione Emilia-Romagna
PH Margherita Caprilli