05/09/2026
Mt 18, 15-20 Gesù era così presente e consapevole della vita comunitaria, ne conosceva così bene le dinamiche da averci lasciato un insegnamento per tutti valido ancora oggi. Padre Alberto ce li segnala e sono validi sempre.
-Includere, mai creare il vuoto attorno all'altro.
-L'unità della comunità non si fonda sul pensare tutti allo stesso modo, ma sul praticare tutti lo stesso amore.
-Al centro della comunità non c'è più un codice di leggi, ma la persona di Gesù: “fai come lui ha fatto”.
-E se proprio hai a che fare con un “capoccione” continuare ad amare senza aspettarti nulla in cambio. Buona domenica
CHI SBAGLIA NON SI ISOLA, NESSUNO RESTA FUORI DALLA PORTA
Gran parte del capitolo 18 del Vangelo di Matteo è dedicata ad affrontare le fratture interne alla comunità e alla necessità del perdono. La liturgia ci propone un passaggio chiave: i versetti dal 15 al 20.
Una delle ferite più serie dentro una comunità di credenti è la presenza di dissidi che sembrano insanabili. Gesù affronta di petto la questione: la risoluzione dei conflitti non è un'opzione, ma un'esigenza assoluta. Chi genera discordia non va isolato o marginalizzato, ma riavvicinato e recuperato alla fraternità. Il compito del discepolo è includere, mai creare il vuoto attorno all'altro.
GESÙ DETTA UNA PROCEDURA PER LASCIARE IL RANCORE FUORI DALLA COMUNITÀ
Richiamando e ampliando quanto prescritto nel Levitico ("Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello; correggi apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d'un altro peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso", Lv 19,17-18), Gesù analizza il caso concreto di un componente della comunità che ha commesso una colpa.
IL PRIMO PASSO TOCCA A CHI HA SUBITO IL TORTO, E NON È UNA LEZIONE DI MORALE
Il verbo usato dall'evangelista (amartanô, presente solo tre volte in Matteo: 18,15.21; 27,4) significa letteralmente "deviare, prendere una direzione sbagliata", da cui il significato di peccare o commettere un errore. Chi ha subito il torto ha il compito di far notare l'errore al fratello per convincerlo, a quattr'occhi, del passo falso. Non si tratta di impartire una lezione moralistica ma far prendere coscienza del male fatto.
Può sorprendere che Gesù non chieda a chi ha sbagliato di fare il primo passo, ma pretenda che sia la parte lesa a muoversi per prima verso la riconciliazione (Mt 5,23-24). È l'unico modo per "guadagnare il fratello". Gesù chiede di adottare la stessa logica del Padre, che offre il perdono prima ancora che gli venga richiesto. Non a caso, nei Vangeli Gesù non invita mai a chiedere perdono a Dio, ma sempre a concederlo agli altri. Chi subisce un'offesa non deve arroccarsi nel proprio risentimento: come il pastore va in cerca della pecora smarrita, così il discepolo va incontro a chi ha sbagliato.
POI GESÙ CHIAMA DUE TESTIMONI, NON DUE ACCUSATORI
Se il primo tentativo fallisce per la mancanza di disponibilità dell'altro a riconoscere il torto, occorre coinvolgere una o due persone della comunità. Qui Gesù si riallaccia all'ordinamento del Deuteronomio: "Un solo testimonio non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato questi abbia commesso il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni" (Dt 19,15).
Non si tratta di allestire un processo, ma di farsi carico insieme della coesione del gruppo. Le persone coinvolte non sono testimoni d'accusa in un tribunale, ma i membri più adatti ad aiutare l'altro a prendere consapevolezza dello sbaglio.
INFINE, ARRIVA L'ASSEMBLEA, PER ULTIMA
Il termine greco tradotto con "comunità" è ekklêsia, l'assemblea dei credenti. Il conflitto deve essere portato all'attenzione dell'intera assemblea solo dopo aver esaurito tutti i passaggi precedenti, da quello individuale a quello con i testimoni.
COME GESÙ CON I PAGANI E I PUBBLICANI, AMA SENZA ASPETTARTI NULLA IN CAMBIO
Se chi si definisce fratello (v. 15) rifiuta di agire come tale e blocca ogni possibilità di conciliazione, va considerato "come un pagano e un pubblicano". Questo non significa scomunica o disprezzo, ma prende atto di una realtà: l'amore, da quel momento in poi, sarà a senso unico, da parte di chi ha subito l'offesa. Il testo rimette l'accento sul singolo: "sia per te...". Non viene chiamata in causa la comunità, ma la responsabilità personale di chi è stato offeso, chiamato a continuare ad amare senza aspettarsi nulla in cambio.
DIO NON SELEZIONA DOVE SORGE IL SOLE, VA ANCHE SU CHI TI HA FATTO IL TORTO
Quando l'altro rifiuta la relazione, l'amore non può più essere reciproco. Il colpevole va amato come si amano i nemici e si prega per i persecutori (Mt 5,43). È l'atteggiamento di Gesù, che non esclude dal suo amore né peccatori né pubblicani, ma siede a tavola con loro (Mt 9,10-11), riflettendo l'agire del Padre che "fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5,45).
A Cesarea di Filippo, dopo la professione di fede di Pietro ("Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente", Mt 16,16), Gesù gli aveva detto: "Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt 16,19). In questo passaggio di Matteo, Gesù estende all'intera comunità ciò che prima aveva attribuito al singolo discepolo.
LEGARE E SCIOGLIERE NON È UN POTERE, NESSUNO HA RICEVUTO UNA LEGGE DA APPLICARE
L'espressione, mutuata dal linguaggio rabbinico, indicava l'autorità di insegnare dichiarando valida o meno una dottrina. In questo contesto relazionale, però, riguarda la dinamica del perdono: il fratello che nega il perdono "lega" e blocca il flusso dell'amore di Dio verso di sé; chi perdona lo "scioglie" e lo libera. Gesù non sta conferendo un potere legislativo, ma sta evidenziando l'enorme responsabilità che ciascuno ha nella gestione delle relazioni e del perdono.
L'insegnamento che segue non riguarda genericamente l'efficacia della preghiera (argomento già trattato in Mt 6,5-8), ma l'intesa comunitaria come condizione previa per fare esperienza della presenza di Dio. Per questo si trova subito dopo il tema del superamento dei conflitti.
I "due o tre" riuniti nel suo nome richiamano l'"una o due persone" (v. 16) coinvolte per sanare il dissidio. La loro capacità di farsi costruttori di pace (Mt 5,9) rende visibile la presenza di Gesù.
UNA COMUNITÀ NON PENSA TUTTA ALLO STESSO MODO, PRATICA TUTTA LO STESSO AMORE. È UNA SINFONIA
Il verbo "accordarsi" traduce il greco symphoneô, da cui deriva sinfonia. L'accordo a cui Gesù fa riferimento non è un appiattimento delle diversità o un'uniformità di pensiero, ma una dinamica sinfonica: ogni strumento suona la stessa melodia mantenendo il proprio timbro unico. L'unità della comunità non si fonda sul pensare tutti allo stesso modo, ma sul praticare tutti lo stesso amore.
AL CENTRO NON C'È UN REGOLAMENTO, C'È UNA PERSONA
Il Talmud affermava: "Se due si riuniscono per studiare le parole della Torah, la Shekina [la gloria di Dio] è in mezzo a loro" (Pirkei Avot 3,3). Gesù si pone al posto della Legge: è la sua presenza a manifestare la gloria di Dio. Se al centro del Padre nostro c'era la richiesta di avere Gesù come pane di vita (Mt 6,11), al centro della comunità non c'è più un codice di leggi, per quanto divine, ma la persona di Gesù.
BASTANO DUE O TRE, LE F***E NON GARANTISCONO NULLA
È significativo il numero ridotto: bastano due o tre persone per garantire la presenza di Gesù, una garanzia che non viene data per le f***e umane generiche.
Matteo apre il suo vangelo definendo Gesù come l'"Emmanuele", il "Dio con noi" (Mt 1,23), e lo chiude con la promessa di Gesù: "Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi" (Mt 28,20). Al centro del vangelo colloca la medesima certezza: Gesù è il Dio presente che cammina con i suoi, portando a compimento l'antica promessa: "Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi respingerò. Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo" (Lv 26,11-12; Es 34,9).
La presenza del Signore non è una proiezione futura, ma una realtà concreta da sperimentare ogni volta che si costruisce la concordia. Come osservava Origene: "[Gesù] ha detto: 'Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, non già lì «sarò», bensì lì «sono» in mezzo a loro'... non appena si realizza la 'sinfonia', eccolo presente in mezzo a loro" (Comm. Mat. XIV, 413).