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13/06/2026

Ben tornati alle mie unpopular opinion (?) (che spero sempre non siano così unpopular). Dato che in questi giorni in sala vi è l'ultimo film di Steven Spielberg e ad agosto rivedremo Ridley Scott sul grande schermo, mi sembrava opportuno affrontare entrambi i registi.

Premessa: sia Spielberg che Scott sono due geni del cinema. Ma, fra capolavori e ottime pellicole, a volte hanno prodotto film modesti, se non di pessima qualità.

È chiaro, sono esseri umani e possono sbagliare, gente che campa di questo per vivere. Certo però che c'è da fare un distinguo con alcune eccezioni che passi falsi non ne hanno fatti: Stanley Kubrick e Sergio Leone per esempio.

Altri due giganti del cinema con una visione imprenditoriale e artistica differente dai precedenti.
Tutti quanti devono mediare con qualcuno per poter lavorare. C'è chi cerca di rimanere saldo nelle proprie posizioni e volenteroso di portare avanti il proprio messaggio e intento artistico; oppure vi è chi cede troppo a logiche commerciali svendendosi totalmente.

Per portare esempi più concreti potrei citarvi "Il mondo perduto - Jurassic park", "Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo", "War horse" oppure "Il GGG - il grande gigante gentile" per quanto riguarda Steven Spielberg. Mentre, nel caso di Ridley Scott, vi sono "Soldato Jane", "Napoleon" e "Il gladiatore II".

Sarebbe interessante dibattere sul perché registi di questo calibro hanno realizzato pellicole di così basso livello. Le motivazioni sono tante e varie, rimane il fatto che, se nel corso della loro carriera si fossero limitati a dare libero sfogo al loro estro artistico, ad opporsi ad opere su commissione o a seguire solo il portafoglio; se si fossero concentrati più sulla formula del "non la quantità ma la qualità", avrebbero raggiunto Leone e Kubrick da questo punto di vista: due registi che non si sono mai piegati così tanto a logiche commerciali e non hanno mai sbagliato in pieno un film..

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11/06/2026

Indubbiamente con il passare degli anni, cambianlo le società e gli esseri umani che le compongono. E rileggendo i film western di John Ford con la visione politica di oggi ci possono apparire razzisti. Ma perché? scopriamolo insieme nel video che sì, per ragioni di tempistiche ho dovuto accorciare, ma spero possa interessarvi e darvi occasione di vedere i film sotto un altro aspetto.

Alla fine ecco cosa sto a fare sui social: analizzare i film attraverso una lente più socio-politica.

Oggi abbiamo parlato di western, voi avete argomenti che vorreste che io affronti? Fatemi sapere nei commenti!

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🎬🎥 - DCCCXXIV RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬😂"Radio days" (1987) di Woody Allen: voto 9.😂La famiglia del piccolo J...
10/06/2026

🎬🎥 - DCCCXXIV RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬
😂"Radio days" (1987) di Woody Allen: voto 9.😂
La famiglia del piccolo Joe (Seth Green) vive nella zona residenziale del distretto Queens, a Rockaway Beach; ogni membro trova negli shows radiofonici una fuga dalla realtà ascoltando gossip su celebrità, leggende dello sport, letture di romanzi celebri, e soprattutto canzoni.
Come il web sta influenzando la generazione attuale e così come lo ha fatto la televisione con i nostri genitori, Woody Allen ci racconta uno spaccato della sua infanzia, segnata dal mondo della radio.
Attraverso la sua voce narrante, ricostruisce una sorta di biografia della sua vita raccontando la quotidianità e come essa andava di pari passo con i programmi radio, come facevano da compagnia durante le giornate, come le scandinavo e come accompagnavano le varie fasi della vita familiare.
Attraverso questo ricordo dolce-amaro della propria infanzia, si intrecciano le storie dei vari componenti della sua famiglia e della gente che il piccolo Joe/Woody Allen frequentava. Tutto condito dalla classica comicità del newyorchese e da sequenze che lasciano spazio alla commozione di fronte a come ci si immedesima nella storia.
Riflessioni sul passare del tempo, sull'importanza dei ricordi, sul romanticizzare la gioventù. Nulla di melenso che gode di una selezione musicale stratosferica, pescata fuori dalla grande passione del regista per il jazz.

❤️f🖤

08/06/2026

Maestro perdonali, perché non sanno
quello che stanno facendo...

Dopo aver distrutto il cinema politico degli zombie di Romero, dopo aver devastato l'epica con quell'abominio che è "300" e dopo aver dato prova che pure nei cinecomic non sa creare un'opera sufficiente, ecco che ora Zack Snyder sta lavorando al remake di un capolavoro come "1997: Fuga da New York" di John Carpenter.

L'unica opera di Snyder che posso ritenere valida è il suo unico esperimento nel cinema d'animazione, ma ora mi chiedo come mai si vada a toccare una colonna portante del cinema, un maestro che ha una visione cinematografica e politica agli antipodi rispetto a Snyder. Il quale non ha la minima idea dello spirito del cinema romeriano o carpenteriano. Il remake si presume che possa essere una pacchianata action e basta.

Carpenter sarà solo produttore esecutivo, dunque vi sarà solamente la sua firma in qualità di autore dell'opera di riferimento; non credo sarà presente sul set, affidamenti immagino la gastrite che gli si possa generare nelle budella.

Io però mi chiedo perché si fanno fare film ad un'incompetente come Snyder che rende tutto pacchiano, pompato, retorico e reazionario, mentre Carpenter viene volutamente relegato ai margini del sistema hollywoodiano. Un regista come lui che è riuscito a creare cinema puro con poche inquadrature, con pellicole realizzate con poco ma pregne di qualità visiva, tensione e riferimenti politici.

Vedremo, ho molta paura di quello che verrà fuori... È comunque una vergogna che negli ultimi 20 anni Snyder ha fatto 11 film mentre Carpenter solamente 1.

Vediamo quello che sarà. Detto ciò, dimmi pure la tua opinione nei commenti!

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🎬🎥 - DCCCXXIII RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬🚀"Il cibo degli dei" (1976) di Bert I. Gordon: voto 6,5.🚀Adattamento ...
08/06/2026

🎬🎥 - DCCCXXIII RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬
🚀"Il cibo degli dei" (1976) di Bert I. Gordon: voto 6,5.🚀
Adattamento del romanzo "L'alimento divino" del 1904 di H. G. Wells.
Un gruppo di amici si reca in una remota isola canadese per cacciare, ma verrà attaccato da animali assassini che hanno popolato il luogo e che, dopo aver ingerito una sostanza venuta fuori dalla terra, crescono a dismisura.
La trasposizione del romanzo di uno dei padri della fantascienza si limita ad uno spazio ed una storia più circoscritti, complici anche il basso budget. L'origine della sostanza è ignota, scambiata come un'opera divina dalla coppia di contadini credenti, proprietaria di quel terreno.
E le proprietà magnifiche di tale sostanza attirano il denaro, il capitalista senza scrupoli che, inevitabilmente, volendosi spingere dove non si dovrebbe, fa una br**ta fine.
Dal punto di vista della messa in scena, Bert I. Gordon è riuscito abbastanza bene a sopperire alla scarsità di fondi, potendo rendere abbastanza credibili i momenti d'interazione fra animali e uomini. Logicamente certe scene sono piuttosto invecchiate, ma l'utilizzo dei campi e controcampi, oltre al montaggio, rende abcor godibili certi momenti artigianali, molto figli di quegli anni.
Peccato per certi dialoghi, in special modo nella seconda parte, inascoltabili.
❤f🖤

06/06/2026

Ben tornati alle mie unpopular opinion (?) (che spero sempre non siano così unpopular). Oggi voglio affrontare un capolavoro che è tornato in sala la scorsa settimana: "Kill Bill" di Quentin Tarantino.

La storia la conoscono tutti e la qualità è indubbia, quindi mi vorrei soffermare sulla scena post credit che l'ho ritenuta proprio mal riuscita. Un po' per la storia raccontata, un po' per la resa grafica.

MOMENTO SPOILER.

Le aggiunte alla pellicola e la correzione fotografia risaltano il capolavoro. Con l'occasione dell'uscita in sala, Tarantino aggiunge una scena post credit trasformando il "capitolo perduto" in un corto animato che si inserisce in mezzo alla storia di vendetta di Beatrix Kiddo.

Trattandosi di una dei massimi esponenti del cinema postmoderno, Tarantino vuole omaggiare la nuova generazione con un mezzo trattando il mondo dei videogiochi, di Fortnite. Il risultato è uno scontro fra Beatrix e Yuki, sorella di Gogo, costruito come se fosse all'interno dello stesso videogioco.

Personalmente ho ritenuto fuori luogo e pacchiana la scelta visiva, pur considerando che sto al patto con il regista e la sua concezione di cinema, ma qui davvero non mi ha convinto. Per non parlare poi del personaggio di Yuki, la quale sembra comparire dal nulla, senza una particolare caratterizzazione, come se fosse la copia malfatta di Gogo.

Posso capire il tentativo di abbracciare quel mondo, la volontà di Tdi variare ed esplorare una nuova frontiera, ma qui non capisco proprio perché sia stato realizzato e scritto in questo modo.

Insomma, a mio parere questo "capitolo perduto" doveva rimanere perduto. L'opera intera rimane un capolavoro, ma questa sequenza non aggiunge nulla.

Detto ciò, questa è la mia opinione, forse non tanto unpopular visto che percepisco che molte altre persone la pensano come me ma vabbè...

Che mi dite? Vi siete recuperato questo capolavoro in sala? Che ne pensate della scena post credit?

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✍️🏻

🎬🎥 - DCCCXX RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬😱"Backrooms" (2026) di Kane Parson: voto 4.😱Clark (Chiwetel Ejiofor) aff...
03/06/2026

🎬🎥 - DCCCXX RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬
😱"Backrooms" (2026) di Kane Parson: voto 4.😱
Clark (Chiwetel Ejiofor) affronta un difficile percorso psicologico, oltre a questo gestisce con fatica uno showroom di mobili in quanto gli affari non vanno molto bene. Un giorno, nel suo seminterrato, appare una strana porta che lo conduce ad una dimensione parallela in cui le stanze mescolano ricordi ed immagini, ripetendosi all'infinito e celando un oscuro mistero.
Nato da un fenomeno virale su internet, il film, prodotto dalla A24, è stato affidato al ventenne Kane Parson, lo stesso che in precedenza ottenne un grande successo per i suoi corti su youtube legati alle Backrooms.
Quello che doveva essere l'horror dell'anno, ecco si rivela un grosso abbaglio.
La pellicola di buono ha i due attori protagonisti (Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve) e l'estetica già vista nei cortometraggi. Per quanto riguarda il resto presenta tutti i difetti di un'opera prima e di una produzione che ha puntato molto su qualcosa che piacesse al proprio fandom e meno alla cura tecnica di tale prodotto.
All'interno della trama, troppo debole e più simile ad un cortometraggio allungato, i retroscena dei protagonisti, i loro traumi passati, rimangono accennati e sono utilizzati solamente per creare quell'illusione al pubblico medio di stare a vedere un film impegnato. Non hanno questa forza psicologica e claustrofobica nemmeno le stanze in cui rimangono intrappolati i vari avventori. Tutto quello che si è detto quando il fenomeno è scoppiato circa il concetto freudiano del perturbante e degli spazi liminali, ecco che qui viene totalmente banalizzato. Arrivando poi ad un finale tronco che non può essere giustificato dal fatto che bisogna conoscere ogni cortometraggio per comprendere il film, trattandosi di un problema di scrittura.
Al tempo stesso la creazione della tensione attraverso "jumpscare" e un aumento immotivato dei suoni, alla lunga genera più noia e fastidio che suspense.
Quindi, al netto di tutto, "Backrooms" era meglio se fosse rimasto un fenomeno del web, più libero e anarchico.

🎬🎥 - DCCCXXI RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬🎭"Un tram che si chiama Desiderio" (1951) di Elia Kazan: voto 7,5.🎭Basa...
01/06/2026

🎬🎥 - DCCCXXI RECENSIONE DEL CINEMATOGRA-FARO - 🎥🎬
🎭"Un tram che si chiama Desiderio" (1951) di Elia Kazan: voto 7,5.🎭
Basato sull'omonima opera teatrale del 1947 di Tennessee Williams.
Blanche DuBois (Vivien Leigh) è un'ex professoressa che, dopo aver vissuto vari traumi, lascia un piccola cittadina del Mississippi per andare a vivere dalla sorella, Stella Kowalski (Kim Hunter). La casa di quest'ultima si trova a New Orleans e la donna convive col marito Stanley (Marlon Brando), un rozzo, sensuale e maschilista meccanico che domina la moglie sia a livello fisico che emotivo. La presenza di Blanche comincia a causare una serie di problemi nella loro relazione di coppia.
Con l'adattamento sul grande schermo dell'opera teatrale, gran parte del cast fu riconfermato nel passaggio da un contesto all'altro, tranne alcuni casi come la protagonista Vivien Leigh, già in "Via col vento", un volto più riconosciuto e di richiamo rispetto a Jessica Tandy.
La sua Blanche DuBois è una donna che soffre molto per il suo passato oscuro, fa fatica ad accettarsi per quello che è diventata, abbandonando le sue sofferenze nell'alcol e nei piaceri della carne.
E probabilmente Stella, in un contesto diverso, sarebbe in grado di poter essere d'aiuto alla sorella. Ma la sua autonomia è fortemente limitata dalla figura opprimente di Stanley, con Marlon Brando nel suo primo ruolo di rilievo. Il suo personaggio così burbero e negativo, ma al tempo stesso affascinante, riesce a creare un contrasto magnetico da cui fuoriescono le grandi doti attoriali e la parte più violenta di un misogino che vede in Blanche l'ostacolo da togliere di mezzo.
Il terzetto funziona molto bene, complice anche la scuola dell'Actors Studio, creato dallo stesso Kazan. La maggiore pecca, però, si trova nella modalità di narrazione. Non tanto per il fatto che gli ambienti sono molto teatrali, ma più per qualche sequenza e dei dialoghi che fanno arrancare il ritmo complessivo del film.
Un grande classico di quegli anni che oggi, purtroppo, sembra invecchiato più di altre produzioni dell'epoca.

❤f🖤

30/05/2026

Eccoci tornati con le unpopular opinion a tema cinema. Oggi si parla di horror con un film che ho adorato: "Bring her back" di due fratelli australiani, i Philippou.

Il film narra la storia di due fratelli, il più grande e immaturo Andy e la più piccola e ipovedente Piper. Rimangono orfani del padre e devo essere affidati ad un'altra tutrice, ovvero Laura: donna alquanto eccentrica e madre di una bambina cieca che, purtroppo, è morta annegata. Con loro vi è anche Oliver, un altro ragazzo adottato che possiede un comportamento molto e inquietante non parla mai.

È il secondo lungometraggio dei Philippou che, dopo il successo di "Talk to me", decidono di mantenere una produzione indipendente all'interno del loro paese.

E ciò che sono riusciti a fare in quest'opera ha dell'incredibile, a partire dalle tematiche affrontate. Qui il concetto di famiglia non è unicamente relegato ai legami di sangue, anzi, a volte è con le persone che ti scegli che si può creare uno più forte. Oltre a questo, parla della difficoltà nell'accettare la perdita di una persona, nell'importanza di andare avanti per non sprofondare nel dolore.

E mentre Piper ed Andy sembrano riuscirci, Laura è rimasta ancora bloccata nel dolore per la morte della figlia. Questo trauma la cambia per sempre: adotta altri ragazzi, forse un po' per sopperire tale mancanza o, forse, per un motivo più oscuro.

Ma il genere è solo la modalità attraverso il quale vengono narrati tali concetti, fornendo un importante risalto allo sviluppo della storia. I Philippou mantengono una tensione costante ma colpiscono poche volte e quando succede ecco che la violenza esplode.

Un film che ti fa provare una sorta di empatia verso Laura, uno dei personaggi meglio caratterizzati di tutto il panorama horror degli ultimi anni.

Dimostrazione che per fare film di alta qualità non sono indispensabili budget esagerati, grandi mezzi, ma una storia ben scritta e degli autori capaci di non ridurre il genere a urla e jumpscare fini a se stessi.

E tu che ne pensi? Dimmi nei commenti!

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