14/02/2026
C’era una madre che camminava in punta di piedi dentro la notte.
Non aveva più un nome, non aveva più un contorno netto. Era diventata dello stesso colore dell’ombra, come se il buio l’avesse lentamente assorbita. Nulla era in ordine dentro di lei: i pensieri aggrovigliati, il cuore stanco, i sogni lasciati in un angolo a prendere polvere.
Eppure restava in piedi.
Tra le braccia teneva il suo bambino.
Lui era luce.
Dormiva con il volto sereno, perfetto, come un fiore appena sbocciato che non conosce il vento, né la pioggia, né il gelo. Ogni ricciolo al suo posto, ogni respiro regolare, ogni dettaglio armonioso. In lui non c’era disordine. Non c’era paura.
Perché qualcuno la stava trattenendo per lui.
La madre lo stringeva forte, quasi a fare da argine al mondo.
“Se deve crollare qualcosa,” sembrava dire il suo silenzio, “che crolli su di me.”
Lei era il filtro.
Lei era il muro.
Lei era la notte che assorbiva il rumore perché il suo bambino potesse dormire nella pace.
Sul suo viso non brillava una luce propria.
Era un riflesso. Una traccia sottile.
La luce che il bambino emanava si posava su di lei come una carezza lieve, ricordandole che esisteva ancora.
Ma lei quasi non si vedeva più.
Era diventata contenitore, mantello, protezione.
Aveva dimenticato il suono della propria voce interiore. Aveva dimenticato chi fosse prima di essere rifugio.
Eppure in quel gesto — in quell’abbraccio che la consumava e la sosteneva allo stesso tempo — c’era qualcosa di feroce e magnifico.
“Ti darò tutto,” sussurrava senza parole.
“Anche ciò che non so più di avere.”
Il bambino dormiva, ignaro del dolore e della paura. Ignaro del prezzo della sua serenità. Immerso in una pace costruita con le energie silenziose di chi lo teneva stretto.
La madre restava lì, nella notte, sospesa tra scomparire e resistere.
Perché a volte l’amore non è luce che splende.
È ombra che regge.
- a tutte le mamme -